Salvatore Paolo Garufi, “I momenti della vita”, racconti (edizione integrale, NATALE 2023)

Salvatore Paolo Garufi, “I momenti della vita”, racconti (edizione integrale, NATALE 2023)

Salvatore Paolo Garufi

I MOMENTI DELLA VITA

Fuochi d’artificio, icone e narrazioni nelle periferie del Mediterraneo

Racconti

Opera finalista al Premio Calvino 1990

1

Lungomare di Naxos (Messina).

A lui quelle vacanze sembravano un niente. Al più, lo portavano a un triste pensare: troppa ciccia unta e tremolante, oscenamente in luce.

Sotto gli ombrelloni, la sabbia era marrone, opaca e solcata da ignobili rughe. Lungo la riva si sentivano gli elicotteri, a coprire la voce del mare. Aveva quasi il sospetto di trovarsi in un lager ben organizzato. Lì, la morte era un trucco: c’era, ma non si vedeva. Le anime dei bagnanti non salivano verso il cielo – come il fumo delle vittime dell’Olocausto – e non correvano dentro il vento… S’impigliavano nei riccioli sporchi di corpi abbronzati e senza mistero, che diventavano un misero guizzo in un mare liscio come l’olio.

Nel frattempo, la madama con la falce mieteva il suo grano.

Tutti guardavano culi e tette in esposizioni da grandi magazzini. Topless e bikini, perciò, servivano soltanto a coprire ciò che era ipocrita velare e a scoprire ciò che era conveniente disvelare.

Lucrezio spesso pensava che la Moira – vabbe’… la morte! – fosse l’unica dea trionfante. La morte poteva persino permettersi il lusso di star serena, mentre attendeva. L’eternità è sicura, soltanto quando parliamo della morte.

Da ragazzo, figuratevi, lo incantava la lettura del Foscolo. Nella noia del collegio, una sera gli capitò di scrivere, in margine ai noti versi di Quasimodo:

Or, ch’è subito sera,

c’è la morte e non c’è nessun mistero.

Mi aspettava, sicura del mio sì,

sapendo la mia strada e sorride.

Aveva sedici anni.

Quel serpente gli restava ancora nelle viscere. Si contorceva ed iniettava veleno. Gli sarebbe parsa impazienza, se avesse saputo cosa voleva. Forse erano gli intellettuali ed astratti furori del Vittorini di Conversazione in Sicilia.

Provò a distrarsi, pensando alle montagne valdostane di quando era a Ivrea. Anzi, no! Meglio i picchi del Trentino, dove fu prima. In Trentino la neve può diventare dura e luminosa come il vetro. In un lontano giorno aveva visto barbagli di perla sulle pareti verticali che si elevavano incombenti. Dal trenino che lo portava a Malè, nel cuore della Val di Sole, poteva intravedere il cielo soltanto di scorcio. Stava lassù, molto in alto, oltre le cime. Il suo colore aveva riflessi d’argento.

Accese l’ennesima sigaretta, sapendo già che il solo effetto sarebbe stato un aumento del mal di testa. Davanti a lui un bagnante andava scuotendo un piccolo canotto, di quelli della Standa. Duri granelli di sabbia gli arrivarono alle narici e agli occhi. Lo guardò bieco, ma questi non mostrò neppure di accorgersene.

Allora, si disse che, le sue, erano reazioni e riflessioni banali; di quelle, appunto, che si potevano avere nell’ozio di una spiaggia. Ma, provateci voi, gentilmente, a trovare l’originalità nel succedersi millenario delle vite e delle morti!

Guardò la moglie che guazzava a riva. La vide meno bella del solito. I fianchi erano larghi, molli. I neri e lunghi capelli, anche se riflettevano stille di luce, le si erano appiccicati in testa e gliela rendevano sproporzionatamente piccola. Un grande uccello dai movimenti goffi. La sua forza animale si addensava nel peso del seno e del sedere. Soltanto le gambe avevano la liscia bellezza del fusto di una colonna corinzia.

“Vieni in acqua!” gli gridò lei, vedendosi osservata.

“No” rispose.

Chiuse gli occhi con la faccia al sole e rivide il viso di sua madre.

Aveva quattro/cinque anni, stava col gonnellino lungo e sporco delle gustose pappine della nonna – pane bollito nel sugo dell’estratto di pomodoro -, dal comodino saltava sul gran letto matrimoniale. Sua madre vi campeggiava enorme e lo racchiudeva tutto.

Poi, gli venne in mente un’altra età, anch’essa lontana. Seduto sui gradini di una casa, scrutava sotto le vesti di una bambina. Stava senza un briciolo di coraggio e senza dire granché, mentre intravedeva come un solco su una pagnottella. Eppure, poco dopo illustrava a una compagnia di adulti burloni la cosa che hanno le donne, facendone persino un disegnino barocco. Ah, se tanta fantasia fosse durata!

Invece, a sedici anni se la passò bene, tutto sommato. C’erano le feste mattutine con le quali dalle sue parti si celebrò il Sessantotto. Cinque giorni su dieci, si marinava in massa la scuola e si andava a ballare.

Allora Franca era larga e matronale. Portava i capelli corti, a caschetto. Sembravano fili di seta nera. Ed anche gli occhi erano neri, secondo i canoni di una immaginazione araba, col taglio stretto ed obliquo. Aveva immolato la sua verginità in una precedente, tempestosa relazione – con chi? Non riusciva a ricordarne il nome -.

Prima, fra loro ci fu platonica amicizia e poi libero amore. Libero pure di bere. Datava da quei tempi la sua nausea per il Martini, per via di una solenne sbronza.

Quando si lasciò cadere come un sacco sul letto, la stanza ronzava forte e irregolare. Prese un volo faticoso, la stanza, e le pareti vibravano. Vomitare fu un grande, ma momentaneo, sollievo.

Due anni prima l’aveva rivista, la dolce Franca. A Torino, stampata sul cartellone di un cinema a luci rosse. Il suo nome campeggiava a lettere cubitali. Volgare come gli anelli dei malavitosi. Un’accusa, gli era parsa.

Anche la signora coi capelli ricci, il seno rotondo ed il cantilenante accento catanese aveva una risata volgare. Al ricordo ne provò quasi eccitazione. Rideva e gli tastava il pene di undicenne, che non riusciva a diventare duro.

“Torna in bagno, vah!” gli disse. “E concentrati di più. Non ci fai niente a una donna, con un cosino tanto piccolo!”

La vita ha molte sconfitte, ma sono le prime quelle che ti restano impresse.

Poi, ecco la ragazza di Scordia, con i capelli rossi e le labbra tanto prominenti che ne scorgeva la punta, da dietro, ad un quarto di profilo. Il suo orecchio, infuocato da un boccolo d’oro, era diafano vicino alla guancia. Aveva tredici anni.

Stavano in piedi su un autobus stracarico. Sentiva le vampate del suo corpo, mentre lo sguardo restava inchiavardato alle linee confuse del paesaggio che scorreva nel finestrino…

Vaneggiamenti, preistoria…

Da cui si riscosse per lo scoppiare del pianto di un bambino. Una signora con una mongolfiera nella pancia, i capelli ossigenati e due pendenti che a tratti si adagiavano sulle spalle grasse prese il pupo e se lo tirò accanto.

Sua moglie era uscita dall’acqua e si era stesa davanti a lui. Stava immobile.

“Eh, mia cara, se sapesse!” ciàcolava la bionda Giunone. Non si era accorto che tra quelle due era scoppiata l’amicizia. “Sono vedova da tre anni e non sto qui a dirle i sacrifici dei primi tempi… E quanto mangia, questa mia creatura!”

Sua moglie ebbe un impercettibile movimento. Annuiva così.

“Lo saprete presto, quanto mangiano i figli!” continuò la Giunone, guardandolo – egli sorrise per dichiararsi d’accordo -. “Siete sposati da molto?”

“Dieci mesi” disse sua moglie.

“State bene insieme!”

Egli sorrise di nuovo. Le donne ricominciarono a tantaferare e a confidarsi, per cui ebbe davanti il quadro che gli aveva predetto l’amica del Piemonte.

L’amica era al volante, ubriaca. Le stava accanto, con gli occhi persi nell’indistinto grigio dell’asfalto e della nebbia, tra Racconigi e Carmagnola.

“Non è la donna per te…” ripeté lei, per la dodicesima volta, riferendosi a sua moglie.

La sua voce arrivava flebile, le parole si capivano a fatica. Probabilmente si sforzava di apparire calma, raziocinante.

“Per te ci vuol ben altro!”

“Guida piano” disse lui. “O basterà il becchino.”

Allora, l’amica frenò bruscamente. Con la strada insaponata di nevischio la macchina divenne incontrollabile. Si mise di traverso, andò a sbattere contro il paracarri e sconfinò nei campi. Un faro ne restò accecato. Pochi secondi in tutto, ma lui li visse al rallentatore, pensando che sarebbe morto e stupendosi della sua indifferenza a quel pensiero.

“Tesoro!” la sentì gridare.

Si affrettò a spegnere il quadro-comandi e lo guardò-

“Ti sei fatto male?” chiese, accarezzandogli la nuca.

Ecco, ci sono momenti in cui le carezze hanno grandiosi significati. E’ sempre un peccato inflazionarle.

“No” disse lui. “E tu?”

Erano finiti su un terreno coltivato a mais. Oltre i finestrini, la neve scendeva sfarfalleggiando. Aveva una sua allegria. Si sentiva lo sciacquare di un fiume. Ce ne sono tanti, in Piemonte.

“Baciami” disse l’amica.

Aveva i capelli castani, inanellati dalla permanente. Gli occhi marrone erano dilatati dall’alcol e dalla disperazione.

“Baciami!” ripeté, urlando.

Prese a percorrergli il collo con le labbra. Lentamente. Poi gli aprì la lampo del giubbotto, gli alzò il maglione, gli sbottonò la camicia e gli prese un capezzolo fra i denti, dolcemente.

Egli non avrebbe voluto farci all’amore. Anzi, quella sera le aveva detto che tornava da sua moglie.

“Perché?” chiese l’amica, senza pudore nel mostrarsi sconfitta.

“Perché?” ripeté.

“La verità è che non è questa la vita, la vera vita” rispose, con le mani vicino alla faccia, scuotendo la testa, quasi balbettando.

“Con te è come starne fuori, neppure ai margini… Io voglio sentirmi dentro, invece.”

Avrebbe dovuto aggiungere che aveva bisogno di Dio. Dio è la comunità, Dio è la normalità. Esisti soltanto se gli altri si accorgono che esisti. E gli altri, per la sua condizione di emigrante, avevano concretezza soltanto se ci si riferiva al suo paese, Militello in Val di Catania. Sua moglie era Militello. Sua moglie era Dio.

In quel momento, però, in risposta ai baci, poté soltanto prenderle la testa con le mani e dirigerla verso la patta dei pantaloni.

La neve era birichina, candida sulla notte nera. Vide lo squarcio di un tuono, ma non seguì alcun rumore.

Soltanto dopo si accorse che, al posto della neve, era venuta una quieta pioggia che merlettava i vetri della macchina e addolciva il paesaggio.

Strano cambiamento di scena! Quanto tempo era passato?

E quanto ne era passato da allora?

2

Praiano (Costiera amalfitana)

“Ma… il caldo in Sicilia è così?” chiese Maria Rosaria a Salvatore. Pianissimo e con voce sensuale.

Voleva essere felice. Gli occhi erano due fessure feline davanti alle iridi verdi. Soffiò impazientemente e si fece vento con la carta del menu.

Quel clima la infastidiva. La disfaceva, addirittura! La mezza giornata di sole e di salsedine le aveva acceso la pelle troppo chiara e ora il fuoco le pareva di sentirlo serpeggiare e sfrigolare in tutto il corpo. Nell’afa della notte, nonostante la recente doccia, i grossi e corti capelli biondi le aderivano in testa come un panno bagnato. Stavano infeltriti e fermi, in tante ciocche cementate dal sudore. Il solco rotondo del pesante seno, che cominciava la sua corsa ben prima dell’orlo della scollatura, riluceva come crema liquida alla luce dei lampioncini.

“Non so” egli disse, un po’ distrattamente. “Questo sarebbe un caldo eccessivo anche da noi… credo.”

Intanto, due avventori andavano via, lasciando addosso a Maria Rosaria i loro sguardi appiccicosi. Per tutta risposta, egli allungò le gambe sotto il tavolo, si mise più comodo sulla sedia e si accese una sigaretta.

Cenavano sul terrazzo del Continental, nella Libera Costiera di Praiano, come lui amava chiamarla: spaghetti coi frutti di mare ed una pizza soffice e fragrante di pomodoro e mozzarella, che scappava fuori da ogni lato del piatto.

Sotto i loro occhi si stendeva l’intero Golfo di Salerno. All’orizzonte palpitavano le luci delle lampare e tutt’intorno si alzavano le montagne. Direttamente dal mare, tormentate e aspre nel profilo e nella base.

Era una serena notte di mezzaluna. Udivano il placido risciacquare delle onde e vedevano le foglie sugli alberi assolutamente immote, come oppresse.

“Fatto strano” osservò lui, “non c’è neppure una mosca…”

“Che peccato che non ci sia vento!” ribatté Maria Rosaria.

Venne il proprietario, con la lunga faccia sorridente, in cima alla quale gli occhiali stavano come in trono. Aveva una comunicativa consumata e tutta napoletana, l’arma migliore nel suo mestiere.

Mise sul tavolo due montagne di cozze impepate e disse:

“Fanno digerire. Non si può venire nel mio locale e non mangiarle. E’ peccato!”

Lasciò il tutto e, mentre tornava in cucina, aggiunse:

“Bene. Ora mi tocca preparare trentacinque frittate di maccheroni, per una comitiva di tedeschi… Domani vanno in gita a Capri!”

Le cozze, schiuse dalla cottura e con quei gusci neri che sfumavano nel viola perlaceo, erano pronte per il suo solito rito pagano. Spense la sigaretta, prese una cozza, vi spremette poche gocce di limone e la porse a Maria Rosaria.

“Non masticarla in fretta” le disse. “Le cozze vanno assaporate.”

Poi, ne prese un’altra per sé. Senza limone, per sertirvi il mare. Il mollusco, fresco e fragile al palato come un amore adolescenziale, gli riempì la bocca di un sapore lievemente acre.

Forse incosciamente Maria Rosaria era pronta da tempo. Ma, soltanto cinque giorni prima aveva maturato una scelta chiara, quando, affacciata al balcone della sua casa di Castellammare di Stabia, aveva avvertito sulla pelle la fugace e rovente carezza del vento di scirocco.

Improvvisamente, se l’era figurato come una mano appassionata ed indiscreta, che non era – e forse mai lo era stata – quella di suo marito. Così, proprio da un momento all’altro, le era capitatodi guardare in cagnesco la figlia convivente, sposina fresca, che ciabattava incantata per la casa, soddisfatta della notte.

“C’è caldo!” aveva detto alla figlia. “Esco a fare la spesa… In casa non si può stare!”

In camera da letto, prima di mettersi la veste di seta grigia con dei grandi fiori lilla, aveva indugiato a studiarsi nello specchio grande. Si era chiesta che effetto poteva fare su un uomo il vederla con soltanto gli slip e il reggiseno. Strano pensiero per una che era stata bella, che aveva saputo far rimescolare il sangue a tanti. Ma, non bisognerebbe mai far figli, o, meglio ancora, non ci si dovrebbe sposare.

Ora, la confortava soltanto la bellezza del viso. Il seno era diventato ampio, un tantinello matronale, il sedere eccessivo, la pelle delle braccia un po’ cascante. Poteva magari dirsi una bella quarantenne, ma chi mai avrebbe fatto pazzie per lei?

Una volta uscita, aveva costeggiato, senza ormai farci caso, i  cumuli d’immondizia fino alla circumvesuviana, dov’era andata per appuntarsi gli orari dei treni. Lì, stranissima coppia, c’era il bigliettaio in alterco con lui, che, come lei, insegnava all’Istituto Professionale per il Commercio di Torre Annunziata. Il bigliettaio aveva la forma di due coni le cui basi combaciavano all’altezza della pancia e parlava con un forte accento stabiese. Lui, invece, esprimeva il concetto triangolare di bellezza maschile degli affreschi cretesi: le spalle larghe, il bacino che si allungava stretto e piatto, le gambe robuste, che riempivano i jeans.

“Eccole il quadro con tutti gli orari delle corse” le aveva detto il bigliettaio, trovando una pausa nel suo alterco.

“Ciao, ti va di partire con me?” le chiese lui, voltando le spalle al bigliettaio.

“Magari!” aveva risposto Maria Rosaria, senza alcuna espressione particolare.

Quella sera stessa, a casa sua arrivò una telefonata. Per caso, aveva risposto lei. I suoi erano in cucina a mangiare, guardando un programma di quiz e nessuno aveva avuto voglia di alzarsi.

“Gli esami finiscono fra cinque giorni…” aveva dettoSalvatore.

“Lo so.”

“Voglio vederti.”

“Certo… Domani a scuola.”

“No. Non a scuola… Tu hai capito di cosa devo parlarti. E’ da un anno che dovresti averlo capito.”

“Forse è meglio che non l’abbia capito…”

“Dimmelo almeno di presenza.”

“Va bene. Ne parleremo domani.”

A letto aveva pensato al collega. Il marito, che le dormiva al fianco, le era parso misero misero, ranicchiato nel pigiama a righe, innaturalmente largo per le sue gambe a stecca di biliardo. Da anni non facevano all’amore, anche se la cosa la lasciava indifferente.

E la notte aveva fatto un sogno.

Era in un’osteria di Pimonte – il locale esisteva veramente. Due giorni prima vi aveva comprato il vino, trovandosi a passare di là -. Aveva mangiato dei funghi velenosi e stava in un letto approntato in un angolo della sala – buio e fresco, mentre fuori s’indovinavano i barbagli del sole -. Ascoltava il medico al suo capezzale, che parlava credendo che lei non sentisse.

“Come va, dottore?” diceva uno, accennando con la testa verso di lei.

“Non arriverà a domani mattina” rispondeva il dottore.

Si rendeva conto di non riuscire a parlare; anzi, di non riuscire a muoversi. La morte arrivava senza portare dolore, ma soltanto una totale impossibilità di muoversi.

“Bisognerà che qualcuno si occupi dei funerali…” diceva l’avventore di prima.

“Non ha parenti?” chiedeva un altro.

“No” rispondeva il medico.

“Stai tranquilla” poi le diceva il medico, avvicinando il viso.

“Non ti lascerò morire sola, come un cane… Resterò qui, a tenerti la mano…”

E gliela prendeva sul serio.

Aveva un’espressione affettuosa, intensa… e la voce del suo primo amore.

“Non è il caso che qualcuno di noi si liberi dagli impegni di domani?” domandava un avventore, che fino a quel momento aveva taciuto.

Dopo faceva un lento giro con la testa, a guardare la faccia di tutti gli altri.

E aggiungeva:

“Sapete… E’ per i funerali.”

“Impossibile” rispondeva il primo avventore. “Proprio domani me ne vado a caccia… Sapete tutti che non fa parte delle cose a cui rinuncio!”

“Io ho un appuntamento” diceva un altro.

Il medico aveva una risatina di gola e subito le mo

“Chi è?” chiedeva interessato.

“Oh, lei non mi considera un gentiluomo!” rispondeva l’altro, con un sorriso compiaciuto.

“Bionda o bruna?”

“Rossa!”

“Sono le migliori!”

A quel punto, Maria Rosaria si era svegliata in un bagno di sudore. La porta del balcone inquadrava ancora il buio.Era uscita. Il vento era caldo sulle guance, sul seno, fra le gambe…

“Quando muori, nessuno ti piange a lungo” aveva pensato.

Ora, le cozze erano state tutte mangiate e Maria Rosaria sentiva come una strozzatura alla bocca dello stomaco, la stessa che da giovane la prendeva prima degli esami.

Salvatore si accese un’altra sigaretta, si alzò e le andò dietro. Carezzandole le spalle con ambedue le mani, le sfiorò i capelli con un bacio.

“Andiamo a ballare” sussurò.

Maria Rosaria, contenta, prese una di quelle sue mani, lunghe e sensuali, e se la portò alla guancia.

Andarono a L’africana, a due passi dal Continental. Il locale era nato dalla fantasia di una svizzera architetto, venuta a vivere a Praiano per amore di un cameriere del posto. Aveva avuto grandi momenti di gloria, a metà degli anni Sessanta. Si trovava in una grotta in fondo all’alta e ripida costa, per cui si entrava dalla parte del mare, o con l’ascensore.

Così, mentre scendevano verso la pista da ballo, poterono baciarsi. Egli la strinse contro la parete, mentre la mano corse ad accarezzarle il seno.

“Aspetta” gemette Maria Rosaria.

Ma, l’uomo non la udì neppure: troppa urgenza di sfogare l’eccitazione. La sua mano andò lungo la schiena della donna es’infilò sotto la gonna. Lo interruppe, però, l’ascensore, che si fermò, assestandosi sopra un cuscino d’aria.

Giunse, quindi, una voce morbida, alla Fred Bongusto, ed entrarono nel night, arredato con bizzarrìa barocca. Infatti, il suo nome era richiamato dai tanti cancelletti in ferro battuto, disegnati come maschere africane. Oggetti di vario artigianato, ravvivati da brevi lumeggiature, erano distribuiti in nicchie naturali e lungo le pareti di roccia rosata. Soltanto una gettata di cemento armato, che costituiva il pavimento, si presentava come un intervento della tecnica moderna. Ma, grazie a una serie di oblò iluminati, sotto di essa si poteva ammirare, come in un enorme acquario, lo spettacolo delle creature che si muovono nel mare. A destra della pista da ballo, oltre un terrazzo dov’erano distribuiti tavolinetti e divani, una scala volteggiava fino a un piccolo approdo, dove, proprio in quel momento, aveva attraccato un’imbarcazione, dalla quale scendeva una comitiva di tedeschi.

Maria Rosaria ed il suo collega si misero a ballare guancia a guancia e subito, come era già accaduto in ascensore, in lui si risvegliò un’urgenza cieca di fare all’amore. Strinse Maria Rosaria, facendole sentire tutta la sua eccitazione.

“Vieni” le disse, con la voce rauca. “Usciamo fuori. C’è un viottolo discreto e potremo star soli.”

“No” rispose lei. “Perché non ci sediamo un po’?”

“Ci siederemo lì” disse lui, prendendola – o tirandola – per mano. “Parleremo guardando il mare.”

Scesero per un sugestivo sentiero, che dal lato sinistro del night si svolgeva aderente alla roccia ed arrivava ad uno spiazzo a picco sul mare. Lì, la musica era soltanto un’eco lontana e ruffiana. Sotto di loro, alla luce della Luna, l’acqua si frangeva in mille riflessi d’argento e le luci dei paesi lungo la scogliera amalfitana erano pezzi di ghiaccio sul panno scuro della notte.

Si sedttero ed egli riprese il suo attacco, traendo fuori dalla camicetta un seno della compagna. Per contrasto, l’inizio di abbronzatura del resto del corpo lo faceva sembrare latteo, vagamente viscido. L’uomo ne artigliò la carne molle, sentendo tra le dita lo spessore della pelle. Le baciò il capezzolo e la punta della lingua gli riportò un sapore salato di sudore. A quegli stimoli, il respiro di Maria Rosaria si fece pesante.

“Non così” disse lei.

Ma, egli non la ascoltava.

Le alzò la gonna e di forza le sfilò gli slip. Fu una lotta tanto eccitante, che gli lasciò a stento il tempo di entrare in lei.

Quando tutto finì, l’uomo era già stanco. Calò, perciò, un imbarazzante silenzio. Per tutt’e due. Per motivi diversi.

“Riportami in albergo” disse semplicemente Maria Rosaria.

Quando l’indomani, verso mezzogiorno, l’uomo bussò alla porta di Maria Rosaria – che aveva voluto prendere una camera singola -, ella aveva già fatto le valigie.

“Alle tre c’è un treno per Torino” gli disse. “Puoi accompagnarmi a Napoli?”

Egli rispose con un semplice cenno di assenso.

“Va bene” disse poi lei. “Ora andiamo a mangiare.”

A tavola, con la testa bassa, come concentrato sugli antipastiche aveva davanti, l’uomo chiese a bruciapelo:

“Cos’è successo?”

“Diciamo che lo pensavo diverso.”

Arrivò il cameriere e portò due piatti fumanti di spaghetti col pomodoro. Sul suo, Maria Rosaria grattugiò il parmigiano con molta cura, come concentrata in operazione difficile, che non lasciava alcuno spazio alla conversazione.

Di riflesso, l’uomo fece la stessa cosa, scegliendo, però, il pecorino.

A Napoli, dopo la partenza di Maria Rosaria, egli girovagò malinconicamente tra i rivenditori di Forcella, quasi fino al tramonto.

Sulla via del ritorno, tra Castellammare e Vico Equense, vide addensarsi nel cielo una nuvolaglia grigia e fredda come il ferro. Arrivò dalla parte del mare, improvvisamente. Bassa e corrucciata, chiuse l’orizzonte da Capo di Sorrento fino a Napoli. Subito, le rocce e gli alberi s’inscurirono, dipingendo un paesaggio contrastato. Ecco, allora, che si levò un vento impaziente. Sbuffi rabbiosi alzarono alta la polvere e scompigliarono i rami degli alberi. Ecco un lampo muto ed immenso, che parve schiacciare l’incipiente buio sotto una luce vivida e fece brillare, cinerea e spettrale, l’acqua del golfo. Poi, goccioloni duri come pietre presero a tamburellare sul parabrezza e ben presto ogni fossa divenne un acquitrino ed ogni viottolo un torrente in piena.

Vedendo tutto quel finimondo, egli mormorò:

“Che l’estate sia finita?”

Guardò verso il mare.

“O forse il cielo piange sulla perduta virtù di Maria Rosaria!”

Sorrise cinico allo specchio retrovisore e scalò di marcia, perché all’improvviso una brutta curva gli si era stretta davanti.

3

Nell’ombra dei campanili

I

Il venti ottobre di qualche anno fa, quando finì di celebrare la messa domenicale, padre Vittorio Leonardi guardò i fedeli a lungo, afferrò il microfono con la mano destra e scrollò il polso sinistro perché l’orologio (che portava lento) gli si era appiccicato alla pelle sudata. Tutti capirono che stava per comunicare novità non facili, ma nessuno intuì la portata storica del momento.

– Carissime anime – esordì padre Leonardi, con la voce sopra tono di un’ottava, – il Vescovo mi chiama ad un’alta missione…

Si fermò, mentre il suo sguardo correva per l’intero tempio, da sinistra a destra e da destra a sinistra, come il fascio accecante di un faro della polizia.

– Se ne va! – sussurrò Mazzacanagghia, mentre dava di gomito a Salvo Viganò.

La signorina Lina Longo, invece, ebbe un soprassalto e sentì il cuore farsi piccolo piccolo. Per don Vittorio provava un’inconfessabile attrazione, anche se il suo sentimento aveva a che fare più col martirio cristiano che col vero e proprio amore, mancandovi i piaceri della carne. Dell’amore c’erano soltanto gli strazi (sempre della carne) e le botte velenose dei pettegoli.

Si aggrappò, quindi, alla coroncina del rosario che portava al collo ed aspettò il seguito, col fiato sospeso.

– L’altra chiesa di questa nostra amata comunità… – riprese a dire padre Leonardi e s’interruppe subito. Non aveva avuto il coraggio di pronunciare il nome della chiesa rivale. Ma, ugualmente un silenzio attento squarciò la noia generale, un silenzio che parve un lampo livido nella notte cupa. Moltissime persone presero un’espressione atterrita, molte altre truce e cinque o sei quella di chi è pronto a fare a pugni. Gli sguardi su di lui sembrarono linee prospettiche sul punto di fuga e la sua pianeta bianca si dilatò dentro le pupille dei fedeli…

Si dilatò fino ad occupare l’intero campo visivo.

Finché il prete si portò due diti al colletto, inghiottì e riprese:

– Dicevo… L’altra chiesa, che…

Guardò gli astanti, chiuse gli occhi… e concluse, quasi urlando (ma molto in fretta, con le sillabe in volata):

– …Che, dopotutto, vi piaccia o no, è la Chiesa Madre!

Davvero, su questa frase potevano crollare le colonne del tempio! Si tenne, quindi, pronto per il martirio.

Fortunatamente, gli ritornò soltanto l’eco del silenzio infinito di prima. A tutti fu chiaro che il prete intendeva tagliarsi i ponti alle spalle e tutti pensarono che, senza grosse coperture dietro, non avrebbe osato parlare in quel modo.

Aspettarono di vederci più chiaro.

– C’è bisogno di un parroco giovane nella parrocchia di San…

Come risucchiati a cercare nella sua gola le parole che ancora nonaveva dette, gli occhi di tutti divennero un flusso compatto, che non prometteva nulla di buono.

– …di San*** – farfugliò il prete. – Quindi…

– Quindi… – disse ancora il prete.

– Quindi? – mormorò di nuovo Mazzacanagghia.

– Quindi… – ricominciò don Vittorio.

– Quindi? – domandò Mazzacanagghia a Salvo Viganò.

– Già! Quindi? – sussurrò, a sua volta, Salvo Viganò a Mazzacanagghia.

La signorina Lina Longo, invece, non domandò nulla. Ma evitò persino di respirare, per non distrarsi. Degli altri, quelli seduti avevano il busto che faceva angolo acuto con le gambe, mentre quelli in piedi pendevano in avanti, come torri di Pisa. Il buon geometra don Felice Motta, sessantaseienne pensionato, da tempo asmatico, ispirò con forza, mandando un fischio di gola, che risuonò triste nella vastità del tempio.

– E quindi? – ridomandò impazientemente Mazzacanagghia.

– Già! E quindi? – risussurrò Salvo Viganò.

– E quindi… – disse padre Leonardi, – ha deciso di mandare lì, quale nuovo parroco…

Ancora un’ultima breve pausa, prima di confermare il più nero presentimento:

– Il sottoscritto!

Poi, una volta che l’aveva detta, la disse completa:

– Anche se io, beninteso, resterò pure il vostro parroco!

– No! – gridò Mazzacanagghia.

– No! – ruggì Salvo Viganò.

– No! – gemettero tutti gli altri.

La dolce Lina Longo, però, riprese a respirare. Egoisticamente, considerò soltanto che l’amor suo non andava via.

Per capire ciò che ho raccontato (e ciò che ancora racconterò), bisognerebbe esserci nati, a ***. O, almeno, conoscerla. Da secoli, lì si combatte una feroce guerra di campanili tra la parrocchia di Santa *** e quella di San ***, con tutto il corollario di eroi, di martiri (anche morti ammazzati) e persino di traditori. Le poche rivoluzioni di cui si conserva memoria non furono determinate dalla fame, o dal rifiuto di una prepotenza. Esse nacquero sempre, piuttosto, da priorità nella celebrazione delle feste (per esempio: a quale chiesa spettava suonare per prima le campane nel giorno di Pasqua?); oppure, da pignolerie nella gerarchia dei preti (e dal Settecento in poi anche in quella dei Santi in paradiso, visto che allora fu data anche a una Divinità  ben più prestigiosà la titolarità del tempio di San***). Si può dire che soltanto negli ultimi anni (dato che nella storia un equilibrio si deve pur trovare) si è arrivati ad un precario accordo: Santa *** è stata elevata a Santuario e San *** ha ottenuto il titolo di Chiesa Madre.

Le reciproche diffidenze, comunque, non erano state ancora superate. Così, quel giorno padre Leonardi aveva davanti gente per nulla ligia agli equilibri. Gli equilibri sono come la politica: cambiano col cambiare dei rapporti di forza.

Perciò, il pensiero unanime fu che voler mettere nelle mani di un solo prete tutt’e due le chiese (come dire: il diavolo e l’acqua santa!) era fatto troppo nuovo e (proprio perché nuovo) pericoloso. Tanto non bastava a sospettarci una manovra sotto?

Padre Vittorio Leonardi, però, era coraggioso e testardo. Si alzò in punta di piedi, per guardare in faccia tutti, anche gli irriducibili del fondo. Vide troppi occhi che promettevano scintille e si tenne di nuovo pronto per il martirio.

– Tutti in canonica! – a quel punto gridò Mazzacanagghia, con la voce del suo avo, Giluormu Miegghiucutieddu, famoso brigante dell’Italia post-unitaria.

E si avviò, seguito da una quindicina di duri, tra i quali, tanto per non far parlare la gente, c’era la signorina Lina Longo.

Non fece molta strada. Padre Leonardi, forte del suo microfono, gli sparò secco:

– E’ chiusa a doppia mandata!… Se vuoi parlare, figliolo, parla qui, al cospetto del Signore!

Mazzacanagghia sbiancò in viso, s’imporporò nelle orecchie, incassò la testa fra le spalle, si piantò a gambe larghe, occhi negli occhi col prete, e disse con voce sonante:

– Io qui, fino a prova contraria, parlo soltanto al cospetto di Santa ***!

In quell’istante si percepì simultaneamente:

a) Mazzacanagghia esprimeva il sentimento generale;

b) padre Leonardi era in difficoltà;

c) s’annunciava un gran tempesta.

Dopo un po’ di secondi che passarono nella generale tensione (e che, perciò, parvero un tempo lunghissimo), Mazzacanagghia chiuse gli occhi e continuò:

– Che le piaccia o no, Santa *** è la nostra mamma! Perciò, è la Patrona della città…

– E senza minchia cacata! – aggiunse la solita voce anonima e sacrilega, dal fondo.

– E la Patrona non vuole parroci in condominio! – proclamò Mazzacanagghia, col tono stentoreo di chi è pronto all’azione.

– Non lo permettono trecento anni di storia!… – confermò con la sua vocetta acuta il professor Rosario Russo, noto e stimato scrittore di storia locale, dalla terza fila (quella dei benestanti).  -O si è Annibale, o si è Scipione!

– Ma, quelli di San *** – volle ribattere addolorato il prete, – che sono?… Maomettani?… Non sono cristiani anche loro?

– Non lo so – disse Mazzacanagghia. – So che non sono della mia parrocchia!… Parliamoci chiaro, padre Vittorio!… Vossignoria, anche se non l’abbiamo scelto noi, è il nostro parroco!… E’ come se dicessimo che… religiosamente parlando, s’intende… lei è lo sposo della nostra chiesa… Se si sposa anche con San ***… mi scusi, ma, sempre religiosamente parlando… lei che è? Praticamente un bigamo!

Scoppiò un applauso f ragoroso. Si fosse votato quel giorno, Mazzacanagghia diventava sindaco.

Padre Leonardi si fece di brace per la rabbia (Lina Longo, invece,si fece di brace sentendo parlar di lui come sposo). Subito dopo, il prete strinse più forte il microfono, tanto che le nocche delle dita gli diventarono bianche e trasparenti come la cera, e sbraitò:

– Ma basta! Basta con le corbellerie!… Ve lo volete mettere in testa che in questo sciagurato paese la guerra dei santi deve finire?

Ciò detto, voltò le spa lle e se ne andò in sacrestia, a gran passi sdegnati.

– Gente!… Se la canonica è occupata, venite a casa mia – urlò Mazzacanagghia.

– E a lei – continuò, rivolto allo spazio vuoto dove prima c’erail prete, – a lei che s’è venduto l’anima ai nemici…

Si erse, quindi, nell’antica posa di Santuzza abbandonata da compare Turiddu:

– A lei la mala messa!

Da quel momento, nel quartiere di Santa *** ci si preparò alla lotta dura.

Come sempre accade in queste occasioni, cominciarono a correre le voci più incontrollate. Alcuni riferirono che c’era chi aveva sentito il Vescovo in persona compiacersi della manovra, perché così, piano piano, senza colpo ferire, sarebbero state messe da parte… non le lotte di campanile, non le polemiche roventi che spaccavano in due il paradiso e le famiglie!… ma le storiche prerogative di Santa ***…

Uno arrivò a sostenere che nella faccenda non era estraneo neppure il Vaticano e subito un altro buttò là, con tono misterioso, la morte troppo improvvisa di Papa Luciani.

Comunque, se l’alto clero s’era fatto i suoi conti, ora bisognava sentir l’oste, cioè Mazzacanagghia.

Prima che arrivasse la domenica dell’insediamento di padre Leonardi a San *** (per l’esattezza, alle diciassette del diciassette novembre… e poi dicono che non bisogna essere superstiziosi!), si voleva organizzare la protesta. Ci furono riunioni a casa di Mazzacanagghia, ormai incontrastato capo.

Quella decisiva si svolse nella mattina del giorno fatale, dalle dieci alle tredici in punto (in tempo per potersi mettere a tavola, abitudine sacra ed irrimandabile nella famiglia siciliana).

– Quei signori, qualche sorpresina nostra, se l’aspettano – disse Mazzacanagghia, ad un certo punto.

– Sanno di che pasta siamo fatti! – esclamò con orgoglio Salvo Viganò.

– Cercano di pararsi la botta! – ridacchiò mastro Antonino Bellerafonte, che tutti conoscevano col soprannome di Spuogghiavientu.

– Ma, noi sapremo andare oltre la loro immaginazione… – si provò a riprendere con tono pacato ed argomentativo Mazzacanagghia, cercando fra l’altro di non mostrare il fastidio per le interruzioni dei seguaci.

E, immediatamente Salvo Viganò esclamò, interrompendolo appunto:

– Noi, il prete traditore, non lo vogliamo più!

– E’ carne di carogna e la lasciamo ai cani! – esclamò pure Spuogghiavientu.

– Bene! – dopo esclamarono quasi tutti.

Cioè, tutti tranne Lina Longo.

– Non buttiamo via il bambino con l’acqua sporca – disse, infatti, la signorina. – Padre Vittorio è un santo e quella gente se lo acchiapperebbero subito!

– E che dici? – le chiese Mazzacanagghia. – Gli diamo pure un premio, per averci tradito?

– Chiudiamolo nella nostra chiesa! – suggerì lei. – Non facciamolo più uscire da qui!… Io, per me… sono pronta a fare la guardia!

– Giorno… e soprattutto notte – ventilò perfidamente Salvo Viganò.

– Pensa che perdita, se se ne va! – sorvolò, invece, Mazzacanagghia, che era un gentiluomo e non amava le allusioni.

Alzò le mani ad imporre il silenzio e finalmente poté dire il suo piano:

– Invece, lo chiudiamo dentro San ***… insieme ai suoi nuovi parrocchiani!

Tutti lo guardarono interdetti. Nessuno riusciva a realizzare come si potesse compiere un’azione simile. Ma, con Mazzacanagghia c’era da scommetterci che il modo lo trovava… lui!

– Così, gli cantano pure la ninna nanna, se ci tengono tanto, al prete! – disse, perciò, Salvo Viganò.

– Cosa?! – saltò su il ragionier Bonaccorsi, uomo schivo, un po’ lento e rispettoso delle istituzioni. – Ma non diciamo fesserie! Per un fatto del genere c’è la denuncia!

– Sequestro di persona! – aggiunse Salvo Viganò, un po’ ritornando sui suoi passi.

– Non sarebbe la prima galera nella storia gloriosa della parrocchia – disse Mazzacanagghia.

Poi, guardò il ragionier Bonaccorsi con occhi fermi, che scrutarono fino in fondo all’anima dell’interlocutore.

– Ragionier Bonaccorsi! – disse. – Mao scrisse che la rivoluzione non è un pranzo di gala!

– E noi non siamo una tigre di carta! – aggiunse subito Salvo Viganò, di nuovo allineato alle posizioni del capo.

– Appunto! – balbettò il ragioniere. – Io non sono per la rivoluzione…

– Io, invece, sì! – disse Mazzacanagghia.

– Anch’io! – disse Salvo Viganò.

– Anch’io! – dissero tutti.

Cioè, tutti tranne Lina Longo ed, ovviamente, il ragionier Bonaccorsi. Egli, uomo dabbene, gesuitico e tardo, davanti a tanto estremismo, non seppe far altro che starsene zitto.

– Faremo così – disse Mazzacanagghia, ormai vincitore. – Ci vediamo qui alle cinque meno un quarto e prima che finisca la messa entreremo in azione…

– E come? – chiese la signorina Lina Longo, con un filo di voce.

– Alle sei meno dieci, tutti insieme, contemporaneamente, con catene e catenacci chiuderemo tutte le porte di San ***.

– Oh, Dio! – si lasciò scappare il ragionier Bonaccorsi, portandosi le mani nei radi capelli.

Gli altri, invece, non dissero nulla, anche se con gli occhi espressero consenso ed obbedienza al capo.

La signorina Lina Longo tacque. La sua mente era troppo impegnata a cercare il modo di neutralizzare il tentativo eversivo.

– E poi, cara Lina, se ti piace potremo star lì per tutta la notte… a far la guardia al prete! – concluse nel frattempo Mazzacanagghia.

Sentite queste intenzioni, la poveretta non ce la fece più a contenersi. Si alzò di scatto e se ne andò verso l’uscita.

– Eh, no! – la fermò Mazzacanagghia. – Il prete non dev’essere avvertito!

Ella spalancò la bocca per la meraviglia e guardò in giro, cercando solidarietà. Trovò soltanto occhi gelidi… e si sentì morire.

– Non vi fidate di me? – chiese, col mento che le tremava per l’imminente pianto.

Mazzacanagghia la guardò dritto negli occhi.

– Ci fidiamo – disse. – Ma, ti avverto che se il prete saprà qualcosa…

Fece uno sguardo eloquente, mentre le apriva galantemente la porta e concluse:

– Di qui, adesso stai uscendo tu, quindi… Mi spiego?

II

Alle sedici e trenta a casa di Mazzacanagghia squillò il telefono.

– Sono Lina Longo – gli disse Lina Longo.

– Bene – disse Mazzacanagghia, un po’ sulle sue (si fidava fino ad un certo punto). – Parla che ti ascolto.

– Davvero non ci sono altri modi?

– Almeno…

Cincischiò col filo del telefono. Da un lato, non gli andava di dare un’idea finita delle soluzioni che era capace di inventare.

Però, intelligentemente, decise di mostrare la sua intelligenza facendo il modesto.

– Almeno, io non so pensarne altri – disse perciò.

– E lo scandalo?… Hai riflettuto sullo scandalo?

– Quale scandalo?

– Diranno che siamo dei violenti.

– Se non facciamo nulla, ci diranno pecoroni…

E per un po’ egli sorrise al silenzio che arrivò dall’altro lato del filo (la battuta era stata efficace, più o meno pensò).

– Che vuoi farci? – aggiunse. – Non si può avere tutto.

– Il vescovo non ce la perdonerà – rilanciò la cocciuta Lina Longo.

– E allora? Ci dia un altro parroco piuttosto, il vescovo!

Aspettò una reazione, che non ci fu (bene!… più o meno pensò ancora) e completò:

– Ci manda un parroco nuovo di zecca, tutto nostro… e noi torniamo buoni come agnellini!

– E la Pacem in terris?… E l’unità delle chiese sotto l’unico Dio?

– Che c’entrano col nostro discorso?

– E Dio come Dio d’amore?

“Ecco, te pareva!” pensò (questa volta alla lettera) Mazzacanagghia, collegando la parola amore con i pettegolezzi che correvano su Lina Longo ed il prete. Ma, ovviamente, non disse niente.

– E la fratellanza cristiana? – incalzò lei.

– Fratellanza con quei vermi? – egli saltò su, a questo punto. – Senti a me!… Solo San *** sa chi sono i padri di quelle malenuove!

Per diversi secondi fu tentato di chiudere la conversazione su questa battuta. Ma, purtroppo, ormai si era troppo avanti e non era il caso di recidere i contatti con lei. Le chiese:

– Come faccio ad esserci fratello?

Ella comprese subito di aver toccato il tasto sbagliato. Le argomentazioni teologiche non erano il mezzo giusto per placare le animosità campanilistiche.

– Io non li difendo… – cercò di riprendersi.

– Brava, allora collabora! Ci vediamo alle cinque meno un quarto.

La signorina Lina Longo tirò un gran respiro, come chi si è deciso, e si aggrappò alla cornetta con tutt’e due le mani. Aveva concepito un piano, che in condizioni normali mai avrebbe osato concepire.

– Avrei un’idea… – cominciò.

– Cioè?

– Difficile spiegarla per telefono…

– E che si fa, allora?

– Perché non vieni, così ne parliamo di presenza?

Mazzacanagghia sospettò l’inganno ed esitò. Ma solo un po’. Non era tipo da far la figura di chi si tirava indietro, specialmente davanti a una donna. Mentalmente, si ripromise di stare bene in guardia ed accettò la sfida:

– Va bene. Fra dieci minuti sarò da te.

Sette minuti dopo suonò alla porta della donna.

– Sono tutti pronti? – chiese lei, mentre lo faceva entrare.

– Prontissimi, credo – egli rispose.

– Il capo sei tu… – gli disse, facendolo accomodare in salotto.

Egli non rispose. Ma, non poté evitare il piacere di confermare indirettamente, dicendole, mentre si sedeva:

– Mi aspettano per passare all’azione.

– E’ vero. Se non ti muovi tu, nessuno si muoverà!

– Già!

– Ma tu… ovviamente… ti muoverai!

– Ovviamente!

– A qualsiasi costo?

– A qualsiasi costo!

“Padre Vittorio, assistimi nella prova!” invocò in cuor suo la signorina Lina Longo, stringendo la coroncina del rosario che portava al collo.

E passò all’azione: pregò a fior di labbra, si fece il segno della croce e, con un improvviso e deciso movimento delle braccia, spalancò la giacca del tailleur.

Non indossava nulla, di sotto… e poté dimostrare che il suo seno, sibbene abbondante, stava ben diritto sulle sue stesse forze.

– A qualsiasi costo? – ella volle domandare di nuovo.

– Oddio! – disse lesto Mazzacanagghia. – Non facciamola esagerata con queste beghe di parrocchia!

Restò con lei fino a tarda notte ed i suoi fedelissimi, che aspettavano lui per entrare in azione, non entrarono in azione.

Così, la messa di padre Leonardi a San *** si celebrò senza disturbi.

Nessuno (tranne quei centocinquanta-duecento amici stretti di Mazzacanagghia) seppe mai come andarono veramente le cose.

4

Pendolari

Per almeno una settimana – il che, per i tempi di attenzione della gente del posto era quasi un’era geologica – la love story di Mazzacanagghia e di Lina Longo tenne occupati i pettegoli, cioè tutti, esclusi i bambini da zero a tre anni.

Nel quartiere di San *** si poté dire che le parrocchiane di Santa *** erano più leste ad alzare la gonna che a dir rosari. In compenso, a Santa *** la fece da padrone il maschilismo più becero.

“In ogni caso” fu la conclusione del ragionier Bonaccorsi, “almeno noi, le nostre corna, ce le teniamo in famiglia!”

Cominciò la solita passeggiata di gruppo – quasi un’assemblea, una riunione del Comitato Centrale -, su e giù nella piazza davanti alle chiesa.

“L’uomo è cacciatore… sì!” osò obbiettare un il deviazionista di destra ‘Mmuccabaddi. “Ma, le nostre femmine non sono lepri!”

“Io so soltanto che la nostra rivoluzione è saltata una perché tu… tu…” ringhiò Cicco Cecco, estremista e deviazionista di sinistra, ma anche noto nostalgico del ventennio mussoliniano, che, però, votava e faceva votare per il partito di centro del Cavaliere Arietta – colui che l’aveva sistemato come puliziere in una cooperativa -.

“Che mi parli di rivoluzione, tu? Fascistone!” lo redaguì Anselmo Bennato, radicale, progressista, divorzista, abortista, femminista, laico e libertario… che, però, votava e faceva votare per il partito di centro del Cavaliere Arietta – che gli aveva fatto pure il dispetto di sistemarlo, sempre come puliziere, nella stessa cooperativa di Cicco Cecca -.

“Ecco qui! La solita persecuzione dei rossi!” accusò Cicco Cecca. “Ma, io non ho paura di te! Io resto fedele nei secoli, come l’arma dei carabinieri! Io non mi vendo per un piatto di lenticchie!”

“Per un piatto di lenticchie no, per un posto di puliziere sì!” commentò tristemente, cioè con il solito sospiro asmatico, il rag. Bonaccorsi, che votava per il partito di centro del Cavaliere Arietta per convinzione, cioè perché liberista e liberale – e non… come dicevano molti… per il posto di ragioniere che questi gli aveva fatto vincere al Comune -.

“Torniamo sull’argomento!” disse Turi Tarantola, muratore tuttofare, che votava per il partito di centro del Cavaliere Arietta, ma dava ragione a tutti. “Lasciateli perdere i fascisti e i comunisti che giocavano a scopone… qui resta il fatto che Mazzacanagghia, leader carismatico di Santa ***, doveva farsi vivo e lottare insieme a noi… e non è venuto!”

“Proprio nell’ora fatale!” aggiunse il prof. Rosario Russo, sempre studioso di storia locale, apolitico – ma, per amicizia, votava per Arietta, quando questi era in lista, cioè in tutti gli appuntamenti elettorali -.

A quel punto, Mazzacanagghia alzò le spalle con sufficienza.

“Per quanto riguarda quelli di San ***… Beh! Ne sto pensando una che… li farà ballare senza musica, come i cornuti che sono!”

Il varco in cui Mazzacanagghia tentò di infilarsi si chiamava Pasquale Giummeri, fervente devoto di San ***, e la moglie Agata Mariannina, bella e bona, ma impermeabile alle vogliose occhiate di tutti i maschi sfaccendati del posto – cioè, di tutti i maschi -.

Mazzacanagghia ogni giorno si incontrava con Pasquale al Bar New York, per bere il solito caffè della mattina… alle sette spaccate, prima di prendere il pullman delle sette e mezzo per Catania, città studiata dallo scrittore Vitaliano Brancati sotto il nome di Nataca).

“Ciao, Maz’’” salutava Pasquale.

“‘Ngiorno!” rispondeva Mazzacanagghia.

Sorbivano il caffè. Bollente, con le famose tre c; cioè, tale che a toccarlo con le labbra era d’obbligo esclamare in napoletano: cazzo, come coce! Poi, subito, di furia, come una volta i contadini affamati sbocconcellavano il nero pane del lavoro, si davano a tirare lunghi fiati caldi dalle sigarette, in ricordo degli appena trascorsi tepori notturni.

“Che dici?… Cheffà piove, oggi?” a quel punto, invariabilmente, chiedeva Pasquale.

Mazzacanagghia, invariabilmente, guardava nel cielo, verso tramontana… e qualche volta rispondeva piove!, qualche altra non piove!

Così, l’amicizia fra i due era diventata esemplare. Era un fatto notevole che uno di San *** e uno di Santa *** viaggiassero insieme, il primo per fare l’operaio, il secondo il supplente di lettere nelle scuole medie. La gente ci scherzava sopra e finì per chiamarli il gatto e la volpe. Naturalmente, la volpe era Mazzacanagghia, notoriamente lesto di parola, mentre Pasquale era un autentico micione sognatore.

Una mattina dei primi di dicembre, in cui l’alba siciliana aveva stentato a sciogliere il gelo che incanutiva l’erba della campagna di ***, la loro differenza di carattere venne fuori, parlando di Agata Mariannina, la moglie di Pasquale.

“Le femmine!… Le femmine sono tutte uguali!” affermò Mazzacanagghia.

“Non tutte” disse Pasquale.

“Tutte! Tutte!” insistette Mazzacanagghia.

La pelle di Pasquale si accese del colore della terracotta nel punto di fresca rottura. Le vene del suo collo salirono come dagli inferi e gocce di sudore errarono inquiete lungo la sua schiena. Ma, non era aggressivo, l’ingenuo amico, e soprattutto era un gregario per natura… per cui disse con una vocetta fessa:

“Mia moglie, senza nulla togliere alle altre, è diversa.”

“Sì, certo!” sghignazzò Mazzacanagghia. “Quella cosa ce l’ha a mandorla, come gli occhi dei cinesi!”

“Mi colma di attenzioni…” buttò lì Pasquale.

“Una curiosità, così, tanto per saperci capire…” incalzò Mazzacanagghia. “Ci fai spesso… Mi spiego?”

Pasquale abbassò gli occhi. Pudibondo, come certe signorine dell’Ottocento, con l’ombrellino e la crinoline sotto la veste.

“Certo!” ammise.

“E allora!” sancì Mazzacanagghia. “Vediamola così… e tutto quadra, tutto si spiega, tutto si capisce!”

No che non si spiegava nulla!

Pasquale si chiuse in un mutismo che, maliziosamente, Mazzacanagghia lasciò lavorare. Il dubbio cominciò a cucinargli la testa e dopo un bel po’, con l’occhio fisso ai manifesti pubblicitari appiccicati sui muri di Catania, si azzardò a dar fiato al suo tormento.

“Credi che Agata non mi amerebbe, il giorno in cui…” chiese.

“E tu prova!” suggerì sornione Mazzacanagghia.

“Va là! Tu scherzi sempre!” volle cambiar discorso Pasquale.

Il pensiero, però, è un diavoletto che, se ti entra in testa, non lo scacci più. Ti avvelena ogni delizia, ti rivolta sgarbatamente la frittata nei momenti di abbandono. Perciò, anche dietro le attenzioni innoccenti (chessò, il caffè a letto, la poltrona più comoda davanti al televisore…) finisci per vederci il buco che diventa una voragine… che tutto inghiotte… in cui tutto ti perdi.

Giorni e giorni, Pasquale si dimenò nella ragnatela del pensiero. Cercò la moglie con più frequenza, per la teoria del chiodo schiaccia chiodo. Tornò spesso a casa, ora con una guantiera di cannoli di ricotta e di cassatelline, ora con un mazzo di rose, ora con un ninnolo di vetro di Murano. Venne la domenica e la portò fuori, dilapidando buona parte del salario in benzina e ristoranti… Insomma, quasi quasi si comportava come i mariti che hanno da farsi perdonare una marachella extra-coniugale!

Purtroppo, poi, alzatasi la polvere della buona volontà, si ritrovava davanti il suo cattivo pensiero… Intatto, indistruttibile, inamovibile, inagirabile!

Fu questo il motivo per cui si decise.

Una sera tornò dal lavoro con un’espressione tragica in viso.

“Oh, Dio mio, che hai?” chiese Agata, appena lo vide.

“Gli acidi!” rispose Pasquale.

“Gli acidi?”

“Quelli della fabbrica… Un’imporovvisa fuoruscita e…”

“Oh, Gesù! E…”

Pasquale tacque e si guardò sconsolatamente nel punto in cui sta la differenza. I suoi occhi divennero eloquentissima testimonianza del rimpianto per un bene ormai perduto.

“Oh, Madre Santa!” singhiozzò Agata, con la testa fra le mani.

“Ma non muore il nostro amore… Non è vero, tesoro?” guaì Pasquale.

“No, no… No!” sospirò Agata.

“Eppoi…” disse Pasquale fervidamente. “Il sesso è soltanto una parte… infinitesimale… della bellezza… tutta spirituale… del nostro rapporto.”

“Certo, certo… appunto!” confermò Agata.

I giorni, che se ne impipano dei drammi umani, si accingevano a riprendere il loro passare. La prima sera Agata raddoppiò le sue premure verso il marito. Gli portò il brodo di pollo – in quella casa, era questa la medicina giusta in tutte le occasioni -. Glielo portò denso e bollente, come piaceva a lui. Inoltre, la mattina successiva si alzò mezz’ora prima e con un bacio gli servì il caffè e il pane tostato, imburrato e con sopra cannella e zucchero.

“Mangia, tesoro” gli disse Agata dolcemente. “Lavori tanto e devi tenerti in forze!”

Che cos’altro poteva mancare alla felicità?

Al ritorno serale dell’indomani, però, ritrovò la moglie sulla soglia di casa, con un sorrisettino dolce, che le errava sulle labbra.

“Al supermercato c’era confusione” cinguettò. “Non me la sono sentita di fare la fila… Ho comprato del salame nel negozio di fronte… Per questa sera, ti accontenti?”

“Ma certo, amore!” la rassicurò lui.

La sera dopo, però, gli fu servito di nuovo pane e salame, questa volta senza scuse. Poi, nei successivi rientri a casa, tanto per cambiare, Agata, volta per volta, gli presentò: Carne in scatola; un piatto di spaghetti aglio, olio e peperoncino; insalata di arance e cipolla; pane con la mortadella; pane col prosciutto cotto; pane e basta (se voleva, però, poteva accompagnarlo con olio, sale e pepe nero)… Qui arrivato, Pasquale non ne poté più.

“Ma, ci vuol tanto a fare un po’ di brodo caldo?” sbraitò.

L’indomani trovò il brodo… Però, fatto col dado (e lui l’aveva sempre schifato).

“Non mi piace!” urlò.

“Ma, non volevi il brodo, ieri sera?” urlò Agata, a sua volta.

“Il brodo… Ma, non questo brodo!”

“Povera me! Tutto il giorno a tenere in ordine la casa che tu continui a disordinare! Non vedo un’amica da secoli! Mi sto trascurando da fare pietà! Mi sento di cinquant’anni più vecchia! Eppoi, eppoi, eppoi…”

Per non sentirla più, Pasquale si alzò e andò a letto senza cena.

Nella notte, però, decise di farla finita con la sceneggiata dell’impotenza. Purtroppo, Mazzacanagghia aveva ragione. Senza quella cosiddetta parte infinitesimale, la moglie s’era fatta una strega piena di rancori. Ma, soprattutto, a farlo decidere definitivamente, fu un lampo nel cervello, che con improvvisa brutalità, illuminò per intero la perfidia di Mazzacanagghia.

Quella mattina Agata aveva chiesto – così… senza parere… come per caso, o per mera curiosità… – notizie proprio su Mazzacanagghia.

“So che gli piace la parmigiana…” aggiunse. “magari domenica la faccio e gliene mandiamo un po’…”

Ecco perché, quella sera stessa, tornato dal lavoro, Pasquale teneva col braccio diritto davanti a sé, in bella evidenza, una boccettina di liquido verde.

“Che cos’è” chiese Agata.

“Succo di mandragola!”

“Succo di che?”

“Mandragola! Miracoloso, secondo la medicina omeopatica… per quel piccolo accidente che sai.”

“Funzionerà?”

“Deve funzionare, se no mi ammazzo!… Ma, non perdiamoci in chiacchiere! Bisogna versarlo nella vasca da bagno…”

“Corro a riempirla!” urlò Agata e già armeggiava con i rubinetti.

Naturalmente, Pasquale uscì dal bagno gridando miracolo! e, lasciando peste d’acqua in tutta la casa, corse dalla moglie.

Il digiuno c’era stato, la meraviglia di Agata era tanta e troppo bisognosa di conferme…

Così, fu necessario ripetere il concetto almeno sette volte.

Alla fine, accendendosi una sigaretta, Pasquale chiese:

“Che si mangia, stasera?”

“Un po’ di pazienza, caro” disse Agata, di nuovo mogliettina, vispa e gentile come un passerotto. “Ti preparo il brodo di pollo, come piace a te.”

La sorpresa fu che, quand’ella tornò con la tazza fumante, Pasquale, a rischio di una irrimediabile scottatura, vi immerse quella sua parte infinitesimale appena miracolata e sentenziò, rassegnato:

“Bevilo tu, il brodo… che a te, non a me, lo ha preparato!”

5

Sotto gli occhi del Liotru

1

La sera in cui tutto cominciò una fitta pioggia era scesa di brutto su Catania. Sciupafemmine – come da sempre lo chiamavano tutti – vedeva l’acqua traboccare gonfia nei marciapiedi, con articolazioni inquiete. La vedeva riccioletta, leziosa e pigolante sotto i canaloni. A tratti, quando passava una macchina, la vedeva aprirsi in viscide e nere ali d’uccello. Il cielo nero, l’asfalto nero, i muri neri si mangiavano la luce dei lampioni, che, perciò, restavano lì, miseramente impiccati, come un monito sulla perdita del senso.

Aveva bevuto, di forza, sette od otto cognac in sette od otto bar diversi, da via dottor Consoli all’inizio di via Androne, da lì a piazza Stesocoro e, poi, fino ai Quattro Canti, per arrivare a Piazza Duomo, solennemente guardata dal Liotru. Dopo aveva salire per via Vittorio Emanuele, fino alla Chiesa all’angolo, davanti alla statua del cardinale Dusmet. Probabilmente, aveva esaurito i bar aperti più frequentati nella zona.

Erano locali deserti… neppure i soliti cogitabondi sui soldi e sulle donne. Il freddo – il freddo terribile del novantatrè, che dalle sue parti nessuno aveva sofferto prima – rendeva casalinghi.

E sarebbe andata meglio se, casalingo, lo fosse stato anche lui. Al più, avrebbe dovuto scegliere il pokerino a casa di Franco…

Invece…

Invece, ero andato  da Adele. Era lei, infatti, che in quel momento gli dava una pazza smania di fare a pugni, o d’aggomitolarsi a piangere sulle scale della chiesa, incurante della pioggia, protetto dalla pioggia!

Adele era l’amante di Ciccio Sciuscia Sciuscia, amico e compagno di bisbocce… e lui, anche se non l’aveva mai vista nuda, ne conosceva tutta la carne morbida. Ciccio, normalmente d’eloquio impreciso ed approssimativo, su certi argomenti acquisiva una rara capacità di messa a fuoco e gli aveva dato figurazioni straordinariamente vivide di Adele a letto, di fronte e di spalle.

Poiché in giro non c’era nessuno, quindi nell’impossibilità di fare a pugni, scelse le scale della chiesa… Chissà che qualche Santo non gli avesse voluto dare il consiglio giusto!

Sotto la cornice del portone centrale, al riparo dell’acqua, trovò un gatto.

“Uhm…” fece, incerto se parlargli o no.

Il gatto lo guardò: senza paura, soltanto attento e pronto all’eventual e lotta. Era uno strano animale. Si capiva chiaramente che non era randagio; anzi, sembrava di razza. Il pelo, di un nero luciferino, era lungo, ben pettinato, morbido e lucido. Era il pelo di chi ha l’abitudine di mangiar bene. Vi brillavano sopra le iridi verdi, con le pupille a punta di lancia.

Pensò – pensò, o disse? – che quel gatto assomigliava ad Adele. Non per gli occhi – Adele li aveva neri, un’autentica rarità coi capelli rossi – e neppure, ovviamente, per altri particolari fisici… Gli pareva che quel gatto, di Adele, avesse la disposizione interiore, la sensualità quieta e perentoria… C’era pesantezza ed agilità, in quelle forme.

Si sedette vicino al gatto, spingendolo col sedere.

“Fatti più in là!” gli disse.

La pioggia cadeva a lenzuolo. Un lampo illuminò il cielo, non molto lontano, dato che il tuono s’udì subito dopo. Il gatto si leccò una zampa, la passò sul muso, la posò di nuovo e tornò a guardarlo tranquillamente.

Sciupafemmine era fradicio d’acqua e sudava. Era prossimo alla liquefazione e aveva voglia di disperdersi negli uadi che gli correvano intorno.

Accarezzò il gatto. Sentì il tepore pieno delle sue forme. Si specchiò nel suo sguardo pacifico, o comprensivo, o indifferente, o… Che penserà mai un gatto, guardando un uomo?

Negli ultimi giorni Sciupafemmine e Adele spesso erano stati insieme. Egli aveva persino avuto la pazienza di farle compagnia nei negozi della Rinascente. Adele provava centinaia di scarpe, di tailleurs, di gonne, di cardigans, di golfini, di felpe e lui si procurava piaceri colpevoli. Verificava, per esempio, la qualità di una stoffa e le toccava le spalle, o un braccio… una piega deturpava la gonna ed egli le accarezzava i fianchi… Un paio di occhiali nuovi erano l’occasione giusta per prenderle i capelli e per aggiustarglieli attorno alla montatura… Finché, proprio quel giorno, si era impadronito del polpaccio della donna, alzandole la gamba per ammirare l’effetto di una calza.

Così, a mezzogiorno – per la prima volta – era andato a trovarla a casa. Nulla di particolare: ella lo aveva invitato a pranzo, poiché era sola e le bisognava un aiuto per i preparativi della sua festa di compleanno.

Al formaggio, in altre parole alla fine del pasto, dato che Adele era una fissata della cucina francese, Sciupafemmine aveva osservato:

“Troppo gorgonzola! Ora, chi ha voglia di lavorare?”

“Eh, no!” aveva ribattuto lei. “Senza cercare scuse!”

Subito dopo c’era stata la sorpresa e l’inizio dei guai.

Adele gli era andata accanto e gli aveva fiatato:

“Il formaggio è afrodisiaco…”

Il suo seno gli danzava vicino agli occhi ed aveva avuto una voce rauca, che andava dritta nel sangue. Avrebbe voluto dirle qualche bella frase, adeguata all’occasione… Ma, l’aveva soltanto afferrata, cercando con la lingua di disserrarle le labbra.

“Che fai?” aveva smozzicato Adele.

“Un secondo e lo vedi” aveva ribattuto lui, rovesciandola sul tavolo.

Adele aveva visto ben poco, purtroppo. Mentre ancora egli trafficava con i vestiti, a tradimento, senza alcun piacere, ogni baldanza gli si esauriva miseramente.

Ora, dentro di lui, desiderio e frustrazione tornavano ad infuriare, insieme alla pioggia che crosciava sulle balate del sagrato.

“Al diavolo…” disse a voce alta e si accese una sigaretta.

A quel punto, il gatto si alzò e si scostò di un paio di metri, andando sotto l’acqua. Poi, con un inaspettato e greve movimento del corpo, allargò le zampe posteriori, si piegò e fece i suoi bisogni.

Sciupafemmine si sorprese a spiarlo. Peggio! Fu catturato da un fascino lubrico ed allarmante. Era come guardare Adele seduta sul water. Ella, coi suoi fianchi larghi, col suo sedere sodo e polposo, probabilmente si muoveva così, quando…

Perciò, non appena il gatto tornò, lo prese in braccio. L’animale non gli oppose resistenza. Lo guardò di sotto…

Era una gatta.

Non lo capì subito, ma in quel preciso momento la sua pazzia per Adele era finita.

Ne cominciava un’altra.

2

Ebbe la coscienza dell’agghiacciante verità diversi giorni dopo, anche se il primo sintomo venne già all’indomani, quando il sole ritornò padrone del cielo, beato come un papa.

Appena sveglio, Sciupafemmine portò la gatta alla luce di una finestra per guardarla meglio. Sul manto erano sparsi alcuni peli bianchi… tanti filamenti di luce che gli diedero una stretta di tenerezza.

Allora andò in cucina e le preparò una ciotola di latte. Poi, se ne stette ad osservare incantato i percorsi della sua lingua sul latte, rapidi e voluttuosi. Credeva che fosse uno scherzare solitario. Nulla di malato… soltanto un fatto malinconico. Ma, molto meno innocente fu il ritrovarsi ancora a spiare la gatta mentre faceva i suoi bisogni.

Andò peggio quando l’animale si lasciò corteggiare da un gattone bianco. Provò un incoercibile fastidio, perse il senso del ridicolo e chiuse il felino nel bagno.

Per alcuni giorni ritornò (spesso) a casa, a sorpresa, come i mariti nei guai. Tanto interesse impotente gli dava spossamento e smania al contempo.

Un pomeriggio, finalmente Adele suonò alla porta.

“Ciao, seduttore” disse, entrando.

“Non pensavo di rivederti” seppe risponderle appena.

“Logico” disse lei. “Sei tu che mi hai violentata.”

Poi, andò a sedersi sulla poltrona in cui abitualmente ronfava la gatta, il che gli provocò una sorta di emozione.

Notò che s’era vestita con eleganza: giacca e pantaloni blu, mise che attutiva un po’ l’esuberanza dei fianchi e valorizzava le lunghe gambe.

“Sempre infoiato?” s’informò, aprendo la borsetta e tirandone fuori il pacchetto delle sigarette.

Ne prese una, accese, tirò una boccata e con chiara soddisfazione sbuffò il fumo verso il soffitto.

“Ho rotto col tuo amico” disse dopo un po’.

“E perché?”

“Gli ho raccontato ciò che hai combinato.”

Francamente, a Sciupafemmine non importava granché. Ma, non era carino, almeno per Ciccio, che era sempre un quasi fratello…

Così, le disse, tanto per dire:

“Debbo quindi aspettarmi di vedermelo spuntare in casa, a fare cavalleria rusticana?”

“Non credo. Mentre raccontavo, ho avuto l’impressione che fosse più infastidito del fatto che gli mandavo in vacca il pomeriggio… Si stava godendo la cassetta con la registrazione dei fuochi di Sant’Agata.”

“Ah!”

Sciupafemmine fece un ghigno sarcastico. Poi, prese una sigaretta dal pacchetto di Adele.

“Chi può dargli torto?” aggiunse, mentre accendeva. “L’anno scorso sono stati spettacolari!”

Come no? Queste sono le cose che ti aggiustano la vita…” disse la donna. “Purtroppo, quella sera è venuto giù un vero e proprio diluvio…”

“Me lo ricordo. Pensavo a te, quando ci sono finito dentro.”

“Spero che almeno ti sia preso il raffreddore!”

“Non mi è successo nulla. Mi sono riparato sotto il portone di una chiesa: culo e camicia col Potere!”

Adele sorrise. Sciupafemmine, perciò, avrebbe dovuto sentirsi in salvo.

“Anche quella sera, come sempre, sono rimasta sola” disse.

“Spesso, quando piove ho voglia di fare all’amore. Ecco perché ho notato che l’amico tuo mi trascura…”

Bene. Stava per dirgli ciò che da tanto tempo Sciupafemmine sognava di sentirsi dire. Si sforzò di credersi in salvo. Infatti, Adele disse:

“Quando mi hai sbattuta sul tavolo, almeno c’è stato il brivido di sentirsi desiderata…”

“Già” commentò Sciupafemmine. “Peccato che non ho fatto molta figura.”

Se la ritrovò vicinissima. “Puoi rimediare…”

Ovviamente, Sciupafemmine accettò l’invito… Ma, mentre le dava quel bacio che gli era stato impossibile alcuni giorni prima, una forza malvagia dentro di lui lo portò a dire:

“Prima, potresti farmi un favore?”

“Quale?”

“Puoi sederti… sul water?”

“A far che?”

“Vorrei vederti muovere fianchi…”

“Cosa?!”

“Sì, come quando ci si libera lo stomaco…”

Naturalmente, Adele lo mollò all’istante e Sciupafemmine, per non uscire pazzo irreversibilmente, decise di uccidere la gatta, per cui la scaraventò giù dal balcone.

Inutilmente.

6

Vaddunari

Pippo Conte, detto Ercolino, stava per morire, disperato perché sapeva che di lui non sarebbe rimasta traccia. Non lasciava nessun ricordo vero, nessun momento della sua vita tale da superare i commenti di cordoglio più immediati – quelli, per intenderci, che si regalano nelle veglie funebri… per i minuti che bastano… tanto per essere ricambiati, quando verrà il nostro turno -.

Per colmo di sfortuna, moriva nel giorno di ferragosto, con la città spopolata. Molti erano andati al mare e quel giorno sarebbero stati proni sulla sabbia e non ai piedi di un deputato. Chi era rimasto non trovava neppure un filo d’ombra, fuori di casa, per scambiare due chiacchiere.

Eppure, Ercolino era stato un uomo d’immaginazione, che, a voler mettere per iscritto i progetti della sua vita, c’era quanto bastava se non altro per la celebrità locale. Purtroppo, però, il tragico destino degli assassini è che debbono tenere nascosti i loro capolavori. Nel caso di Ercolino, poi…

Ma, raccontiamo con ordine.

La prima idea d’uccidere sua zia, vecchia e zitella, gli venne sul finire del settembre precedente, di notte, quando s’era messo in testa di scrivere un romanzo poliziesco, per far soldi, ovviamente. Ecco perché si era messo a gareggiare in ingegnosità omicide con Arthur Conan Doyle, Freeman Wills Crofts, Agatha Christie, John Dickson Carr, Edgar Wallace, Thomas B. Dewey, Peter Cheyney, Rex Stout, Erle Stanley Gardner, Ellery Queen…

Queste cose, poi, le discuteva passeggiando con Enrichetto, detto Sciusciapinseri, anche lui diventato un appassionato di letteratura gialla.

“Ti pare possibile il delitto perfetto?” chiese a Sciuscia pinseri, proprio al centro dello spiazzale davanti al cimitero.

Ercolino si era messo a pie’ fermo, di botto. Pareva che fosse passato l’angelo e l’avesse bloccato lì, con le gambe diventate due querce sulle mattonelle di pece.

“Eh?… off!” fece l’amico, sbilanciato in avanti, ma subito agganciato per il braccio e riportato in linea.

“Certo ch’è possibile!” rispose Ercolino alla sua stessa domanda.

Dopo di che, stette in silenzio per cinque, interminabili secondi.

“Il vero problema sarà la giusta cura dei particolari… Prevedere ed eliminare tutti i possibili indizi che uno può lasciarsi dietro non è mica facile! L’assassino che perde è come un pittore che si concentra sul grosso di un quadro. Finirà per avere una visione incompleta…Invece, non bisogna trascurare il punto di vista ravvicinato. Il delitto d’autore è perfetto negli elementi più piccoli.”

“Hai scoperto l’acqua calda!” obiettò Sciusciapinseri, in un sussulto di scetticismo contadino. “Questo è ciò che si dice in tutti i gialli, anche nei più scadenti… anche nella serie televisiva del tenente Colombo… quella specie di frustrato che trova sempre il modo di provare che l’assassino è uno che nella vita ha successo!”

“Si potrebbe simulare una disgrazia…” continuò Ercolino.

“Già fatto” disse Sciusciapinseri, “Crofts: L’incendio nella brughiera.”

“Bisogna che ci rifletta una notte” concluse Ercolino. “Domani ti dirò la mia ipotesi di delitto perfetto.”

L’indomani, però, Sciusciapinseri fu preso da un’altra passione, quella per la fotografia. Comprò il manuale mondadoriano di Alexander Spoerl, le riviste “Fotografare”, “Clic fotografiamo”, “Progresso fotografico” e “Fotopratica” e non parlò d’altro. Nella serata, addirittura, sembrò pazzo di gioia perché gli regalarono How to make a good picture, edito… pensate un po’!… dalla Estman Kodak Company, Rochester, New York.

Ma, Ercolino non potevo permettersi la stessa volubilità. Sua zia aveva troppi soldi e quattro ettari d’agrumeto con sedici ore d’acqua settimanali nel vicino pozzo. Ad ottobre-novembre col clementine, a dicembre col tarocco, in primavera col calabrese, i commercianti le portavano i milioni fino a casa. L’uccisione della parente, quindi, non poteva essere presa soltanto come una chiacchierata teorica. Realizzandola, avrebbe potuto vivere di rendita, la sigaretta in bocca e il pieno di benzina nell’alfa romeo. La sua giornata l’avrebbe spartita equamente tra le donne e i discorsi incendiari nella sala da barba di Antonio Bubù, un rivoluzionario che falcidiava capelli come se fossero grassi borghesi, sotto lo sguardo malinconico e romantico di un poster di Che Guevara – dove, però, non mancavano sfumature di perplessità, quando Bubù tifava per il milan supermiliardario di Berlusconi -.

Eppoi, lui quella vecchia non la reggeva proprio. Pensò diverse soluzioni, tutte insoddisfacenti. Poteva simulare un incendio dovuto ad un corto circuito. C’era, però, il problema che d’elettricità non ne capiva niente. Di veleni, conosceva soltanto quelli usati nei gialli, inutilizzabili perché anche i poliziotti possono leggerli, almeno in via d’ipotesi. Per un attimo gli venne in mente d’assoldare un killer. Ma, era una soluzione troppo banale e soprattutto non aveva soldi. Anzi, uccideva proprio per mancanza di soldi.

Finalmente, si concentrò sul fatto che sua zia ogni mattina, quando passava il lattaio, usava scendere le ripide scale della sua casa-candela. In quella benedetta città molte abitazioni vanno su filiformi, un piano sopra l’altro, frutto di un abusivismo straccione che ha distrutto la vecchia tipologia architettonica rurale. Concluse, perciò, che bastava far cadere sua zia dalle scale. Magari, se non moriva subito, bisognava finirla con una mazza.

La novità che aveva escogitato era il modo in cui farla cadere. In cima alle scale avrebbe fissato una lenza, invisibile nella semioscurità. Si lambiccò il cervello per giorni, cercando il modo di sistemare bene la sua trappola. Notò che la ringhiera della scala era arrugginita e, quindi, poteva restarvi la traccia della lenza. C’era, poi, un altro problema: come fissare l’altro capo del filo nel muro, senza piantare un chiodo?

Non fece altro che pensare, ben oltre il suo normale costume di vita. Ipotizzò soluzioni pure in bagno, pure quando stava in piazza Municipio, alla fermata degli autobus, ad occhieggiare i sederi femminili che salivano sui mezzi. Lui e Sciusciapinseri erano sempre stati dei patiti degli amori oftalmici!

Infatti, prese la giusta decisione nel corso di una carrellata panoramica sulla cupola tremolante del retro di una maestra cinquantenne. Doveva riverniciare la ringhiera per eliminare la ruggine. Poi, bastava aspet tare che il colore si fosse ben asciugato e indurito e si poteva star sicuri che la lenza non lo avrebbe rigato. Certo, c’era l’inconveniente che un delitto nato dalla voglia di non lavorare cominciava proprio con un lavoro, per di più odioso. Ormai, però, la faccenda era diventata un puntiglio intellettuale, che valeva bene un sacrificio. Per l’appiglio a cui legare l’altro capo della lenza, si poteva piantare un chiodino nell’angolo tra il muro e lo spessore dell’alto battiscopa. Era meglio usare un sottile chiodo d’acciaio. Con un minimo di pazienza, dopo, sarebbe stato facile cancellarne ogni traccia.

Offrì alla zia, gratis, il suo lavoro di imbianchino. Così, aveva modo di stare in casa sua senza destare sospetti. Tirchia, anzi scroccona, com’era, la vecchia ne approfittò subito.

“Da’ pure una sistemata al portone” gli disse. “In fondo lavori per te… Quando morirò, il mio sarà tuo.”

“Appunto!” confermò col sorriso del cattivo nei film.

Non volle sciupare il piano con un’inutile premura. Era preferibile che, ciò che doveva accadere, accadesse verso la fine del lavoro.

Purtroppo, scartavetrare e pitturare gli risultò troppo pesante. Non c’era tagliato. C’erano come dei grumi d’impazienza che gli partivano dallo stomaco e lo facevano torcere tutto. Allora, gli veniva voglia di rompere il pennello e di prendere a calci secchi e barattoli di colore. Accendeva una sigaretta per calmarsi ed era peggio, perché in aggiunta spuntava il mal di testa. Era ovvio che in tali condizioni il lavoro procedesse con esasperante lentezza, tra gli improperi continui della zia-arpia.

“Sei sempre tu!” ella diceva. “Ti fai avanti e non concludi niente!”

Egli rispondeva con un sorriso imbarazzato e la pensava già morta.

Finché, dopo sei mesi di macerante lavoro, avvenne l’irreparabile disgrazia. In una primaverile, luminosa ed indifferente mattina sua zia morì, improvvisamente e senza alcun merito suo.

Accadde il primo aprile, per l’esattezza… quasi che il destino cinico e baro avesse voluto giocargli il suo pesce d’aprile. Infatti, mentre la zia scendeva le scale, per aprire al lattaio… e cadde come corpo morto cade,- avrebbe detto Dante -. Purtroppo, per un fulminante ictus cerebrale!

Così, il suo piano tanto ben architettato non vide mai la luce e, perciò, non ci sarebbe stato nessuno che avesse potuto sospettare la perfezione con la quale stava per realizzare il suo delitto perfetto. Il peggio fu che, venuto a mancare il suo capolavoro, un mese dopo, uno stronzo di medico gli disse che sarebbe mancato anche lui. Mentre il sole di maggio se la rideva come non mai, tanto per fargli dispetto, gli diagnosticarono il cancro.

In lui c’era la stoffa del granduomo e ora… ora nessuno avrebbe mai saputo nulla del suo capolavoro!

7

Un provvidenziale terremoto

Da troppi giorni una smania inoperosa lo scuoteva continuamente. Era come l’intossicazione da caffè: partiva dalla schiena e gli faceva tremare le gambe e le mani. Poi, ci fu il terremoto che per una notte scosse la città dal secolare torpore.

Durò quarantacinque secondi in tutto. Ma, parve il lampo in cui, come dice Montale, vedi le cose in una eternità d’istante. E’ probabile, comunque, che nelle future cronache leggeremo molto sulle stelle di quella notte. Potevi contarle ad una ad una, tanto erano nette e vicine!

“La Madonna, o chi per lei, ha voluto regolare i conti con noi” gli disse Salvo, il giorno dopo.

“E perché mai?” si domandò lui. “Perché la Madonna dovrebbe prendersi la briga di punire quattro mentecatti come noi?”

Ora sospettava che, se non un disegno, in quel terremoto ci fu almeno, un ghirigori divino. Tutto doveva avere un senso. Altrimenti, perché il dies irae gli rovinò addosso mentre giocava a poker?

Anzi, di più: perché proprio mentre era concentrato su un tris d’assi, che, dopo una serata in nera perdita, gli schiudeva speranze di recupero?

Era il primo a parlare.

“Passo” egli disse, maledicendosi mentalmente per non aver fatto il buio. Non potendo rilanciare, per alzare la posta, doveva far aprire qualcun altro.

“Passo” disse pure Salvo.

Ecco, ora c’era il rischio che non aprisse nessuno. Ma, per fortuna, parlò Franco:

“Apro… diecimila!”

E subito dopo Carlo:

“Doppio!”

Prometteva di essere una gran bella mano.

“Come si dice, piatto ricco, mi ci ficco… triplo!” esclamò lui.

“Lascio” sospirò Salvo.

Furono ridistribuite le carte.

Franco ne chiamò una, Carlo si diede servito e lui, ovviamente, ne chiese due.

In quel momento avvenne lo schianto. Non molto lontano, nei bui inquieti della terra, doveva essere successo il finimondo. Dicono che, sotto l’urto della massa africana, un giorno o l’altro, la Sicilia si spezzerà come una canna secca. Si udì un fragore di schegge, che corse nella roccia con la velocità con cui corre nell’aria. Era un rumore cupo, un ringhiare di gola, dei tocchi impazienti e poderosi. Venne dalle pareti, come se ci fosse dentro un pesce che strattonava il campanellino d’una canna da pesca.

Tutti rimasero sospesi, cercando di mettere a fuoco ciò che stava accadendo. Avevano ancora le carte in mano, ma gli occhi andarono al lampadario. Ne videro le scaglie vitree agitarsi con riflessi di luce azzurrata.

Poi, un sopramobile, una bruttissima copia in gesso del Discobolo di Mirone, si abbatté sul ripiano del buffet e subito mancò la luce.

“Il terremoto!” urlò Salvo.

Nel buio egli lo sentì alzarsi, rovesciando la sedia. Probabilmente, voleva correre verso l’uscita. Ma, il tavolo gli impediva la strada e la terra gli oscillava sotto i piedi. Perse l’equilibrio e cadde di fianco, abbrancando il panno verde (e squarciandolo, dato che anche Franco e Carlo vi si erano aggrappati come ad uno scoglio).

“Il terremoto!” fece eco Franco.

“State fermi!” disse lui. “Ne ammazza più il panico che il terremoto… mettiamoci sotto il tavolo.”

“Oh, Madonna bella! Oh, Maria misericordiosa! E quando finisce?” guaiva Salvo, in ginocchio, piegato in due e con le mani sopra la testa.

Allora egli, che già s’era messo sotto il tavolo, lo tirò giù, verso di lui.

Il sisma continuava a scuotere la casa. Anzi, si ebbe l’impressione di un crescendo. I bicchieri coi quali pochi minuti prima si sorseggiava il cognac suonavano sinistramente. Sentì la bottiglia rotolare lungo il tavolo, finché non si frantumò vicino alla sua faccia.

Dopodiché si diffuse un vivo odore di liquore ed avvertì il calore del sangue lungo la guancia.

“Madunnuzza mia! Oh, Santa Madunnuzza!” ripeteva Salvo, sottovoce.

Nel frattempo si udirono gli scalpiccii di Franco e di Carlo. Tentavano di scappare e sbattevano lungo la parete, cercando la porta.

“Quei due si fotteranno l’un l’altro!” pensò.

Poi, sorrise nel buio, come abrebbe sorriso Tyrone Power, quando recitava la parte di Zorro. “Invece io… Anch’io farò la fine del sorcio.”

E, a quanto pareva, la fine del sorcio era la sua personale escatologia.

Per fortuna, venne il momento in cui la Terra smise di tremare e tornò la luce. Allora, non sapeva esattamente da quando, si ritrovò solo nella stanza.

Vide qualche crepa lungo le pareti divisorie, ma i pilastri si presentavano intatti.

“Deve essere stato una signorina di terremoto…” commentò ad alta voce.

Sul tavolo, ancora coperte, c’erano le carte della seconda manche. Gli venne la curiosità di sapere come sarebbe andata a finire.

“Accidenti!” esclamò, guardandole.

La seconda delle carte che aveva chiamato era l’asso di picche. Avrebbe fatto poker d’assi. Franco aveva una scala bilaterale a fiori, ma gli era entrata la regina di picche.

La vera sorpresa la riservava Carlo, quello che s’era dato servito: scala reale media a cuori.

Come si dice, gli avrebbe tolto pure le mutande.

8

La nebbia delle Langhe

La nebbia delle Langhe sconsigliava il viaggio, quella notte. Perciò (forse) l’uomo ingranò la marcia e partì.

Il brutto – anzi, il bello! – venne subito. Già dal cuore di Alba, da piazza Savona, non bastarono più gli occhi per tenere la strada. Ci si aiutava coi ricordi e con le deduzioni. I chiarori dei lampioni spuntavano per un attimo da profondità luciferine solo quando ci passava sotto. Ai lati, le facciate delle case mancavano del tutto. Però, vide l’insegna della Standa e fu un peccato, perché il bello del bello era che la città doveva sparire con lui.

Si consolò all’idea che c’erano ancora due catene montuose da superare, nel silenzio e nel buio, sopra un asfalto viscido e con tante curve a gomito chiuse tra noccioleti e burroni.

In quel momento capì che i fantasmi esistono. Prima se ne stavano nascosti dentro di lui e ora avevano vaghi corpi di fumo. Parlavano e pretendevano risposte. Pure Irma gli ballava davanti al parabrezza.

“Fottuta vita!” concluse a voce alta, mentre lasciava l’abitato.

Procedette così fino a Borgomanera, quando cominciarono i tornanti. Salendo, il freddo e la nebbia diventarono qualcosa di solido e formarono un tutt’uno con la neve vecchia di un mese. La striscia tratteggiata sulla strada era di poco aiuto. Oltre qualche metro non la vedeva più.

Accese il riscaldamento per istinto di conservazione. Arrivò a Borgomale e cominciò la discesa. Cosa ottima: preferiva concentrarsi sulle difficoltà della guida e non pensare alle altre difficoltà. Quindi: seconda, terza e… attento a non toccare i freni!

“Si fa sempre in tempo a morire” disse, come per consolare il cruscotto.

Almeno finivano i dubbi. Irma poteva essere… non sapeva bene cosa… forse la libertà, forse la rivincita… In ogni caso, era una donna attraente. Ma era pure la moglie di Roberto.

Un chilometro dopo dovette ammettere che morire non è cosa facile. Infatti, si fermò, quando improvvisamente, per un recente rifacimento del manto stradale, scomparve il riferimento del tratteggio bianco.

Giunse le mani, come in preghiera, e vi appoggiò la testa. Sentì su di esse il profumo di Irma e si ricordò che lei lo aveva comprato a Grasse, in estate.

Fino a pochi mesi prima, erano due coppie normali… lui e Luisa, Roberto ed Irma. A Grasse colse di mattina il primo sorriso provocante di Irma. La Costa Azzurra e Nizza sono posti buoni per sfasciare i matrimoni. Lì aleggiano ancora i sospiri di Eluard, di Gala… e l’ombra ingombrante di Dalì.

A Nizza Roberto guardava la promenade des anglais, appollaiato davanti al tavolo di un bar, come un rapace che cerca una lontana preda. Un mese prima la Mondadori gli aveva pubblicato Un viaggio d’inferno, il suo primo romanzo.

“La forma è tutto!” disse Roberto. “Ho scritto un libro che farà schiattare tutti i poveracci alla Bertolucci!”

Gonfiò le gote, come usava fare spesso. Nel suo aspetto c’era qualcosa del tacchino e qualcosa dell’aquila. Il corpo massiccio, soprattutto nei glutei, era goffo; ma, il naso adunco, gli occhi piccoli e mobili, sui quali convergevano all’ingiù le sopracciglia, davano l’idea d’un rapace attento.

Proprio in quell’istante Irma, di nascosto, gli posò una carezza devastante sulla schiena e poi gli fece sentire sul dorso della mano il seno grande e tiepido. Dai suoi capelli ramati tralucevano i cerchi d’oro degli orecchini. La pelle ammorbidita dalle creme comunicava la sensualità elaborata delle quarantenni.

Scese dall’auto per fumare una sigaretta. Magari avrebbe capito dove si trovava esattamente. La notte manteneva un assoluto silenzio. Non c’era un alito di vento. Una piuma sarebbe andata a terra in perfetto appiombo.

Spense i fari e, appoggiato al cofano, aspirò con voluttà. Doveva essere non lontano da Borgomale. Dopo, si sarebbe spinto giù nel fondovalle, per risalire di nuovo su, fino a Càstino. Qui sarebbe cominciata l’ultima discesa, fino agli stabilimenti della Miroglio e alla periferia di Cortemilia. Luisa voleva stabilirsi in uno dei nuovi condomini che vi hanno construito. Anzi, addirittura avrebbe preferito trasferirsi ad Alba. Luisa era una brava donna, ma sempre pronta a fargli pesare il contributo del suo stipendio di direttrice del locale ufficcio postale… Da mesi, perciò, dopo le furie amorose iniziali, gli incontri tra loro procedevano con preliminari piuttosto standard… Alla fine, l’unica novità fu che lei accettò di sborsare i soldi per ristrutturare la casa in cui era nata, nel quartiere storico di San Pantaleo…

Novità fino a un certo punto!

Almeno nell’anima degli abitanti, Cortemilia assomigliava al suo paese, perché c’era una vecchia ruggine tra quelli di San Pantaleo e quelli di San Michele. Pure lì, pure dove si era fatta l’Italia unita… infuriava la lotta di campanile… riva destra e riva sinistra del fiume Bòrmida! Le costruzioni migliori, infatti, erano per lo più ubicate in San Michele; San Pantaleo, invece, era ricco di negozi ed uffici.

Fortunatamente o sfortunatamente, però, ben presto erano venuti ben altri e ben migliori argomenti di quelli culturali, quando Roberto era andato a trovarlo a Cortemilia, per comprare del vino.

“Barbaresco… dolcetto d’Alba… troppo cari!… Prendiamo del buon barbera e non se ne parla più!…” disse Roberto, prima di andare a far compere con Luisa.

Rimasti soli, Irma gli si avvicinò.

“Che ci vuole a scioglierti?” chiese.

“Niente” rispose lui. “Chiedi e ti sarà dato!”

“Oh, basta là!” ella disse e lo baciò.

Ma, non persero la testa. Si abbracciarono a lungo; ma, quando Roberto e Luisa tornarono, si erano ricomposti, rimandando a una situazione più comoda la conclusione.

Parlò con Irma soltanto il giorno dopo e perché telefonò lei.

“Mercoledì Roberto non è in casa. Sta fuori fino a tardi, per una cena con i poeti del Canavese… Vieni alle sette!”

Lentamente, riprese la strada verso casa.

Dopo qualche decina di metri la striscia tratteggiata tornò a fargli da guida. A valle, la nebbia s’infittì ancor di più. Dovette procedere a passo d’uomo, con la prima.

Di colpo, vide due fari appannati che gli venivano incontro, altrettanto lentamente.

“Ecco un altro disperato” pensò.

Si incrociarono. Ma, preso dai suoi pensieri, dedicò all’altra auto l’attenzione appena bastante a scansarla.

Quella notte fuggiva da Irma. O meglio, fuggiva dalla vergogna di essere entrato nel suo letto e non aver combinato nulla.

“Tutto sommato, che torto mi ha fatto, Luisa?” si disse per consolarsi. Nudi, lui, e Irma, poterono al massimo giocare a fare Adamo ed Eva ai tempi della beata innocenza. Non ci furono mani o labbra capaci di provocare la giusta reazione.

“Tornatene dalla tua Luisa, poveretta!” fu l’epitaffio di quella bella scappatella.

Forse per questo, quando finalmente, non sapendo neppure come, arrivò a Cortemilia si sentì contento ed abbandonò i propositi suicidi.

Aprì la porta di casa fischiettando.

“Al diavolo!” si disse allegramente. “Voglio restare fuori dalle grinfie di quella pitonessa!”

Poi sorrise a Luisa, che gli sorrise.

“Ciao” le disse.

“Come stai, caro?”

“Così così… Ho avuto difficoltà per la nebbia. Ma, che vuoi farci?… Roberto mi ha portato a Bra, da un pittore amico suo.”

“Roberto?”

“Già, Roberto! Sono stato con lui.”

Cominciò a spogliarsi, giurando a se stesso che quella sarebbe stata la sua ultima bugia.

“E tu?” chiese a Luisa, per cambiar discorso. “Ci sei andata ad Aqui?”

“Da mia sorella, no?”

“Esattamente… Perché? Non dovevi andar là?”

“Certo, certo… caro!”

Indossò il pigiama, andò in bagno a lavarsi i denti e si mise sotto le coperte.

A quel punto, però, sentì che c’era qualcosa sotto il suo sedere. Allungò la mano e tirò fuori una tessera plastificata. Allibì. Era la carta d’identità di Roberto. Si ricordò la macchina incrociata per strada e rivide l’inconfondibile sagoma di una mercedes, proprio quella di Roberto.

“Luisa!” gridò allora e subito un tardivo lampo illuminò il viso incredibilmente rosso della donna.

9

Emigranti

Il confine tra l’isolato ed il superuomo è molto labile. Quando l’intero mondo diventa nemico, qualcuno può cominciare a pensarlo come uno strumento per la propria difesa. Proprio quello stesso mondo.

Ne fece un’esemplare esperienza in Piemonte, nel suo primo anno di insegnamento. Lì, la prima conquista femminile ci fu perché a Marilena piaceva Pasquale.

Veniva dalla Puglia, Pasquale, ed aveva portato un olio fragrante e dorato, che solidificò al freddo immobile di Cortemilia. Poi, gli portò pure il danno della stufa a legna otturata, disperatamente inutilizzabile. Fra i tanti pregi, Pasquale aveva il difetto di piccarsi meccanico e, per migliorare il rendimento della stufa, l’aveva sfasciata definitivamente. Quindi, nelle due stanze più accessori che dividevano il freddo cominciò a latrare come un cane impazzito e le ossa faticavano a stare insieme.

Pasquale era sposato. Nato in un solido ceppo contadino, si era laureato l’anno prima a Urbino, relatore Carlo Bo (come non mancava di aggiungere).

A Cortemilia era arrivato verso novembre, quando la neve aveva già tolto i colori alle Langhe. La mattina, nove su dieci, un cielo che non dava ombre srotolava fiocchi grossi e duri, che venivano giù a piombo e si ispessivano sul terreno e sui tetti delle case. I passanti camminavano con la testa affossata tra le spalle, a irregolari saltelli, per evitare le pozzanghere.

In tutto questo c’era qualcosa che paradossalmente lo riportava alle sieste siciliane. Il gravare, o del caldo o del freddo, l’aveva sempre sentito come un anticipo del silenzio, quando (dice Jacopone da Todi) sé ionto a le prese che stai en terra attumulato.

Soltanto il fiume Bormida aveva scampoli di eleganza, per le bianche merlettature dei detersivi dentro le acque brune di acido fenico.

Fisicamente, Pasquale non era granché, ma dava sicurezza. Perciò gli andò bene con Marilena. D’altra parte, Nicla, sua moglie, era troppo lontana. Non era bella manco Marilena. Aveva i tratti negroidi, i capelli crespi ed il naso camuso. E parlava assai, come troppe donne indipendenti. Era ciò che La Rochefoucauld definiva un petit esprit qui a le don de beaucoup parler et de ne rien dire.

Pasquale amava giocherellare con le parole e nei momenti di ozio, per ridere, rifaceva l’appello delle alunne carine:

“Castelli, regina fra gli uccelli!… Diana e la minchia se ne acchiana! Dotta, ci la dassi na botta!”

Era un ridere nevrotico, alloppiante, che dentro lasciava come un’urgenza, il senso d’un irreparabile spreco. Odiava Pasquale, pur non riuscendo a fare a meno della sua compagnia.

Sul finire di dicembre, l’amico lo portò nella casa che Marilena aveva ad Alba, proprio di fronte alla stazione ferroviaria e, sullo sfondo, il ponte sul fiume Tanaro.

Smesso il nevicare, il freddo si era stabilizzato. Viaggiava sicuro come una rondine, con le ali ferme e salde nelle correnti d’aria. La campagna scintillava di riflessi azzurrati.

Egli se ne stava in terrazza, impavido. Da binari invisibili arrivò il fischio di un treno e gli piacque immaginarlo diretto al Sud. La partenza, forse… ecco la sua vera vocazione! Cercava il futuro vago e promettente, l’eterno inizio…

Volse lo sguardo alla sua sinistra, a Filomena accanto a lui.

“Proprio quel che si dice una massaia del Cilento, che chiede l’iniziativa al maschio!” pensò.

Le circondò le spalle col braccio e gli parve che lei trattenesse il respiro. Le prese il mento fra pollice e indice. Poi, sollevatole il viso, la baciò. Sentì la sua saliva. Fredda, insapore. Gli pareva di esplorarle la bocca, più che baciarla.

Andarono in una stanza. Intorno al pube, Filomena aveva ciuffi folti e scuri, che spiccavano sul ventre latteo, tremolante per una leggera pinguedine. Con la lingua esplorò quell’intrico che dava l’idea di una cozza immersa in un bagno di olio di vasellina. Lei accettava tutto… remissiva… con qualche gemito… tanto per gradire.

Quando tornarono in cucina, Filomena preparò il caffè. Adesso, in quella sua finzione di moglie, sembrava più a suo agio. Egli teneva appesa alle labbra una sigaretta. Gli piaceva ascoltarla.

Era figlia di un maresciallo ed aveva quattro fratelli sparsi per il Nord, tutti sposati e padri di famiglia. A scuola era brava, ma i voti migliori li prendeva in disegno ed in italiano. Gli era rimasta cara una professoressa marchigiana a cui ancora qualche volta scriveva.

Fuori, intanto, le forme delle case e delle colline divennero di morbida spugna. Tutto dava l’idea del silenzio. Persino le automobili che sulla strada lasciavano scie di sporco passavano come riflessi lontani.

Immaginò il treno di prima che correva nel buio. Sentì persino l’odore di chiuso degli scompartimenti. Vide le persone che dormivano e le luci delle stazioni che sciabolavano su di loro.

Pensò, quindi, al giorno dopo. Anzi, ai tanti giorni dopo che ci sarebbero stati, l’uno uguale all’altro, a seppellire inavvertitamente l’emozione che, per quella sera, lo fece sentire vivo.

10

La verità del belga Jean-Claude Bastille

A Torino, prima di partire, passò una serata straordinaria con Mariagrazia. Non aveva mai trovato belli i marmi della via Roma, ma quella sera sfavillavano.

Al Centro Culturale “Lorenzo Delleani” esponeva il belga Jean-Claude Bastille. Erano disegni ossessivi, figurazioni di fogli patinati, accartocciati, come recuperati dai bidoni dell’immondizia. Su ognuno di quei fogli c’era la fotografia di una donna, sempre la stessa, sofisticata e bellissima. Nel catalogo era riportata una poesia di Daniel Schmitt, datata aout 79, i cui versi piacquero molto a Mariagrazia:

Il la déforma longuement

Avec des caresses un peu monstrueuses

Pour provoquer ce plaisir-tourment

Ce plaisir tournant.

“Anche tu farai così, con me?” gli chiese lei.

In Sicilia, mentre il treno percorreva le coste sotto Taormina, il Piemonte si disciolse negli scrosci di un temporale. Il mare prese un bel grigio scortese e la sabbia divenne molle, come i cattivi pensieri in un giorno qualunque.

A Militello, poi, trovò la grandine. Tamburellava sui tetti delle macchine in sosta e, sotto i piedi, i cocci scricchiolavano come il vetro.

Nino venne a casa sua, senza preavviso, quando ormai pregustava il letto.

“Ciao” gli disse. “Vorrei parlarti. Facciamo una passeggiata.”

“Con questo freddo e questa pioggia?”

“Ti prego, è importante!”

Nella piazzetta di San Pietro, appoggiati alla balaustrata di cemento, contemplarono un paesaggio senza luna. Una pioggerella di nevischio pungeva la faccia.

“Sto morendo” gli disse Nino, d’un fiato.

Ebbe un sussulto.

“Cancro allo stomaco…” continuò Nino. “Due mesi fa… Mi hanno operato, ma lo capisco da come mi guardano che sto morendo.”

Scelse di star zitto.

Prese il pacchetto di sigarette e ne offrì all’amico.

Accendettero con qualche difficoltà, date le folate di vento. Non pioveva più, ma il vento era padrone dei vicoli.

“Non sei neppure il primo con cui mi sfogo. Sono disperato e ne parlo con tutti. Piango sempre. Se uno mi capita a tiro, non lo risparmio… Lo so che parlare non mi aiuta… e che quel tizio non può cambiare le cose. Lo vedo il terrore nei suoi occhi! So i pensieri che gli passano per la testa, gli scongiuri che fa… E so che vorrebbe fuggire e dimenticarmi!”

Tirò una lunga boccata di fumo. Improvvisamente, parve quasi rasserenarsi. Sorrise al buio davanti.

“Magari non è così grave…” disse lui.

Nino ebbe una risatina fessa.

“Lascia che vengano i dolori, quelli brutti… e poi me lo dici di nuovo!”

E così, eccolo il cancro anonimo e traditore! Ti insulta per la sua casualità, per l’indifferenza con cui colpisce.

Se i greci non erano più disposti a morire per la Patria, non senza ragione la domanda: Valeva la pena di vivere per quella patria?” pensò, citando Momsen nella sua monumentale Storia di Roma.

Puoi morire con la vita nel corpo e il mondo che ti ricorda; oppure, crescertela dentro, la morte, come se la porta dentro il porco mangiando… e mangiando mangiando… ingrassa, fino a diventare pronto per la mannaia del macellaio.

Nino, davanti a lui, tremante e brutto di paura, certamente era lo specchio veritiero di questa nostra strana mentalità contemporanea… quella che scherza e ride degli eroismi antichi.

Quindici giorni dopo, di nuovo in Piemonte, parlava con Mariagrazia. Erano al Palladium di Aqui Terme, mandando giù un lemon vodka dietro l’altro.

“In ogni caso” disse Mariagrazia, “io propendo per la soluzione degli eroi antichi e non per l’individualismo!”

“Così, non ci pubblicheranno niente” disse. “Diranno che è roba reazionaria!”

“Scriviamo… vedremo poi…” disse Mariagrazia.

Quando, un anno dopo, tornò a Militello per sposarsi – donne e buoi dei paesi tuoi! -, sentì il senso del fallimento globale. Si sposò, insomma, per implosione interna, come pare sia successo al comunismo dell’Est. In Mariagrazia finì per vedere la condizione perenne della sconfitta. Nella nostra epoca nessuno può pensare di restare nella memoria. La società non è più quella giusta e fuori dalla società ci sono soltanto le velleità dei pazzi. Forse, ne nascevano una volta, di persone che riuscivano a tirarsela dietro, la società. Ma, non essendo nessuno né pazzo né antico, egli scelse il matrimonio come si sceglie un suicidio.

11

La stanza chiusa

Palpeggiava il cibo col palato, prima della penetrazione dei denti. I frutti di mare avevano l’odore dell’adolescenza, i funghi trifolati la pelle liscia e morbida, gli spaghetti la chioma guizzante ed i formaggi una forte ed inebriante trasudazione segreta. Gli piacevano, ancora, i peperoni arrostiti, robustosi, et prepotenti, et dolci. Gli rinnovavano il ricordo dei primi turbamenti, dei frammenti di pelle occhieggiati sotto le vesti severe delle lavandaie del suo paese. Mangiava volentieri gli involtini di carne, perché nascondevano delizie interne, che in qualche modo andavano attese, conquistate, svestite… E, per chiudere, a dire che tutto era stato gioco e perversione, andava bene il sapore lieve e gaio delle frutta, insieme alla dolcezza vischiosa e peccaminosa del gelato.

Perciò, la comparsa di Fina era quella di una moglie, più che di un’amante. Non per la firma al municipio, ovviamente. Fina era sua moglie nella quintessenza del loro rapporto. Finiti a letto, fra loro non ci furono grandi acrobazie. Ogni cosa accadde, con giusta metafora, a volo d’uccello. Un compitino svolto diligentemente, senza omettere alcun paragrafo. Mancava, però, il crescere dell’attesa. Per tre volte si esibirono e soltanto alla terza raggiunsero una parvenza di abbandono. Eppure, il loro, era amore, senza alcun dubbio. Lei lo dichiarava con tono di rimprovero. Lui, invece, aveva un sentimento criptico, sepolto in mille inconfessate vigliaccherie.

Dopo i primi incontri, credette di amarla come moglie perché non la pensò più come le precedenti femmes pour la nuit, dove i particolari che riemergono nella memoria sono frammenti di corpi, sensazioni, tecniche, contesti… o, più semplicemente, momenti della vita. Gli approcci furono i soliti. Lei lo accolse in vestaglia, il seno che chiamava sbarazzino dalla scollatura, e mise in funzione lo stereo: chitarra classica, con molto ritmo, arpeggi e rivoli di variazioni… Quasi un’indicazione su come procedere.

“Fermati, stasera” gli sussurrò.

Da quel momento, egli diventò irrimediabilmente marito, cioè lineare, leggibile interiormente. Il bacio rimase il loro contatto più sconquassante. Labbra contro labbra, giocando con le lingue… un accennare e un ritrarsi… un percorrere, in tutta la sua lunghezza, un solco metafora di un altro solco… un attardarsi sui denti, al pari di una pecora beata e senza coscienza!

Dopo, era subentrata la stanza. Piccola, con la tenue luce dell’abat-jour che le dava una smorta tonalità beige. Egli soffriva il caldo degli ambienti chiusi e mai sudò come in quella occasione. Pensava, tanto più, che si vedesse troppo la bianchiccia e gelatinosa rotondità del ventre.

Nei momenti in cui ci si riposava, Fina se ne stava nuda, seduta con la schiena contro il suo torace.

“Hai un forte odore” gli disse.

“E’ la traspirazione dei contadini.”

“Non mi riferivo alla traspirazione.”

Proprio questa presa di possesso dei suoi odori più segreti – sembrava interiorizzarli, dato che li aspirava con gli occhi chiusi – significò il vero matrimonio. Per la vita, nella grandezza e nella debolezza, nel piacere e nel dolore, egli era suo.

“Mi piace giocare” disse lui.

“Che vuol dire?”

“Che mi piacciono le donne.”

“E a me gli uomini…”

Finite le effusioni, lei gli cucinò un gran piatto di spaghetti col pomodoro, premurosa, cinguettante. Mentre raccoglievano il basilico in terrazza, lo abbracciò e dopo cena si sedette sulle sue ginocchia. Era una perfetta mogliettina, per allietare il riposo del guerriero.

Addò vado? Fora fa pure freddo!” cantava Franco Califano.

Ora poteva giurare di non saper più cosa fare. Due cavalli lanciati in direzioni opposte gli squartavano il cuore. Ad esser sincero, la donna gli faceva paura, perché sentiva che con lei finiva peggio che con la moglie.

In fondo, ella non gli regalava nessuna avventura nei mari del Sud, e neppure le malie della maga Circe, e manco il canto delle sirene, o la terribilità dei ciclopi, o i feaci e Nausicaa ingenua e innamorata… Tutto – tutto! – aveva, ormai, l’opacità dei ricordi di scuola. E, forse, Fina nasceva già come un ricordo. Doveva starle lontano. Doveva limitarsi a parlarne e scriverne. Doveva farla rimanere un fatto letterario… per poterla amare in eterno e crogiolarsela dentro, come la più importante delle occasioni perdute.

Appartenevano ad una generazione disperata, lui e lei! Essi, i creduloni, che portavano la fantasia al potere, fumavano lo spinello e predicavano l’amore libero… si accorgevano sempre di più di essere invecchiati dentro un mondo che… se cambiava… non cambiava come volevano loro e, soprattutto, non cambiava grazie a loro!

L’età e la storia – parola, questa, che non riusciva più a scrivere con la esse maiuscola – avevano comunicato che la ricreazione è finita – a dirla con De Gaulle -. La letteratura, come l’estremismo, è sempre una malattia infantile.

Fina pareva averlo aspettato, pur senza conoscerlo, conservando una castità molto più sostanziale di un imeneo intonso. Aveva mantenuto intatto il Sessantotto – un po’ aggrovigliato su se stesso, se volete, data la natura squisitamente maritale della sua proposta -.

La notte del loro primo bacio, a Capo Mulini, sotto Acireale, gli aveva detto:

“Cazzo! Dov’eri vent’anni fa?”

E questa fu l’ultima grande emozione della sua vita.

Ecco perché egli sapeva che non sarebbe più riuscito a fare a meno di lei.

Qualche sera dopo, telefonandole, aspettò a lungo… Dopo almeno sette squilli, sentì una strana nota nella sua voce.

“Prooonto…”

“Sono io.”

“Ah!”

“Disturbo?”

“Sì.”

E riattaccò.

Ebbe un brivido di freddo… Gli era sembrato di sentire una voce maschile che le sussurrava qualcosa… Ora, anche nella sua gelosia impotente, nel suo terrore di perderla, Fina ormai era sua moglie!

12

Come i fantasmi

Nei vent’anni in cui Rocco Champagne fu lontano dal paese, in giro per il Piemonte a cercar lavoro, si portò dentro tutte le facce dell’infanzia e ogni tanto le tirava fuori ad una ad una, come le olive, per superare la malinconia di quelle giornate forestiere, che scappavano via senza sbalzi o novità. Anzi, senza dargli confidenza!

Quando si fermò a Ivrea, dalle parti di Cassinette, a fare buchi nel ferro delle macchine per scrivere Olivetti, lettera 32 sulla strada che porta a Cuorgnè, finalmente cominciò a fantasticare:

“Con che nomignolo mi chiameranno adesso, quei bastardi degli amici del bar New York, ora che mangio formaggio valdostano?… Rocco Bagnacauda? Rocco Neh? Rocco Champagne?… Chissà!”

Era questa la domanda invariabile che si faceva ogni mattina, tra le sei e le sei e mezza, sull’autobus che lo portava al lavoro.

Altrettanto invariabile era la risposta che si dava:

“Se il pecco me l’ha messo mio compare Mazzacanagghia, anti-iuventino com’è, la risposta è facile… Rocco Merde! A me, invece, piacerebbe Rocco Champagne!”

Andò così finché non conobbe Colette. Con lei, almeno, faceva all’amore di tanto in tanto, scordandosi del paese.

Quindi, se la sposò e pensò di fermarsi per sempre in una piccionaia in cima a un condominio che guardava il lungo-Dora.

Non durò molto. Colette era quella che era, una perbenista valdostana che buttava fango sui Napuli e su tutti i siciliani…

“Gente brutta!” diceva. “Gente malvagia! Mafiosi e sporchi!”

Così, i fichidindieti, gli aranceti, gli uliveti, la pasta coi finocchi, i cannoli di ricotta, gli arancini al ragù e l’intero dizionario di parolacce che, quotidianamente, più del Sole, gli scaldavano il sangue… Rocco se li nascose nel cuore, come reliquie dentro un santuario.

E nascose pure i volti degli amici del bar. Soltanto di Mazzacanagghia parlava qualche volta alla moglie, ignorandone l’aria disgustata… perché, degli amici, Mazzacanagghia era il più amico…

Tutto questo finché nacque Lia, cioè la bambina che gli diede Colette. Il paesaggio natio, Mazzacanagghia e il bar, a quel punto, diventarono sfumature lontane, presenze impalpabili e impronunciabili… fantasmi sotto il grigio cielo eporediese, dove manco i temporali avevano passione… Checché ne dicesse il famoso Carnevale, con tutte le sue battaglie a colpi di arance!

Un brutto giorno, però, la piccola Lia andò a finire sotto le ruote di una macchina sulla strada che dalla stazione porta a piazza Camillo Olivetti. Così, egli se la riportò a casa, come fosse un gattino morto sul selciato.

Due mesi dopo morì pure il suo matrimonio. Colette andò via con un olandese – mezzo marinaio, mezzo delinquente… – e poi finì in una casa equivoca di Malta, ancor più giù della Sicilia!

Che doveva fare Rocco, a quel punto?

Vendette tutto e si mise in viaggio per tornare al paese.

Arrivatovi – con la valigia in mano e un ritorno del sorriso antico – si emozionò guardando le pietre e le inferriate panciute dei balconi. Tutto era rimasto identico a come l’aveva lasciato.

Andò al bar New York e la prima persona che vide fu proprio Mazzacanagghia. Aveva gli stessi pantaloni e la stessa camicia di vent’anni prima.

“Mazzacanagghia!” gridò Rocco.

Mazzacanagghia lo guardò con un’espressione interrogativa.

“Mazzacanagghia, non mi riconosci?”

Con le mani gli strinse le braccia e prese a ridere, guardandolo negli occhi.

“Sono Rocco… Rocco… il francese!”

“Sssì… certo!” disse Mazzacanagghia, facendo vedere lo sforzo della memoria.

Poi, si grattò il naso ed aggiunse:

“Ma, che ci fai con la valigia appresso?… Devi partire?”

Avete capito, signori, perché Rocco Champagne due ore dopo si suicidò?

Non volle neppure andare a casa di suo fratello Carmelo. Andò direttamente nella campagna vicina al cimitero.

Ma, prima di saltar giù con la corda al collo, si rivolse a Dio:

“Spero che almeno tu, poi, ti accorga di me… se non altro per il cattivo odore!”

13

Gli occhi di Tyrone Power

Situazione di partenza: un uomo è sull’orlo della pazzia. Si chiama Lucrezio Caro, come il poeta latino (e, naturalmente, è un nome fittizio, come tutti gli altri)…

I

Il trenta maggio del 1994, verso le nove del mattino, Lucrezio Caro si trovava seduto sul pavimento, al buio, in una stanza vuota, se si eccettua il telefono accanto a lui.

Il giorno prima aveva fatto tinteggiare le pareti di bianco.

Improvvisamente, sentì uno squillo. Sobbalzò, ma non allungò la mano ad alzare la cornetta.

Si impose di aspettare un po’…

Infatti, il telefono non mandò più alcun segnale.

Passò qualche minuto e ci fu un nuovo squillo. Uno solo, anche questa volta.

A quel punto egli stava per cedere ai nervi.

Si alzò, andò ad accendere la luce e si chinò sul telefono.

“Bene” vaneggiò con l’apparecchio. “Io sarei pronto a ricominciare, ma tu non sei d’accordo, vero?”

Si piegò ancor di più sul telefono, fin quasi ad accoccolarcisi sopra, e aggiunse:

“E’ chiaro! Chi mi ha fatto la festa non si decide ad andar via dalla mia vita.”

Quindi, scattò in piedi e voltò le spalle a quell’infernale strumento.

“Lei non sa che io, ormai, non ce l’ho più, la vita! Da dovunque chiamasse, chiamava inutilmente… Era la morte che chiamava un morto!”

Subito dopo, però, portò le mani nei capelli e sospirò:

“Oh, mio Dio!… Non posso mica continuare così!”

In qualche modo doveva reagire, magari impegnandosi in mansioni pratiche.

Andò ad aprire la porta e si affacciò sulle scale.

“Gianni, Piero!” chiamò. “Siete pronti?”

“Quasi pronti!” urlò Piero, da sotto. “Prima porteremo su la scrivania.”

“Metterò la scrivania… qui!” cominciò a dire Lucrezio, andando a mettersi con le spalle alla finestra chiusa. “Per non guardare il mondo, che è un figlio di puttana troppo forte!”

E, sragionando così, aprì le imposte, finendo proprio per guardarlo, il mondo.

Vide i grigi condomini sotto l’Etna e sentì il rumore dell’ingorgo al semaforo tra la circonvallazione e la via che scende fino a piazza Mengoni.

“Lo so che sarà una cosa lunga…” sospirò. “Se quel telefono non la smette di sputarmi in faccia i suoi squilli!”

Appoggiò bene le braccia sul davanzale.

Aveva voglia di accendersi una sigaretta; ma, aveva pure deciso di smettere di fumare.

“La finestra è meglio del telefono” pensò. “Sei tu che la apri e, se ti va, sei tu a sputare sugli altri. La finestra ti aiuta. La voce della strada non ha ipocrisie. Comunica una canaglieria chiara, esibita, dalla quale ci si può difendere. Non ci si dovrebbe mai scordare della strada! Bisogna custodire intatta la memoria della sua volgarità, per non averne nostalgia.”

Bussarono alla porta. Si voltò e vide Gianni e Piero che portavano la scrivania.

“Questa dove va messa?” chiese Gianni.

“Proprio dove mi trovo.”

“Non creerà impaccio a chi entra?”

“Meglio… Non mi piacciono le visite!”

Gianni rise. Invece, Piero non fece una piega.

“Non ha tutti i torti” commentò Gianni, mentre sistemavano la scrivania. “Vanno in giro certi scocciatori!”

“Ora le salgo la poltroncina” aggiunse Piero. “Così, potrà sedersi.”

“Questa è una buona notizia” disse Lucrezio. “Infatti, devo ricominciare a muovermi.”

“E come? Con la poltrona?” scherzò Gianni.

“Appunto. Io mi muovo sedendomi a scrivere… Faccio il giornalista.”

“Oh, buon per lei, allora!”

Pensò a Ottinetti, a quando aveva ricominciato a scrivere su L’Attenzione in tandem con Luisa. Era il responsabile della pagina di cronaca giudiziaria. L’esplosione di tangentopoli aveva incredibilmente aumentato il pubblico appassionato del giornalismo di inchiesta. Le inserzioni pubblicitarie, quindi, erano diventate numerose e importanti. Aveva davanti una carriera ricca… magari presto sarebbe passato a una testata nazionale… in ogni caso, aveva messo da parte ogni velleità letteraria.

“Lascia queste imbecillità a Giorgio!” aveva detto Luisa, contenta dei primi guadagni.

Questa frase era stata la fine dell’idea di scrivere biografie di dimenticati eroi… meglio i politici… proprio quei bei politici di paese, ignoranti e mafiosi… a cui aveva accennato il direttore Ottinetti.

Per fortuna, il matrimonio con Elisa si era liquefatto senza troppi drammi, poiché non c’erano figli… anche se… a nove mesi appena dalla loro separazione… Elisa era diventata mamma, grazie a un giovanissimo praticante dello studio legale Artieri e soci, professore universitario di diritto civile all’Università.

“Buon per lei, le dicevo!” gli ripete’ Gianni, forse per la terza volta.

“Buon per me, cosa?” chiese Lucrezio. “Ah, già! Si riferisce al mio mestiere… Come no… considerato che non ho una lira!”

Piero scosse la testa e Gianni rise.

Poi, uscirono a prendere le altre cose.

Quando fu solo, accarezzò il ripiano della scrivania. Gli venne subito l’istinto di cercare qualcosa in tasca.

“’Ffanculo a quando ho smesso di fumare!” mormorò.

Saltò a sedere sulla scrivania e guardò l’altra porta della stanza, oltre la quale aveva accatastato tutto ciò che gli ricordava Luisa.

“Prima fumavo anche troppo…” pensò. “Buon Dio! Quanto della sua presenza c’è ancora, in questa casa! Tolti i mobili, quante abitudini debbo ancora scartavetrare per farla andar via, quella donna!”

Aveva scelto il nuovo mobilio secondo il criterio della mera utilità. Ora, le cose per lui dovevano essere materia pura e semplice, senza incrostazioni affettive.

E niente libri!

Diffidava dei libri. Se uno ci ha a che fare in maniera ingenua, i libri rischiano d’essere una fregatura. Contengono il veleno del passato, hanno idee.

I pensieri degli altri sono madri molto soffocanti. Ti attossicano dentro, col loro spandersi lieve, quasi inavvertito. La tua personalità diventa una cera docile sotto le loro dita.

E’ più salutare non averci a che fare, coi libri!

Si alzò impazientemente e tornò ad affacciarsi alla porta che dava sulle scale.

“Gianni, Piero!” chiamò.

Non gli arrivò alcuna risposta, perciò chiuse la porta e tornò accanto alla scrivania.

Era, quindi, un uomo nuovo e chi si divertiva a telefonargli, chi era riuscito a rovinarlo, sarebbe rimasto deluso. Costui telefonava a uno che non c’era più.

Diciamo che Lucrezio aveva realizzato una specie nuova e contraria di metempsicosi. Anziché far trasmigrare la sua anima da un corpo all’altro, aveva portato il suo corpo da un’anima all’altra.

In fondo, pensava che fosse una pratica di tutti… più o meno… quando variano le circostanze della vita.

Almeno lui, lo ammetteva, aveva sempre proceduto così, fin dai lontani tempi del collegio, quando se ne stava isolato da tutti.

Adattava, man mano, la sua personalità a ciò che lo circondava.

Era, in fin dei conti, una maniera di modellare il suo Io su idee astratte, tirando fuori gli archetipi dai libri che leggeva.

Egli era il figlio del suo pensiero.

Era normale, quindi, che quel giorno, vedendola malriuscita, pensasse di buttare giù una fabbrica di se stesso per farne un’altra…

Ci fu un tocco discreto alla porta. Poi, Giorgio Fano, il suo amico critico d’arte, entrò e venne ad abbracciarlo.

“Come ti va?” gli chiese.

“D’incanto! Sono quasi pronto per il suicidio.”

“Per quello c’è sempre tempo. Ho mandato i tuoi operai a comprarti un minimo di cartoleria.”

“Ecco perché non rispondevano! Grazie, comunque! Mi ero scordato di queste importanti sciocchezze.”

“Spero che nella lista che ho fatto ci sia tutto. Sei proprio malato, nevvero?”

“Meglio dire finito… Sono già morto!”

“Che progetti ha il cadavere?”

“Cinque o sei articoli… Aspettano da troppo tempo.”

Giorgio si portò una mano sui capelli, ravviandoseli all’indietro, e andò a guardare la parete bianca accanto alla finestra.

“La sistemeremo qui!” disse.

“Che cosa?”

“Per ora, la tua tela bianca.”

“Quella che è giù, nel furgone degli operai?”

“E se anche fosse?”

“Non puoi! Quella sembra una tela bianca, ma non lo è!”

Giorgio sghignazzò.

“Come no?… E’ una tela rossa, che s’è vestita da sposa!”

“Essa per me ha un significato preciso” continuò Lucrezio. “E’ ciò che vorrei essere… il nulla, almeno, squaglierebbe pure il ricordo di Luisa!”

Si fermò per guardare il suo amico, quasi con sfida.

“Tocca a me, perciò,  stabilire dove appenderla” concluse Lucrezio.

Giorgio gli diede un buffetto sulla guancia. Era l’unico, forse, che poteva permetterselo: lo sapeva e ne approfittava.

“Non parlare a vanvera!” disse. “Il critico d’arte sono io!”

Andò a sedersi sul davanzale della finestra. Era un suo gesto abituale e per Lucrezio un gran motivo d’invidia. Soffriva di vertigini e neanche in quei momenti disperati sarebbe stato in grado di fare la stessa cosa.

“Per cui faremo un cambio” continuò Giorgio. “Il tuo ritratto è un altro… Ce l’ho a casa e te lo farò arrivare domani. Per intanto, il posto è deciso: qui!”

“Che ne sai dei miei gusti?”

“Tutto! Eppoi, che m’importa dei tuoi gusti?… Piuttosto, acchiappa!”

Tirò fuori dalla tasca interna della giacca una penna dall’aria costosa e gliela porse.

“Bella!” disse Lucrezio, prendendo la penna. “Ma, cominci a farmi venire il mal di testa!”

Gianni entrò, portando due poltroncine. Lo seguiva Piero con una poltroncina e la sua tela bianca.

Lucrezio mise la penna in un cassetto della scrivania.

“Eccoci qua” disse Gianni. E, rivolto a Giorgio:

“Ho comprato ciò che mi ha chiesto.”

“Facciamo dopo i conti” disse Giorgio. Poi, tornando a Lucrezio:

“Mi costi più di una puttana d’alto bordo!”

E, ancora, di nuovo a Gianni:

“Hai comprato pure il vino?”

“E’ la prima cosa che abbiamo comprato” intervenne Piero.

“Complimenti!” esclamò Giorgio e scese dal davanzale. “Sbrigatevi a salire il tutto.”

I due posarono poltroncine e tela e uscirono, lasciando la porta aperta.

Lucrezio andò a prendere una poltroncina e l’accostò alla parete. Mise la tela bianca nel punto in cui Giorgio aveva deciso di appenderla. Portò l’altra poltroncina dietro la scrivania e si sedette.

“Fammi fumare” disse a Giorgio.

“Sei pazzo, amico?… Una volta decisi, i cambiamenti sono irreversibili. Fumo io, invece, che sono rimasto me stesso!”

Giorgio prese la poltroncina accanto alla parete e la piazzò davanti alla scrivania. Sedette comodamente, tirò fuori una sigaretta e accese. Aveva un’espressione beata, mentre gli buttava il fumo addosso.

“Per essere un vero cambiamento,  noi non dovremmo restare amici” gli disse Lucrezio.

“Ti lamenti pure! Sono l’unico che ti è vicino, mentre il mondo attorno a te va a pezzi!”

“Perché lo fai?”

“Perché sono invidioso. E’ chiaro!”

“Pensavo peggio.”

“Tu riesci a fare a meno degli altri ed io no.”

Gianni e Piero entrarono, portando un tavolo sul quale era posata una scatola di cartone e una macchina per scrivere portatile.

Lucrezio si alzò e prese il telefono.

“Mettete qua” dispose.

Poggiò, poi, il telefono sul tavolo.

Guardò dentro la scatola e tirò fuori una bottiglia di vino e una pila di bicchieri di plastica.

“Beviamo?” chiese.

“Certo!” ribatté Giorgio. “Io distribuisco i bicchieri.”

“A che cosa brindiamo?” chiese ancora Lucrezio.

“Al neonato!” rispose Giorgio, con uno dei suoi abituali nonsense. “Speriamo che venga su bene.”

“Quale neonato?” s’informò Piero.

“Ho avuto un figlio” fece Giorgio. “Purtroppo, è illegittimo!”

Bevvero e poi Gianni disse:

“Se non c’è altro… andremmo via!”

“Devo pagarvi” disse Lucrezio.

“Sarebbero centomila lire.”

“Pagalo tu, Giorgio! In questi giorni… io non navigo nell’oro.”

“Come volevasi dimostrare!” esclamò lui e, rivolto a Gianni, aggiunse:

“Quanto hai speso?”

“Con le centomila lire del dottor Caro, sarebbero quattrocentosettantamila.”

“Allora, le cinquecentomila che vi ho già date bastano… Tenete pure il resto.”

“Grazie.”

E, poi, si rivolse a Lucrezio:

“Ha bisogno d’altro aiuto?”

“No” rispose Giorgio, per l’amico. “Anzi, sì!… Vai a prendere un martello e dei chiodi.”

“Giù, ho la cassetta degli attrezzi.”

Gianni uscì e Giorgio riempì di nuovo il bicchiere di Piero.

“Ne vuoi anche tu?” chiese a Lucrezio, mentre versava il vino anche per sé.

“No.”

“Non vuoi annegare i dispiaceri nell’alcol?”

“No.”

“Peggio per te… Comunque, sempre alla salute del bambino!”

Bevve e posò il bicchiere vuoto sulla scrivania.

In quel momento, Gianni tornò con la cassetta degli attrezzi.

“Appendila lì, quella tela” gli ordinò Giorgio, indicando la parete.

Gianni prese una sedia, vi salì sopra, appoggiò il chiodo in un punto del muro e si voltò, per chiedere l’approvazione.

“Una decina di centimetri più in basso” pignoleggiò Giorgio, sogguardando come fanno i critici durante gli allestimenti delle mostre.

Gianni eseguì e si voltò di nuovo. Giorgio assentì, per cui il chiodo fu piantato.

“Ora è tutto a posto?” chiese Gianni, dopo avere appeso il quadro.

“Tutto a posto, grazie e arrivederci!” disse Lucrezio, con un tono un po’ insofferente.

“Arrivederci” disse pure Gianni.

“Arrivederci” fece eco Piero.

“Perfetto” concluse Giorgio, accompagnandoli alla porta. “Ci vediamo… ragazzi!”

Lucrezio si sentiva stanco ed avrebbe preferito restare solo. Ma Giorgio era il suo migliore amico. Qualcosa, quindi, gliela doveva.

“E così hai già stabilito la tua presenza anche nella mia nuova vita” gli disse.

“Lo dici perché ho scelto il posto per il tuo ritratto?”

“C’è di più.”

Tirò fuori dalla scatola tutta la cancelleria che Giorgio gli aveva comprato e la sparpagliò sulla scrivania.

“Usando queste cose, mi ricorderò di te, capisci?… Io, invece, vorrei avere a che fare soltanto con quel fottuto telefono!”

“E perché?”

“E’ un mio nemico… Quindi, la sua presenza mi è necessaria, se è vero che l’odio fortifica… mentre tu mi fai dimenticare l’odio e, perciò, mi indebolisci!… Nel mio progetto tu non dovresti esistere.”

“Ne sono lusingato.”

“Cosa buona per te!”

Giorgio prese un foglio, lo infilò nel rullo della macchina per scrivere e batté un tasto. Poi, parve pentirsi e chiese:

“Preferiresti avere il computer?”

“Che me ne faccio, se il lavoro non ce l’ho più?”

“E gli articoli che devi scrivere?”

“Tentativi! Basta la portatile, per quella roba. Magari, se mi affideranno qualche collaborazione, ricomincio a tutto campo con un computer nuovo di zecca.”

“Pensa a star bene, allora.”

“Una parola! Sarei già contento se riuscissi a dormire.”

“Ed anche a mangiare, no?… Ci nuoti, dentro i pantaloni!”

“Già… Anche a mangiare!”

Giorgio andò vicino alla finestra. Accese una sigaretta; ma, dopo poche boccate la buttò via, direttamente sulla strada.

Appariva nervoso.

“Ascolta, Lucrezio…” cominciò a dire.

Lucrezio lo guardò. Giorgio si portò le mani sulla testa, come per raccogliere le idee. Poi, lasciò perdere e, con un sospiro, disse:

“Niente!… Io ti starò sempre vicino.”

Squillò il telefono.

“Non toccarlo!” urlò Lucrezio.

Ma, subito, costringendosi ad un maggior controllo, aggiunse:

“Vedrai, che ora starà zitto.”

Invece, gli squilli continuarono, finché Lucrezio non si precipitò a rispondere.

“Pronto!”

All’altro capo del filo la comunicazione venne subito chiusa.

Quando riattaccò, Lucrezio doveva avere un’aria distrutta.

Giorgio sbottò:

“Ma che razza d’imbecille dev’essere chi si diverte così?”

“E’ già successo molte volte.”

“Perché non stacchi il telefono?”

“Non ci riesco… Vai via, Giorgio… Vorrei scrivere.”

“Che amico sarei, se me ne andassi?”

“Il migliore, perché voglio imparare a star solo. Se oggi soffro è perché non riesco a stare solo… con Luisa ho perso l’allenamento.”

“Basta. Usciamo da qui.”

“Se imparassimo a stare soli, potremmo essere come Dio! Magari all’immortalità no, ma… cazzo!… all’invulnerabilità sì!… Almeno all’invulnerabilità ci arriveremmo!”

“Usciamo, per favore.”

“Non puoi farti tenere in pugno dagli altri!… Non è ammissibile che ci si debba sentire vivi soltanto se si ha vicino la propria donna!”

“Sono riflessioni sceme, Lucrezio! Usciamo.”

“Ero in collegio… tutti eravamo contro tutti… Finalmente, avevo imparato a fare a meno di tutti. Poi, è bastata Luisa per infognarmi di nuovo!”

“Finiscila! Usciamo.”

“Non posso. Devo ricostruire il mondo.”

“Tu non stai ricostruendo nulla! Hai solo messo dei mobili in una stanza.”

“Sarà pure come dici tu…”

“Va bene, quindi… Usciamo!”

“E dove andiamo?”

“Ti porto in una pizzeria.”

“Dimmi che c’è di meglio, a questo mondo!”

II

Circa due mesi dopo aver cambiato i mobili della sua casa, Lucrezio Caro era di nuovo seduto sul pavimento, al buio, nella stessa, identica stanza di sempre, tornata vuota, tranne il telefono accanto a lui, con in più un quadro appeso alla parete.

Nel dipinto si vedevano le rocce aspre e scure del paesaggio etneo, sopra le quali in diagonale stava scritto:

GLI OCCHI DI TYRONE POWER.

Quella frase era la parte più vistosa, poiché era stata composta con abbondante vernice rossa, tanto da determinare alcune colature di colore, che facevano pensare a certe opere di Schifano.

Il giorno prima i muri erano stati tinteggiati (questa volta di rosa). Infatti, il suo stato d’animo era molto, ma molto diverso, perché con lui ora c’era Anna Nolte…

Che finalmente entrò, con passo lieve…

“Ah, eccoti!” disse Anna, mentre tirava fuori dalla borsetta il pacchetto delle sigarette e l’accendino. “Il camion coi mobili è qui sotto!”

Dopo avere acceso, aprì la finestra:

“C’è un sole magnifico!”

Suonarono alla porta.

“Vado ad aprire” sospirò Lucrezio, alzandosi.

Rientrando, seguito da due facchini che portavano un divano, Lucrezio vide Anna che buttava la cicca dalla finestra.

“Gesto pessimo!” esclamò. “Giorgio lo fa sempre, quando viene qui.”

“Che cosa?”

Lucrezio indicò la finestra:

“Butta le sigarette da là.”

Poi, si rivolse ai due uomini:

“Entrate pure…”

I due posarono il divano in mezzo alla stanza e uscirono, senza dire una parola.

“Chissà se parlano…” si domandò Lucrezio.

E, indicando il divano:

“Forza, sistemiamolo meglio… non addossiamorlo alla parete, però… la libreria la piazzeremo dietro… mia cara, sarà questo il tuo più grande rimorso!”

“Quale?”

“Non odio più i libri!”

Quando il divano occupò lo spazio giusto, Lucrezio tolse il telefono da terra.

“E neppure il telefono mi fa paura!” aggiunse, sedendosi con l’apparecchio in grembo.

Si accomodò meglio e batté la palma sullo spazio accanto a lui, per chiamare Anna.

“Ora ti dirò il mio progetto…” continuò, quando ebbe vicino la donna. “Voglio scrivere un pamphlet apologetico sulla corruzione.”

“Che scemo!”

“Ecco come parla il pregiudizio!”

“Dimmi come parli tu, allora!”

“Certamente! E ti dico che la storia, quella con la esse maiuscola, deve molto alla corruzione, quella con la ci maiuscola! E’ una gran puttana, la storia, ma i figli le vengono bene!… L’arte migliore è nata dalla corruzione. Si disse, ed io ci credo, che dietro il Partenone ci fosse un bel po’ di peculato e la Cupola di San Pietro fu pagata con la vendita delle indulgenze.”

“E poi, ultimamente, da queste parti, la tua amica corruzione ha partorito il nuovo policlinico che stava per distruggerti…”

“E con ciò?”

“Quell’opera d’arte ti ha quasi portato alla demenza!”

“Che vuol dire? Se mi ha fatto male, ora so che mi ha fatto anche bene…”

Entrarono i facchini, portando due poltrone intonate col divano. Silenziosamente, le misero ai lati del divano e uscirono.

“Debbo telefonare a Giorgio” disse Lucrezio.

Poi, guardando il quadro:

“Che c’entreranno mai gli occhi di Tyrone Power con quel paesaggio?”

“E che ti aspettavi da Giorgio?”

“Conoscendolo, direi una roba del genere… Ma, sotto ci sarà qualcosa, ne sono sicuro.”

“E’ un gioco intellettuale, una metafora, insomma!”

Anna guardò il quadro, porgendogli la nuca. “Il titolo discordante con la figurazione ricorda la pittura di René Magritte… Piuttosto, ci vedrei una punta di drammatizzazione… la pietra è così scabra, così apparentemente senza vita… eppure, mantiene la bellezza degli occhi di Tyrone Power!”

Lucrezio le mordicchiò l’orecchio. “E perché, dopo che mi ha mandato il quadro, è sparito dalla circolazione?”

“Per lavoro, probabilmente” rispose Anna, voltandosi e dandogli un veloce bacio sulle labbra.

“No. Sono settimane che su L’Attenzione non trovo articoli suoi.”

“Si sarà voluto prendere una vacanza, sarà caduto nella depressione come te… Che ne so… Eppoi, non è che tu l’abbia cercato molto!”

“In effetti, non l’ho cercato. Da quando preparo l’uscita del tuo giornale trascuro tutti. Anzi, li ho proprio dimenticati… ma, non è da Giorgio dileguarsi così!”

“Beh, morto non è. Si sarebbe saputo.”

Furono distratti dai facchini, che entrarono portando una libreria bassa e lunga. La posarono ed andarono via.

“Sistemiamola” disse Lucrezio, alzandosi.

Mentre sistemavano la libreria alle spalle del divano, Lucrezio fu preso da una certa commozione. “Adesso non ho più paura… Posso rivelarti tutto…”

Anna lo guardò.

“Non fui buttato fuori dalla redazione di L’Attenzione per i miei articoli sugli appalti del nuovo policlinico…” continuò. “Ora posso parlare perché tu hai saputo darmi ben più del lavoro.”

“E’ vero. Se il concetto d’amore esiste, ti ho dato di più.”

“Insomma, ora posso guardare la gente come guardo te: senza aspettarmi una coltellata.”

“Cosa è successo veramente, due mesi fa?”

Lucrezio andò a sedersi sulla poltrona.

“Dammi una sigaretta” disse.

“No. Ma, se vuoi, non fumo neppure io.”

Tornarono i facchini. Uno portava un tappeto arrotolato e l’altro un tavolinetto di legno nero e di cristallo. Disposero il tappeto davanti al divano e sopra vi misero il tavolinetto. Poi, uscirono senza aver detto una sola parola.

“Dunque…” sollecitò Anna.

“Dunque… Chiarisco subito che hanno fatto il tiro a segno su di me… Mi buttarono fuori dal giornale accusandomi di un ammanco di cassa.”

“E come hanno potuto?”

“Per come stavano le cose, hanno potuto, eccome!… Dovevano farlo; anche se io non c’entravo nulla con la scomparsa di quei soldi.”

“Quant’erano?”

“Più di centocinquanta milioni.”

“Mica male!… Chi se li prese?”

“Chi mi diceva che ero l’unico bene della sua vita… Luisa.”

Lucrezio si alzò. Era nervoso, davvero nervoso… L’umiliazione ed il dolore si risvegliavano intatti. Anna mosse le labbra per commentare, ma preferì tacere.

“Da due anni era la mia compagna…” riprese. “Per lei avevo lasciato mia moglie.”

“Non ne parlare, se non te la senti” disse Anna.

“Invece, è meglio che me lo cavi, questo dente… Ormai, il fastidio che doveva darmi l’ho preso tutto.”

“Come vuoi” fece Anna, sottovoce.

“Seppi troppo tardi che Luisa aveva perso la testa proprio per il progettista del policlinico, un certo Mario Galfano.”

“Perché nessuno ti ha mai accusato pubblicamente?”

“E chi doveva farlo? I miei colleghi? Galfano?”

“Perché no, Galfano? I tuoi articoli su L’Attenzione lo mettevano sotto accusa ed erano regolarmente ripresi dalla stampa alternativa della Sicilia… forse Luisa era il suo scudo… Magari una bella dichiarazione pubblica, tipo da che pulpito viene la predica… e ti avrebbe tolto ogni residuo di credibilità… Perché non l’ha fatto?”

“Si vede che gli è bastato il mio licenziamento.”

“Troppo facile.”

A quel punto, Lucrezio decise di dirle ciò che da sempre sospettava:

“Allora può darsi che Luigi Ottinetti, il mio direttore, mi abbia usato come merce di scambio. Io venivo licenziato e Galfano non avrebbe affondato il coltello su L’Attenzione.”

“Non pensi, invece, che in redazione c’era qualche suo amico? Giorgio, per esempio?”

“Forse, ma che se ne faceva? Per le informazioni, gli bastava Luisa, che di me sapeva tutto.”

“Non quadra.”

«Et pourquoi, madame? »

“Manca la solidarietà dei tuoi colleghi… Di Giorgio, soprattutto.”

“Ci fu. Se non mi sputtanarono, è perché i centocinquanta milioni li tirai fuori… Intervenne proprio Giorgio.”

“Giorgio ti diede tutto quel denaro?”

“In parte. Ottanta milioni li avevo già. Disse che, in fondo, pagava un debito… a me era capitato di aiutarlo, qualche volta.”

Lucrezio tornò a sedersi. “Per favore, dammi una sigaretta.”

Anna prese il pacchetto dalla borsa. “Ci vorrebbe un posacenere… Mica possiamo continuare a buttare le cicche dalla finestra!”

Spuntarono i facchini con un complesso stereo e un televisore. Anna posò borsa e pacchetto sul tavolinetto.

“Bene, ecco gli angeli soccorritori!” esclamò. E a loro:

“Posate tutto a terra. Ma, portateci qualcosa che assomigli a un portacenere.”

Uno dei due annuì. Lasciarono il tutto vicino alla porta ed uscirono.

“Che suono avrà la loro voce?” si chiese Lucrezio. “Bah!… Dai, sistemiamo lo stereo!”

Anna indicò un punto. “Il gruppo centrale va messo là, nell’angolo.”

Lucrezio eseguì l’ordine.

“Ora sposta la libreria verso destra… non vedi che è troppo simmetrica al divano?”

Lucrezio spostò la libreria.

“Le casse acustiche devono stare ai due lati della stanza.”

Vennero sistemate le casse, furono inseriti gli spinotti e la spina… e lui si allontanò un po’, per vedere l’effetto generale.

“Apposto!” esclamò. “Ah, il telefono!”

Prese il telefono e lo poggiò sul ripiano della libreria.

Misero il televisore di fronte, lasciandolo per terra, in attesa di comprare il mobiletto adatto. Nel frattempo, i due uomini tornarono e portarono quattro sedie ciascuno. Uno aveva pure un portacenere di plastica e lo diede ad Anna, che lo poggiò sul tavolinetto.

Subito dopo, i due uscirono.

“Manca ancora il vaso di ceramica” concluse Lucrezio, guardandosi intorno. “Però… c’è un bel salto, rispetto a prima!”

Circondò con un braccio le spalle di Anna. “E così la mia stanza cambia ancora… cambia la stanza e cambia il personaggio… Ora, sono un borghese tranquillamente innamorato, che ha comprato l’arredamento in un negozio del centro.”

“Risparmiando tempo, fra l’altro!” confermò Anna. “Ognuno col suo mestiere. Il tuo non è quello di assemblare mobili… come, con gusto discutibile, avevi fatto.”

“L’avevo fatto seguendo il mio stato d’animo d’allora.”

“Era soltanto pazzia… Domani porterò pure dei fiori. Ora, perché non ci fumiamo la nostra sigaretta?”

Gli porse una sigaretta e ne prese una per sé.

Finalmente, accesero.

“Ahhh…” fece Lucrezio.

“Stavi dicendomi di Luisa…”

“Gelosa?”

“Un po’… Dovevi tenerci molto, se ti ha ridotto tanto male!”

“Più che altro, era ormai un’abitudine. Certo è che di lei mi fidavo ciecamente… Conosceva tutti i particolari della mia inchiesta sul policlinico: le mazzette date da Galfano ai politici, il fatto che i titolari della ditta costruttrice erano prestanomi di Galfano, i materiali non corrispondenti a quelli indicati nel capitolato…”

Rientrarono i facchini con un grande vaso di ceramica e un tripode. Lucrezio indicò un punto ed essi sistemarono il vaso.

Poi, egli trasse fuori dal portafogli una banconota da cinquantamila lire.

“Grazie” disse al più vicino, porgendogli la banconota.

“A lei” farfugliò l’uomo.

L’altro salutò toccandosi la visiera del berretto e annuì, mentre col compagno era già sulla porta.

“Hai sentito?” buffoneggiò Lucrezio, sottovoce. “Uno dei due parla!”

“Uno solo!” rise Anna, sottovoce.

“Non si può avere tutto nella vita.”

Ma, evidentemente non avevamo parlato abbastanza sottovoce, perché l’operaio si voltò e gli diede addosso con lo sguardo.

“Non prendertela, amico…” si scusò Lucrezio. “Pensavo che non era male sentirti dir qualcosa… che ne so… magari buongiorno!”

“Ho i miei problemi” rispose.

Lucrezio si sentì mortificato. “Certo… Certo… Scusami, allora!”

“E di che?… Buongiorno, comunque!”

Uscì, chiudendosi delicatamente la porta alle spalle.

“Bingo per lui!” commentò Anna. “Perché non finisci di raccontarmi la tua storia, adesso?”

Lucrezio si grattò il mento, mentre decideva di tornare al vizio del fumo. Accese e riprese il suo racconto:

“I centocinquanta milioni scomparsi mi erano stati affidati per una campagna di solidarietà a favore di un bambino ammalato di leucemia. Li avevo depositati in un conto corrente a nome mio e di Luisa per consegnarli con un semplice assegno. Te l’ho detto… di lei mi fidavo.”

Anna cercò di mascherare il fastidio con uno sguardo ironico. D’altra parte, quel discorso (che, però, andava fatto) spiaceva anche a Lucrezio, che continuò:

“Ciò che non mi va giù è che ci ho rimediato la mia solita figura di cretino… bastò una telefonata di Mario Galfano per mettermi nel sacco…”

“Come, come? Tu e Galfano eravate in contatto?”

“Ci siamo sentiti una volta. Mi chiamò, pare, dalla Liguria. Ma, non ci capii molto… Senza darmi il tempo di riprendermi dallo stupore per la sua telefonata, disse che voleva spedirmi dei documenti, roba sufficiente a far ammanettare molti, anche gente che non conoscevo. Da quel momento cominciarono a demolirmi. Prima ci furono le telefonate anonime. Sapevano tutto di me e minacciavano di mettere in piazza le vergogne… comprese alcune coglionerie con una femme pour la nuit convinta di essere una grande attrice. Dopo, Luisa, inspiegabilmente, cambiò atteggiamento. Prese a rinfacciarmi tradimenti presunti… e quel tradimento vero, anche se ben presto dimenticato.”

“E da chi lo seppe?”

“Non lo so. Probabilmente, da uno dei tanti vermi che popolano questa nostra valle di lacrime!”

“Sentiamo il seguito, allora.”

“Scoprii la nuova relazione di Luisa nella maniera peggiore. In redazione mi chiesero i soldi e in banca non trovai nulla. In compenso, a casa c’era un biglietto, dove Luisa mi comunicava che se n’era andata via. Poi, mi arrivò una telefonata dallo studio legale del professor Artieri… ne sapevo qualcosa, perché un loro praticante convive con la mia ex moglie… penso che parlava Artieri in persona, almeno si presentò così… mi disse che Luisa e Galfano erano partiti insieme… sentii in sottofondo una risatina che mi parve quella di Elisa.”

“E Artieri chi è, di preciso?”

“Un professore universitario, molto addentrato nella politica nazionale… probabilmente, è uno dei pochi che conoscono la città per quella che veramente è… Sospetto che sia l’unico che qui conti più del sindaco… sicuramente comandava su Galfano.”

“Eri arrivato troppo in alto, quindi?”

“Peggio! Ero a piedi scalzi in un nido di vipere… Infatti, poco dopo il telefono prese a squillare decine di volte al giorno… appena rispondevo, riattaccavano.”

“Era Luisa?”

“Quelle telefonate potevano essere un suo messaggio.”

“O, più semplicemente… era la vendetta di Elisa su di te, suo ex marito…”

“No. Uno come Artieri… non si presterebbe a queste minuzie!”

“Forse no… ma, per essere sicuri, bisogna finire l’inchiesta.”

“Già! Troviamo chi ha pagato le bollette del telefono e tutto sarà chiaro.”

Anna fece una smorfia divertita.

“Non è un’idea malvagia” disse. “In ogni caso, il problema da superare è solo nella tua testa… e nel tuo cuore.”

Infatti, Lucrezio non era sicuro d’esser pronto. Per saggiare le sue reazioni, volle entrare nella stanza accanto, quella che fino a quel momento era rimasta chiusa.

Lì c’erano tutti gli oggetti che gli ricordavano Luisa.

“Sono più di due mesi che non apro questa porta…” cominciò a dire.

Si guardò intorno; per un po’, forse a lungo.

“Pare che non m’impressioni più” concluse, sottovoce.

E, con tono più alto:

“D’accordo… Finirò l’inchiesta.”

“Bene” disse precipitosamente Anna.

Gli andò vicino e gli diede un rapido bacio sulle labbra. “Adesso telefona a Giorgio.”

“Che premura c’è?”

“Hai un’idea migliore?”

Le mise una mano fra le gambe. “Ho l’idea migliore… esclusa l’invenzione delle patatine fritte!”

III

Nel tardo pomeriggio di quel giorno, Lucrezio sorprese Anna al telefono.

“Allora, l’aspetto…” diceva all’interlocutore.

Egli la baciò sul collo; ma, lei gli fece vivaci cenni di star zitto.

“Perfettamente d’accordo…”  riprese. “Sapevo che lei è un uomo cortese… ragionevole in ogni caso. Mi creda, per venire le basteranno una quindicina di minuti, non di più… Le do l’indirizzo: via dell’Orto, cinquantasei… cinquantasei, sì… Ah, attento! Il nome sul citofono si vede male. E’ stato scritto col pennarello e si è sbiadito… Però, è facile individuarlo. E’ il più sbiadito… Va bene, quindi… A fra poco.”

Posò la cornetta con aria soddisfatta.

“Ed ora, a Giorgio!”

Compose il numero ed aspettò.

Inutilmente, perché non rispose nessuno.

Que pasa?” le chiese Lucrezio.

Nada… capricci!”

“Allora, è peggio!”

“E’ meglio di non far nulla.”

“Ecco! Sta a vedere che in quella telefonata c’entro io!”

“Vanitoso!”

“Con chi parlavi, allora?”

“Con Artieri.”

Lucrezio sentì un artiglio dentro lo stomaco, che lo riportò a due mesi prima. Il nemico poteva fargli ancora molto male. Ma, era pure vero che doveva affrontarlo, presto o tardi. Meglio subito, allora.

“Stacci lontana!” disse stridulo. “Gli parlo io, a quel verme figlio di puttana!”

“Non ti dar tante arie!” rispose Anna. “Le donne non sono più il sesso debole… Sono cambiate, adesso.”

“Però, i figli di puttana sono rimasti quelli di una volta… Quindi, ripeto: è meglio che gli parli io!”

“Per dirgli che? Forse non è neppure Artieri la chiave per capirci qualcosa, nella tua vicenda… E, comunque, se soltanto la metà di ciò che dicono di lui è vera, non ci sperare proprio che tu, con tutta la tua arte oratoria, lo metti nel sacco!”

“Esatto, il punto debole è Galfano. E’ lui che mi ha telefonato, volenteroso d’incasinare il suo capo.”

“Già, ma Galfano dov’è?”

“Lo sa Luisa e anch’io vedrò di saperlo presto.”

“Magari sarà Artieri a portarci da lui.”

“Che interesse avrebbe?”

“Boh!… Una carta buona da giocare è il fatto che Galfano ti ha telefonato, pronto a tradirlo… Glielo riveliamo e vediamo che succede.”

“Ma… non l’ha tradito!”

“E questo non glielo diciamo… Eppoi, chissà… Potrebbe sempre farlo in futuro. Il dubbio è l’apriscatole giusto per le corazze come quelle di Artieri. In ogni caso, che ne sa, lui, di ciò che Galfano ti ha veramente detto?”

“Mi sembra che poco fa, al telefono, ha cominciato a saperne qualcosa…”

“Non mi penserai così ingenua da…”

“Spero di no.”

“Purtroppo, ci sono le intercettazioni telefoniche e le balle dette lungo il filo possono essere rischiose. Ho accennato a Galfano soltanto per favorire l’incontro… ed ho accennato al suo praticante e alla tua ex moglie…”

“E che gli diremo, quando verrà?”

A quel punto, suonarono alla porta.

“Vai a vedere chi è” disse Anna.

“Ci andrò” le disse Lucrezio, piano.

Mise la lingua fra le sue labbra e finse un brivido di eccitazione.

“E’ seccante…” aggiunse. “Quando la gente non trova di meglio da fare che disturbare sul più bello!”

Era Giorgio.

Lucrezio notò con stupore alcuni importanti cambiamenti. Per esempio, era vestito con l’abituale eleganza: completo antracite, camicia azzurro pallido e cravatta blu intenso con barocchi ricami rossi. Però, egli era sicuro che quelle scelte cromatiche erano state fatte di premura. Mancavano di originalità; non c’era quel grano di bizzarria a lui necessario per essere lui. Gli vide, inoltre, molti capelli grigi, più di quanti ne ricordasse.

“Non c’è più bisogno di telefonare a Giorgio… E’ qui” disse Lucrezio ad Anna, rientrando.

“Telefonavate a me?” si stupì Giorgio. “Ciò mi lusinga davvero!”

“Ciao” lo salutò Anna, andandogli incontro.

“Come va?” chiese lui.

“Non so” rispose Anna. E poi, guardando Lucrezio:

“Che dici, Lucrezio? Potrebbe andar meglio?…”

“Non mi pronuncio” rispose Lucrezio. “Non pongo limiti alla gioia del Budda!”

Quindi, si sedettero, coi bicchieri e la bottiglia di cognac davanti.

“Bene, amici” disse Giorgio, dopo aver mandato giù un bel sorso. “Com’è il tempo sulla montagna di Venere?”

“Buono. Giusto quanto basta per tornare ad incasinarmi!” disse Lucrezio.

“Già pronto al cimento, neh?… Iterum rudit leo!

Posò il bicchiere e si mise molto comodo. Curiosamente, riusciva ad occupare l’intero spazio dei larghissimi braccioli. Era un controllo del territorio, il suo, più che uno star seduto a conversare.

Anna parve infastidita e disse, seria seria:

“Lucrezio vuol riprendere l’inchiesta esattamente da dove l’ha interrotta.”

“Bene” fece Giorgio con un’espressione ora composta. “Chi la pubblica?”

Aurora… è il nuovo giornale che ho fondato!” disse seccamente Anna.

Poi, all’istante – fu quasi un gesto proditorio, un’incursione alle spalle… – riprese il suo sorriso cordiale e chiese:

“Cos’è successo veramente, due mesi fa?”

“Ci furono tanti guai per Lucrezio… Roba da farti perdere ogni fede in Dio e nel prossimo tuo!”

“Questo lo so, ma è soltanto la punta dell’iceberg.”

“Probabilmente.”

Anna prese il pacchetto delle sigarette.

“Vuoi fumare?” chiese a Giorgio.

“Avrei deciso di smettere…” egli disse. “Però, però… che posso farci?… La carne è debole, se mi si perdona la frase scontata, eppur disgraziatamente vera!”

Allungò la mano, prese una sigaretta e la guardò con amore. “Porta il cancro e l’alito diventa una fogna… Eppure…”

Nec tecum nec sine te vivere possum!” completò Lucrezio, citando Catullo.

“Ottima!… Posso prendere un appunto?” provocò, sarcastico, Giorgio.

In realtà, Lucrezio si sentiva inquieto, senza sapere il perché. “Fallo, ma non approfittarne troppo.”

“Da decenni sto sui tre pacchetti al giorno” riprese a dire Giorgio, mentre accendeva. “Ma, il cancro ancora non s’è deciso a venire… Eppure, il cancro sarebbe una buona morte. La aspetti a letto, tranquillamente, al caldo, con tutto il tempo per sapere che la morte è morte… e basta!… Nessuna mistificazione eroica, nessun camuffamento!”

“Come accadde ad Ettore sotto le porte Scee?” chiesse Lucrezio.

“Ah! Ti riferisci a quel retoricissimo poema che ancora vi sforzate di far piacere al menefreghista pubblico odierno? Sì, il deprecato concetto era quello!”

Qui Anna volle riportare il discorso sui binari giusti e disse:

“Sono sicura che coi suoi articoli Lucrezio abbia solo sfiorato la verità sull’affare del policlinico…”

“Beh, anche così, scatole ne ha rotte tante!” disse Giorgio. “In questa città gli imprenditori si contano sulla punta delle dita di una mano… Galfano non era merce che si potesse toccare senza mettere in discussione un bel po’ di posti di lavoro!”

Era, questa, un’osservazione comune, un’osservazione che non stava in piedi e che irritava Lucrezio. “Con tutti i soldi che ruotavano attorno al policlinico c’era di che fare abboffare un milione di poveracci!”

“E’ vero!” rispose Giorgio, quietamente. “Lo sai tu, lo sa Anna e lo so io… Ora, però, spieghiamolo ai disoccupati… L’impresa Galfano ha chiuso!”

“Non sarà stata colpa mia, per caso?” saltò su Lucrezio. “Io ho soltanto scritto ciò che succedeva. Chi ha perduto il lavoro se la prenda con chi li combinava, gli intrallazzi, non con chi li ha denunciati!”

“Che vuoi farci? E’ gente grossolana!” sfotticchiò Giorgio. “Pensa un po’… ce ne sono ancora tanti che giocano al tirasegno con la tua fotografia!”

“Chiaro!” si intromise Anna. “Allora, è per questo che hanno sentito il bisogno di distruggerlo? Non bastava farlo licenziare da L’Attenzione?”

“Non bastava” rispose Giorgio. “Erano troppi gli amici che volevano ballare sul suo cadavere.”

“Dici che erano gli operai a farmi le telefonate mute?” disse Lucrezio, ironicamente.

“Questo no” rispose Giorgio.

“E chi, allora?” incalzò Lucrezio.

“Già, chi?”

Anna lo guardò negli occhi con molta serietà e disse lentamente:

“Hanno voluto inebetirlo, prima che andasse troppo avanti… Hai qualche pensiero, al riguardo?”

“Più che un pensiero, ho una domanda… che non cambia…” disse Giorgio, mandando giù in un sorso il cognac rimasto nel bicchiere. “Resta a vedere chi telefonava!”

Poi, mentre tornava a servirsi. “O, forse, conviene dire: sta a vedere… quanti!… telefonavano!”

Lucrezio divenne attento in misura spasmodica. Forse, la storia prendeva una svolta interessante. Onestamente, fino a quel momento non aveva messo in conto che… forse… a fargli le telefonate mute c’era stato pure qualche altro. Già, forse all’altro capo non c’era Luisa; o, almeno, non solo lei… forse… forse…

Purtroppo, in quel mentre, a suo parere inopinatamente, Anna indicò Gli occhi di Tyrone Power e  chiese:

“Che significa quel quadro, Giorgio?”

“Ti rispondo con Picasso: quel quadro vuol dire un quadro.”

Ella si alzò e prese dalla libreria l’Annuario dei pittori contemporanei, lo sfogliò un poco e lo chiuse.

“Ho cercato il nome del pittore” disse. “Qui non c’è nessun Vincenzo Aurese.”

“Non può esserci” confermò Giorgio. “Vincenzo Aurese vale meno di un imbianchino.”

“Non è strano che un critico d’arte faccia un regalo simile?”

“Il perché del mio regalo lo sa Lucrezio…”

“Come faccio a saperlo?” disse Lucrezio, ancora perso dietro alle sue riflessioni e ancora infastidito per l’intervento di Anna. “Sono mica un dadaista, io?”

“Non alludevo all’estetica!”

“Anche Oscar Wilde invecchia!” pensò Lucrezio. Questa volta Giorgio aveva mancato la battuta… niente colti non-sense e/o bagliori surreali. Con la sua rispostuzza, gli era rimasto davanti… così scopertamente, così banalmente… stizzito!

Anna, ovviamente,  ne approfittò subito per un altro affondo.

“Spiegati meglio, Giorgio” disse.

“Quel quadro rappresenta molto nella vita di Lucrezio… e nella mia!”

“Certo” disse Lucrezio. “Rappresenta l’idea che i tuoi regali, come le mie inchieste, non valgono granché.”

Giorgio lo guardò ansioso. “Vuoi dirmi che tu non l’avevi mai visto prima?”

“Mai!”

Visibilmente turbato da questa risposta, Giorgio si volse ad Anna. “Potrei avere un bicchiere d’acqua?”

Anna andò in cucina. Lucrezio Io guardava perplesso, mentre se ne stava col capo chino, finché non poté mandare giù qualche sorso.

Poi, con inaspettata enfasi, Giorgio cominciò:

“Pensavo che tu sapessi che quel quadro apparteneva a Luisa…”

Si alzò. Andò fino alla libreria e ne accarezzò il bordo.

“Sto scrivendo un racconto…” cominciò.

Anna guardò Lucrezio, perplessa. Giorgio se ne accorse e Lucrezio rivide negli occhi dell’amico quell’antica compiacenza di stupire gli uditori.

Giorgio continuò:

“Il protagonista si chiama Mimmo Fanti. Tra il quarantaquattro e il quarantacinque, di ritorno dalla Russia, si ritrova partigiano sulle Langhe cuneesi. Prende un nome di battaglia, Arturo, e sul fazzoletto fa scrivere un motto: Basta con le donne!… Ora, dice a tutti, il momento è serio e le donne non c’entrano, le donne fanno diventare la vita di un uomo una giostra un po’ cretina…”

Qui si avvicinò ad Anna.

“Vedrai che il nesso c’è” le disse. “Però, risparmiami il femminismo, per favore…”

“Non me ne importa nulla” ella rispose. “Infatti, ti ascolto. Continua.”

“Pochi mesi prima dell’arrivo degli alleati, il nostro eroe viene catturato dai fascisti ed a questo punto della storia entra in ballo un fucile!”

“Ecco! Ci avrei giurato che spuntava un’altra cosa!” esclamò Lucrezio. “Alla fine, non ricorderemo più di che si parlava!”

Giorgio lo guardò serio. “Me ne ricorderò io, purtroppo… Anche se accetterei di farmi seppellire vivo, se servisse a scordarmene!”

Si volse ad Anna. “Parlerò con te, che hai più pazienza!… Quel fucile appartiene al suo migliore amico, Filippo Lante… E’ nelle Brigate Nere e lo fa fuggire il giorno dopo la cattura. Dai tempi del liceo avevano diviso tutto, tranne quell’ultimo maledetto scorcio di quella maledetta guerra… Al contrario di lui, l’amico non lo ha dimenticato. Lo nasconde a casa sua, lasciandolo solo con la moglie… Un giorno Filippo rientra inaspettatamente e li trova a letto insieme…”

Giorgio si avvicinò al quadro. Stette ad osservarlo per un po’. Poi, lo accarezzò delicatamente.

“Il fucile è stato nascosto qui dentro” disse, indicando il quadro. “Con quell’arma, un uomo si è sparato in bocca davanti ai due amanti… questo gesto è stato un grido di amicizia. Non gli era possibile reagire altrimenti…”

Lucrezio notò che Giorgio era percorso da un lievissimo tremore…

“E’ venuto il momento più brutto, Lucrezio…”

Anna si spazientì:

“Fai meno teatro, Giorgio, e vieni al dunque!”

“Filippo Lante era un uomo coraggioso” rispose Giorgio, sempre rivolto a Lucrezio. “La sua non fu una fuga, ma la vendetta più crudele… Soltanto dopo, da vecchio, inutile e solo, Mimmo Fanti lo avrebbe capito e mi avrebbe raccontato tutto…”

Voltò improvvisamente le spalle a Lucrezio. Prese un’altra sigaretta dal pacchetto di Anna, andò alla finestra, accese e buttò il fiammifero direttamente sulla strada.

“Non lo so se io mi sono comportato peggio o meglio… La verità è che Luisa ti ha lasciato per me, Lucrezio!” disse, quasi sottovoce.

Non era male, come colpo di scena.

Ci fu una lunga pausa.

Poi, riprese:

“Ero convinto che tu avessi già capito tutto, il quadro era un messaggio… Per questo oggi sono venuto! Speravo che la tua nuova situazione mi rendesse più facile chiederti scusa…”

Lucrezio avvertì la mano di Anna sulla sua. Nella sua testa, però, c’erano soltanto le spalle di Giorgio, in controluce davanti alla finestra. Fu come se avesse perso i lineamenti del viso.

“Quando Luisa mi regalò Gli occhi di Tyrone Power disse che lì c’era… come dire?… lì c’era tutto di lei… Vi avrei trovato la chiave del suo passato e del suo presente. Disse pure di averlo acquistato in un momento importante… A quindici anni, mi pare.”

Ne erano successe di cose, due mesi prima!

Lucrezio restò a guardare Giorgio. Gli pareva che qualsiasi sua reazione, a quel punto, sarebbe suonata falsa, innaturale. Davvero, non sapeva che fare.

Giorgio riprese:

“Non trovando il coraggio di parlarti, ho pensato che, facendoti arrivare il quadro, avresti capito che tra te e lei c’ero io…”

Si voltò. Per un lungo istante, ebbe negli occhi un’espressione esaltata, anzi di vera e propria sfida… tanto che Lucrezio distolse i suoi… urtato, anzi quasi quasi inverosimilmente annoiato, o almeno senza nessuna voglia di continuare il confronto su quel piano. I suoi drammi sentimentali erano una storia già vecchia, lontana, forse estranea.

Insomma, Lucrezio cominciava a sospettare che non gliene importava nulla di Luisa.

Infine, Giorgio ebbe una risata stridula:

“Porca puttana… che bugiarda, quella donna!”

E la voce di Anna suonò metallica:

“Eri tu l’autore delle telefonate anonime?”

“Ma, per chi mi hai preso? Ci fu un momento in cui hanno telefonato anche a me! Identica modalità: uno o due squilli e poi riattaccavano…”

Si volse, quindi, a guardare Lucrezio:

“Eravamo nelle stesse condizioni, amico mio… anche se non lo sapevo e pensavo che Luisa fosse partita per Vienna, dove mi doveva aspettare… Invece, hanno cominciato a telefonare… Ho persino pensato che fossi tu…”

“Perché avrei dovuto?” disse Lucrezio.

“Non lo so. In quei giorni ero pazzo!”

“Ancora un volta fratelli…” sorrise tristemente Lucrezio. “Tutt’e due abbandonati e pazzi!”

“Ora, fratelli, non lo siamo più, dato che nella cacca ci sono rimasto da solo… Luisa mi ha piantato in asso.”

Finalmente, qualcosa quadrava.

C’era soltanto il particolare spiacevole che (se era andata come lui cominciava a pensare) Lucrezio ci faceva la solita figura del fallito. Altro che eroe messo in croce per la sua coraggiosa inchiesta! Era stato un patetico cornuto, raggirato da una donnetta. Meno male che gli venne da ridere.

Ed, infatti, rise.

“Stai bene?” gli chiese acidamente Giorgio.

“Vediamo di dare un po’ di ordine a questa vicenda di pazzi e di quattrini” disse Lucrezio ad Anna, ignorandolo. “Luisa, quindi, doveva fuggire con lui per andare a Vienna, aveva bisogno di soldi e perciò ha rastrellato il denaro dal mio conto corrente. Mi ha lasciato in un mare di guai, questo sì… Ma, non c’entravano nulla né Artieri né Galfano.”

“E le telefonate anonime?” chiese Anna.

“Forse non erano per me…” disse Lucrezio. “Magari, cercavano Luisa. Penso che abbia dato una botterella pure a Galfano… Così, il poveraccio verificava se era rimasta con me, nel caso avesse risposto al telefono.”

“O se era con l’amante…” aggiunse Anna, indicando Giorgio.

“Facile, se telefonavano anche a lui…”

“Il tuo licenziamento da L’Attenzione, quindi, sarebbe stato un fatto provvidenziale, ma non voluto…” concluse Anna.

“Esatto!” confermò Lucrezio.

“E la telefonata che ti fece Galfano?” domandò Anna.

“E’ la dimostrazione che lui aveva perso la testa per la mia adorabile convivente…” disse Lucrezio. “Debbo ammettere che in certe cose è piuttosto brava.”

“Che dici?” lo apostrofò Giorgio. “Luisa odiava Galfano!”

“Se odiava lui come amava te…” fece Lucrezio.

“Con me Luisa voleva ricominciare la sua vita da zero” protestò Giorgio. “Non posso pensare che giocasse su due tavoli!”

“Veramente, a quanto pare, i tavoli sarebbero almeno tre… Forse, questa è stata la stessa identica balla che ha detto a Galfano…” disse Lucrezio, finendolo. “Solo così si spiega il sussulto di onestà che aveva quando mi telefonò.”

“E la telefonata di Artieri?” incalzò Anna.

“Galfano scompare per cercare Luisa” rispose Lucrezio, “perciò Artieri si accerta abilmente che lei non sia con me.”

“Mi pare un po’ stirata” fece Anna. “In ogni caso, da qui a poco potremo sapere tutto.”

“Spiegati” disse Giorgio, ora inquieto.

“Artieri sta per arrivare.”

“Fai venire a casa tua quel porco?” disse ancora, piuttosto alterato.

“Perché no?” ribatté Anna.

Proprio in quel momento suonarono alla porta.

“E’ Artieri… Vado io” fece Anna, alzandosi.

Artieri era un bell’esemplare di anziano coi capelli candidi. Aveva almeno settant’anni, ad occhio e croce.

Entrò con passo tranquillo.

“Buonasera, signori” disse.

Quindi, vedendo il quadro, ebbe un moto di sorpresa e vi si avvicinò.

Gli occhi di Tyrone Power…” disse. “Opera strana ed interessante. Che significa?”

“Lei che dice?” ribatté Lucrezio.

Artieri sorrise prima di rispondergli. Quell’antipatica nonchalance non lo abbandonava mai.

“Purtroppo, dottor Caro, l’arte non è la mia maggior competenza.”

“Ed è venuto per colmare la lacuna?” ironizzò Giorgio.

Artieri gli rivolse uno sguardo che scivolò subito via.

“No, mi ha convinto la signora Nolte.”

Quindi, si volse ad Anna e sorrise:

“Ed ho fatto bene… Complimenti! Lei è bella, oltre che in gamba. Pensavo che fosse impossibile procurarsi il numero del mio cellulare. Poi, mi dice chi glielo ha dato.”

“Non posso, ovviamente… anche se la sua galanteria meriterebbe uno strappo alla regola” civettò Anna. “Ma, s’accomodi… Qui, sul divano, vicino a me.”

“Ottimo posto” disse Altieri, sedendosi.

“Ora, professore…” continuò Anna, “lasci perdere la galanteria… Ci racconti, invece, la verità su ciò che è successo al dottor Caro.”

“Dobbiamo parlare del nuovo policlinico?”

“Non ci faccia troppo ingenui!” sbottò Lucrezio. “Lei non direbbe mai la verità su quella vicenda. Mi basterebbe sapere che cosa è successo a me!”

“A mia notizia, lei è stato licenziato per un ammanco di cassa…”

“E chi può di dir di no?” disse Lucrezio. “E prima?”

“In faccende di questo tipo, prima può esserci stato tutto ed il contrario di tutto.”

“Non fu lei a comunicarmi che Luisa Conte aveva preso i soldi e s’era involata col suo pupillo?”

“Purtroppo, questa è la legge dell’amore: ogni felicità ha un risvolto di tristezza… Vedo, però, che lei è un uomo fortunato… Nel cambio ci ha guadagnato.”

“Davvero gentile!” si inserì Anna. “Ma, il dottor Fano non pare molto convinto dei sentimenti della signora Conte per Mario Galfano.”

“Io credo, invece” disse Artieri, ignorando Giorgio ostentatamente, “ che la signora Conte non ha mai provato per quel signore i sentimenti ch’egli le attribuisce…”

“E crede il falso!” scattò Giorgio. “Luisa era infastidita proprio dalle premure di Galfano.”

“Probabilmente è ciò che diceva a lei.”

Poi, si rivolse di nuovo ad Anna:

“Galfano e la signora Conte prima sono andati a Parigi, dove hanno abitato in un appartamento di mia proprietà in rue de Clichy. Ora si sono trasferiti più lontano, addirittura oltreoceano. Ne hanno abbastanza degli intrallazzi della politica locale e, fortunatamente, possiedono denaro bastante per rifarsi una vita ovunque…”

“Vi prego di togliermelo davanti!” proruppe Giorgio.

“Per me, non sarei neppure venuto.”

“Lei, professore, deve dirci molte cose” disse Anna. “Per esempio, ha idea di chi possa essere stato l’autore delle telefonate anonime ricevute dal dottor Caro ai tempi dell’inchiesta sul policlinico?”

“Quali telefonate?”

“Che faccio?” chiese Lucrezio ad Anna. “L’ammazzo?”

“Davvero non ne sa nulla, professore?” insistette Anna.

“Ammetto di tenere qualche dossier nella mia cassaforte…” disse Artieri. “E c’è pure un fascicolo intestato al dottor Caro. Sa che, prima di conoscere lei, ovviamente, è stato… come potrei dire?… un po’ gigolò, un po’ psicopatico e un po’ minchione… certo, a pensarci bene, si tratta di peccati veniali… Come pensa, allora, che io potessi usare un ricatto così lieve in un affare importante come quello del policlinico?”

“Per esempio, passando le informazioni al suo pupillo Galfano, per aiutarlo ad insidiarmi la donnasidiarmi la donna” ipotizzò Lucrezio.

Artieri ebbe il sorriso del maestro che coglie lo scolaro in una grossolana ingenuità.

“Lei conosce poco i metodi della politica” disse, “se pensa che ci si metta allo scoperto in un’avventura tanto incerta e capricciosa come la seduzione di una donna

“Per quel che ne sapevo” aggiunse, “la signora Conte avrebbe potuto anche rifiutare le avances dell’ingegner Galfano e metterla in guardia sui miei dossier.”

Sorrise ancora placidamente e dopo una pausa sentenziò:

“Non rivelo mai al nemico l’arsenale completo.”

“Mi dica, allora, se ha un’opinione al riguardo” disse Anna.

“Forse, più di me, ce l’ha il signore” disse Artieri, indicando Giorgio.

Giorgio non reagì. Abbassò gli occhi e ammise sottovoce:

“Può darsi che io abbia detto a Luisa qualcosa…”

“E la signora ha riferito a Galfano” concluse Artieri. “Il resto è semplice.”

“Era gente di Galfano a telefonarmi, quindi?” chiese Lucrezio.

“Probabilmente… a mia insaputa” rispose Artieri.

Si accomodò meglio. Era come se conversasse con amici… con calma, con bonomia addirittura.

“Certe telefonate hanno una logica nelle faccende d’amore, non nella mia politica… Io… ahimé!… mi emoziono soltanto di fronte alla mera utilità!”

“E poi?” chiese Anna. “Sia il mio amico, sia il dottor Fano, per molti giorni sono stati messi sotto pressione dal continuo squillare del telefono, a cui poi non seguiva niente. Lei era l’unico che poteva avere un guadagno da questo gioco.”

“Libera di non credermi, ma ne ho notizia soltanto adesso. Del resto, non avevo alcun bisogno di usare mezzi tanto elementari per togliermi il fastidio procuratomi dal dottor Caro…”

“Eppure” lo interruppe Giorgio, “stasera il fastidio di venirci a trovare se l’è preso! Non era meglio che anche questa volta ricorresse a mezzi meno compromettenti?”

“Forse…” ammise Artieri, dedicandogli ancora una volta un’attenzione fuggevolissima. Poi, si rivolse esclusivamente ad Anna:

“Ma, non si valuti più del dovuto, signora Nolte! Non mi sento debole, anche se sono qui, disposto a ragguagliarla su tutto ciò che so.”

“Non la preoccupano i documenti ai quali accennavo per telefono?”

“Ammetto che mi darebbero fastidio. Vedremo, quindi… Se sarà inevitabile, studieremo qualche soluzione. Ora, a prova della mia sincerità, le dirò come ho messo a tacere il dottor Caro.”

Per lunghi istanti, col pollice si massaggiò il dorso del naso. Dopo, intrecciò le mani sullo stomaco, prendendo una strana positura fratesca. L’Attenzione è un giornale di opposizione… un’ottimo giornale!… graficamente ben curato e con splendide immagini… Purtroppo, nella ditta che ha l’appalto del policlinico ho amici… ed anche in quel giornale… si sa, i giornali hanno bisogno di denaro, di molto denaro, per mantenere i loro standard qualitativi… perciò, qualche volta si rivolgono a chi comanda e chiedono aiuti… Non le sembri strano. E’ noto che la pratica dell’opposizione, al giorno d’oggi, salva l’anima a chi l’attua e, al contempo, non causa veri guai a chi è al potere… E’ stato facile, quindi, comprare il giornale e far leva sulla gratitudine, quando il dottor Mazza ha esagerato.”

“E l’ammanco?” chiese Anna.

“Una scusa vale l’altra.”

“Non capisco perché lo ammette” disse Anna. “Ora il dottor Caro scrive sul mio giornale… Io non ho ricevuto regali e l’inchiesta può ripartire tranquillamente.”

“Ora le cose sono cambiate… Ora, per esempio, lei, signora Nolte, potrebbe essere un utile sprone per migliorare le cose in questa città…”

Si fermò, evidentemente compiaciuto della meraviglia dipinta sui visi di Giorgio e di Lucrezio. Solo Anna manteneva un’espressione attenta ed impassibile.

Riprese:

“Faccia diventare il suo giornale la voce della vera opposizione!… E’ giusto, in democrazia non si può essere d’accordo su ogni cosa. Su molti argomenti lei potrebbe avere ragione, potrebbe addirittura… perché no?… anche farmi cambiare idea!… Io penso che la vera rivoluzione sia sempre un processo graduale, mai un atto velleitario. La rivoluzione è fatta di piccole vittorie, che non danno alla testa… E una vittoria gliela comunico subito: il progetto del nuovo policlinico non decollerà più… E’ morto perché… perché aveva ragione il dottor Caro!”

“E tutto questo lei lo ammetterà pubblicamente?” chiese quietamente Anna.

“Intanto lei ci monti su una bella campagna di stampa e noi ci faremo convincere… Per ora, si accontenti! Noi le verremo incontro, troveremo i giusti finanziamenti per la testata, faremo nascere un’organizzazione… e così daremo uno sbocco politico alle esigenze di moralità e di cambiamento!”

Si volse a guardare Lucrezio. Ma, probabilmente, egli non aveva un aspetto rassicurante. In effetti, aveva soltanto voglia di spaccargli la faccia.

“In fondo” disse Artieri, tornando ad Anna, “ciò sarebbe una giusta riparazione per i tanti brutti momenti che il suo amico ha passato. Fra qualche mese si vota e lui potrebbe portare la sua battaglia in parlamento… Mi creda, signora Nolte, un potere intelligente non ha superbia… Sa pure cedere, se è il caso.”

A questo punto, guardò Lucrezio dritto negli occhi, nonostante il suo aspetto non fosse per nulla mutato.

“In fondo, lei, dottor Mazza, non deve assolutamente cambiare pelle! Resti nel partito d’opposizione in cui milita… Magari, non troverà donnine pronte a darle le loro grazie… si accontenti di me, che farò in modo che il suo partito non resti d’opposizione!”

“Perché questo discorso non lo fece due mesi fa?” chiese Anna, come se parlasse del tempo.

Artieri sorrise:

“Il potere non ha superbia, ma neppure generosità superflue.”

“Una scusa vale l’altra, ha detto… A chi venne l’idea di far scomparire i soldi?” chiese Lucrezio.

A la guerre comme à la guerre!” disse Artieri. “Quando seppi di Galfano e della signora Conte… a quel punto… tanto valeva farla collaborare!”

“Ricattandola!” gridò Giorgio.

“E’ esattamente ciò che si dirà” confermò Artieri. “In questa intricata faccenda un colpevole deve pur esserci… Ormai, chiarita l’innocenza del dottor Caro, resta la colpevolezza di Galfano, mi pare evidente.”

Parve, però, pentirsi di aver degnato Giorgio di una risposta, per cui si volse a Lucrezio:

“Forse, all’inizio, egli aveva davvero l’intenzione di ricattare la sua compagna… Purtroppo, strada facendo, il loro rapporto divenne molto, molto meno conflittuale.”

Giorgio, nervosissimo, si versò del cognac e bevve. Prese e si accese ancora una sigaretta ed andò a buttare il fiammifero dalla finestra.

“Credo di incominciare a capire…” cominciò.

“No, dottor Fano!” lo interruppe Altieri, finalmente guardandolo in faccia. “In questa vicenda, lei non ha titoli per capire! La Conte e Galfano sono andati via molto d’amore e molto d’accordo, come le ho già detto.”

Poi, tornò ad rivolgersi ad Anna:

“Senza più l’affare del policlinico, lei ha carte che non sono quel poker d’assi di cui si vantava… Al più, costituirebbero dei fastidi… Senza contare che, in ogni caso, lì non compare mai il mio nome… e, quindi… io non c’entro nulla!”

“Ovvio!” esclamò Lucrezio. “Lei, i sorci, li prendeva con le mani di Galfano.”

“E lei è ingenuo, se pensa che questa tecnica l’abbia inventata io.”

“Adesso non avrà difficoltà a trovargli un sostituto?” chiese Anna.

“Qualcuna sì… Galfano aveva caratteristiche davvero non comuni.”

Anna ebbe un sorriso:

“Ci credo! Se l’era letteralmente cresciuto a casa sua… La gente pensava che lei fosse l’amante della madre…”

Artieri si irrigidì. Ma, in quel preciso momento suonarono alla porta.

“Vado io” disse subito Anna.

Quando Anna ricomparve, Lucrezio si accorse che lo guardava con aria preoccupata.

Senza dir niente si fece di lato…

Ed entrò Luisa.

Indossava un abbottonatissimo tailleur grigio. Ma, le sue piccole forme mediterranee dominavano sul vestito castigato e provocavano sensibili impennate nella parte maschile del sangue.

Giorgio si alzò, evidentemente emozionato.

Artieri ebbe un rapido incresparsi dei muscoli facciali e poi tornò impenetrabile.

“Forse dovrò darti qualche spiegazione, Lucrezio” disse Luisa.

Poi, si avvicinò a Giorgio e aggiunse con dolcezza:

“Ed anche a te.”

“Accomodati, allora…” le disse Anna.

“Accanto a lui, no!” esclamò Luisa, guardando Artieri.

Giorgio indicò quello che era stato il suo posto:

“Siediti lì.”

Luisa diede una lunga occhiata al quadro sulla parete e si sedette.

Poi, tornò a guardare il quadro.

“Perché quel dipinto è qui?” chiese.

“Appunto!” aggiunse Artieri. “Perché?”

Giorgio buttò la sigaretta dalla finestra, nervosamente.

“Comincio a chiedermi” disse, “perché mi ci trovo io, qui!… Che parte ho nel gioco, Luisa?”

“Fammi fumare” rispose Luisa.

Giorgio agguantò subito il pacchetto delle sigarette e glielo porse.

“Perché si trova qui… il mio quadro?” ripeté severamente, mentre accendeva.

“Ce l’ho portato io” disse Giorgio.

“E chi ti ha autorizzato?”

Giorgio indicò Lucrezio:

“Volevo dirgli di noi due…”

“Basta!” urlò Lucrezio a Luisa, umiliato. “Vorrei parlare dei fatti miei, se non vi dispiace!… dei centocinquanta milioni che mi hai rubato, dei mesi d’inferno che mi hai fatto passare!”

 Però, Anna gli circondò le spalle con un braccio e disse, determinata:

“Con calma! Ora sono io che voglio sapere tutto!”

“E ha ragione!” disse Artieri. “Va bene, sciogliamo l’enigma… a patto, che il dottor Fano si sieda e non faccia più il paladino… Mi dà molto fastidio guardar la gente dal basso in alto.”

Giorgio gli lanciò uno sguardo d’odio, ma sedette…

Ovviamente accanto a Luisa.

“Il quadro è un regalo che la signora Conte mi fece quindici anni fa…” cominciò Artieri.

Ancora una volta il vecchio aveva colpito nel segno. Aveva stupito tutti.

Ma, in quel momento non sembrava molto compiaciuto. Era soltanto un povero vecchio.

“E’ un dipinto commerciale, ma raffigura uno scorcio dell’Etna… Da tanti anni tra me e la signora Conte c’è un’amicizia… davvero censurabile, se pensiamo che è cominciata quando lei aveva quindici anni ed io oltre cinquanta… Gli istanti più dolci della mia vita, comunque, li ho avuti il giorno in cui scrisse quella frase con una bomboletta spray… Disse che nel nostro amore c’era l’asprezza del paesaggio ed il mistero della fantasia… o, se volete, c’erano gli occhi di Tyrone Power… Una sciocchezza come tante, insomma!… Ma, mi parve bella ugualmente…”

“Smettila!” lo aggredì Luisa.

“Oggi penso che, se lei non si fosse poi stancata di me, sarei diventato un uomo migliore.”

“Mi hai sempre ricattata per avermi!”

“Di’, invece, che sei sempre tornata, dopo i tuoi tradimenti!”

A quel punto, Giorgio s’inserì rumorosamente, mandando un manrovescio che fece cadere la bottiglia di cognac ed i bicchieri che erano sul tavolinetto.

“Ed io, dunque?” urlò.

Artieri lo guardò con odio e parve pronto a scagliarsi contro di lui, mentre sibilava:

“Lei è stato soltanto un momentaneo capriccio!”

“No” insorse Luisa, “ti sbagli!”

Andò ad abbracciare Giorgio.

“Giorgio no!” gli disse. “Con Giorgio per la prima volta hai davvero avuto motivo di essere geloso!”

E qui Artieri non mancò di stupire tutti ancora, con parole che mai si pensava potessero uscire dalla sua bocca:

“Piccola troia vanitosa!”

Luisa gli rise in faccia.

“Quando portai via il quadro da casa tua… ti fu chiaro che volevo dare a lui tutta me stessa, compreso lo schifo del mio passato con te!”

Poi, andò vicino a Lucrezio, piccola e tremante, come nei momenti più belli del loro amore.

“Ero io che telefonavo, Lucrezio” disse. “Ma, non intendevo cercarti… Volevo semplicemente aumentare la tensione, indurti a pensare a chissà quali maneggi da parte di Galfano…”

Quindi, si volse a Giorgio:

“Ed ho dovuto farlo anche con te.”

Lo accarezzò e, abbassando lo sguardo, disse:

“Povero Galfano! S’era davvero innamorato… Per star con me voleva liberarsi della tutela di Artieri… Era arrivato al punto di voler passare a Lucrezio la mappa della corruzione in questa città di schifo…”

Alzò gli occhi sul vecchio, sfidandolo.

“Proprio a partire dai suoi intrallazzi!” gridò.

Artieri teneva la testa china. Era un uomo distrutto. Allora, Luisa gli andò vicino e gli mise una mano sulla spalla, sussurrandogli:

“Sono stanca, amore mio…”

Gli sollevò la testa, prendendolo delicatamente, da sotto il mento… La sua era una tenera e lunga carezza d’innamorata.

“Non dovevi costringermi ad ucciderlo” aggiunse.

A quella rivelazione, l’unica cosa che restò impressa nel ricordo fu il viso di Anna, vicinissimo a quello di Lucrezio.

“E questo è tutto!” gli sussurrò, dopo un tempo che parve lunghissimo.

“Già…” rispose Lucrezio. “E’ davvero tutto!”

Dopodiché, Giorgio col braccio circondò le spalle di Luisa.

“Andiamo via” le disse.

“Anch’io devo tornare a casa” disse Artieri, sottovoce, sempre più vecchio. “Devo pensare con calma…”

Si alzò ed uscì.

Lucrezio si rivolse a Giorgio:

“Andatevene via subito.”

“Ci stai cacciando?” chiese Giorgio.

“Forse. Ma è meglio che entro questa notte siate già all’estero.”

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