S. P. Garufi, “Cent’anni di pittura verista, dalla nascita di Sebastiano Guzzone (1856) alla morte di Giuseppe Barone (1956)”

S. P. Garufi, “Cent’anni di pittura verista, dalla nascita di Sebastiano Guzzone (1856) alla morte di Giuseppe Barone (1956)”

Salvatore Paolo Garufi

Cent’anni di pittura verista:

L’Evangelo borghese di Sebastiano Guzzone (1856 – 1890) e

Il Sermo humilis di Giuseppe Barone (1887 – 1956)

1^ Edizione 2008:

Evangelio borghese

Edizioni Novecento

Mascalucia

ISBN: 88-89787-05-8

Introduzione

Giovanni Verga e il verismo pittorico

La vicenda umana ed artistica di Sebastiano Guzzone (1856-1890) si colloca in un periodo di grandi cambiamenti negli assetti di potere e nelle egemonie culturali dell’Europa, tanto da farne, se non un protagonista, almeno un testimone d’eccezione.

Nato nella profonda provincia siciliana, a Militello in Val di Catania, da una famiglia di piccoli possidenti, egli ricevette la prima educazione dallo zio prete, don Rosario, conservatore in politica, ma, al contempo, molto amico dell’emergente liberale Salvatore Majorana Calatabiano, che fu ministro del primo governo italiano della Sinistra storica.

Sotto tanta protezione, perciò, già apprezzato per la sua prodigiosa abilità nel disegno – sulla scia di alcuni maestri locali, quali Salvatore Grande, Emanuele Fagone, Nicolò Culosi e Francesco Sinatra -, Guzzone poté trasferirsi a Roma e frequentare l’Accademia di San Luca, nel frattempo ospite del copista Filippo Casabene (un vero e proprio specialista del quadro l’Aurora di Guido Reni).

In quegli anni, per realizzare l’unità artistica d’Italia, l’Accademia era un ottimo strumento, anche se non mancarono i momenti dialettici. Roma, infatti, diventò un vero e proprio crocevia di inquietudini estetiche. Vi operarono, così, personalità del calibro di Vincenzo Camuccini, di Tommaso Minardi (che del Guzzone fu maestro), di Filippo Agricola e di Francesco Podesti (altro maestro del Nostro), tutti autori di stentoree riproposizioni storiche. A questi poi si aggiunse il drappello degli innovatori – amici e frequentatori dello studio che l’artista siciliano in seguito aprì a Roma -, soprattutto Mariano Fortuny y Marsal e Cesare Maccari. E, poi, Francesco Di Bartolo, Pio Ioris, Luigi Serra, Nino Costa, Giuseppe Ferrari, il poeta Luigi Zanazzo (autore di Rugantino), e tanti altri.

Un momento di grande felicità creativa per Guzzone fu la partecipazione all’edizione del 1885 dello storico carnevale di Roma (già citato da Dumas in Il conte di Montecristo). Al Nostro, al pittore Salvatore Franciamore ed all’architetto Ernesto Basile venne affidato l’incarico di allestire un carro carnascialesco che rappresentasse la Sicilia. L’opera, non soltanto vinse il primo premio, ma fu molto ammirata dalla Regina (a cui Guzzone regalò un tamburello acquarellato e con dei versi dello Zanazzo).

L’apprezzamento per Sebastiano Guzzone, inoltre, fu molto grande all’estero, soprattutto in Francia – per la sua amicizia col fotografo Nadar – e in Inghilterra, dove fu presente in ben quattro esposizioni della Royal Accademy. A tal proposito, si conserva una lettera piena di entusiasmo nei suoi confronti scritta dal gallerista francese Brebant.

Dopo il matrimonio con la nobildonna Gaetanina Baldanza, Guzzone fece molti viaggi e soggiornò spesso ad Assisi e a Firenze. E in questa città morì e fu seppellito nel 1890.

Un suo quadro, Festa in chiesa, piccolo gioiello del verismo ottocentesco, fu in seguito acquistato, grazie all’intercessione di Ernesto Basile e di Domenico Morelli, per il Museo Nazionale di Arte Contemporanea di Roma. Altri capolavori furono gli interni di chiesa, dominati da grandi spazi e da profondi silenzi – tanto da anticipare certe atmosfere metafisiche -. Notevole, infine, fu un grande dipinto raffigurante La morte del Petrarca.

Sebastiano Guzzone

(1856 – 1890)

1

Jean Louis-Ernest Meissonier e la “scena” come narrazione

Il 20 aprile 1890 una mano rimasta sconosciuta vergava un Inventario di tutti gli oggetti esistenti nello studio del fu Guzzone Sebastiano.

Il morto era stato un pittore siciliano di qualche notorietà e lasciava a casa sua un totale di 109 opere d’arte – delle quali soltanto una non sua (un Crocifisso del ‘300), mentre altri sette dipinti venivano definiti “di poco valore” e messi insieme a quattro copie, senza attardarsi in ulteriori descrizioni -.

Centotrent’anni dopo, questo elenco sarebbe davvero poco per capire il valore dell’artista, ma risulta bastante a destare la voglia di indagare.

Gli inventari sono un ottimo eccitante per scatenarsi nelle ipotesi. Le figure per un pittore sono come i concetti per uno scrittore: parlano le presenze e parlano le assenze.

Senza giocarci troppo, naturalmente. Salvatore Silvano Nigro, presentando col solito stile pirotecnico il catalogo della biblioteca di Giovanni Verga, coevo e conterraneo di più persistente memoria del nostro Guzzone, invitava a maneggiare gli elenchi:

Sempre con l’avvertenza (…) che quella non è la biblioteca di Verga, bensì la biblioteca della casa di Verga,” perché “L’opera verghiana eccede la biblioteca, distratta da essa.” [1]

Perciò, senza perdersi in troppi ragionamenti, è meglio svolgere un discorso nei tempi lunghi necessari a renderlo non del tutto arbitrario.

Cominciamo, quindi, mettendo in nota l’inventario, scusandoci per la sua lunghezza.[2]

Possiamo, così, già dividere le opere in tre diversi gruppi: copie; soggetti storici o biblici; ritratti e scene, molte ambientate in luoghi religiosi.

Vien subito da pensare che potrebbero corrispondere a tre diversi stili. Non sarebbe la prima volta che l’opera di un pittore viene scansionata. Quanti storici e critici hanno scritto di un Picasso del periodo blu, del periodo rosa, del cubismo analitico, del cubismo sintetico! (e, magari le quotazioni sono cambiate da un periodo all’altro).

Vedremo più avanti, ripercorrendo la vita dell’artista che una tripartizione della sua opera non appare del tutto arbitraria.

Altro discorso le tecniche.

Tranne un pastello, ci sono acquerelli e oli. Fra l’altro, l’acquerello raffigurante le Meditazioni di Petrarca era probabilmente un lavoro parallelo a una grande tela che aveva dipinto con lo stesso protagonista.

In ogni caso, l’olio si presterebbe meglio alla realizzazione di un ritratto.

Perché l’acquerello, quindi?

Qualsiasi sia stato il motivo, è probabile che il Guzzone avesse una una tale padronanza di questa tecnica da usarla come se fosse l’olio, cioè facendo venir fuori i volumi, più che le trasparenze.

E qui si può partire col gioco delle presenze e delle assenze, cominciando con un’assenza.

Nell’inventario manca qualsiasi indicazione che ci faccia dedurre quale fosse la posizione del nostro pittore rispetto alle nuove tendenze che andavano affermandosi nel secondo Ottocento, in Italia e soprattutto in Francia. Stando all’elenco, sembrerebbe per lo meno indifferente.

Per capire cosa succedeva in quegli anni, invece, basterebbe accennare all’opera di un maestro, certamente più periferico di Guzzone e più vecchio di cinquant’anni, il napoletano Giacinto Gigante (1806 –1876).

Scopriamo, così, che questi si era posto esattamente ai suoi antipodi, per cui sembrava il più moderno ed europeo, nonostante nel 1890 fosse morto da quattordici anni.

Gigante, al contrario del nostro artista, aveva avuto il tempo, proprio partendo dalla logica dell’acquerello, di instradarsi nel senso che poi i critici consacreranno come giusto.

Le sue scene, infatti, come quelle dei maggiori di quell’epoca, si presentavano immerse dentro intense vibrazioni luminose, cosa che in un certo senso compiva e rovesciava la prospettiva aerea di leonardesca memoria.

Diciamo questo perché l’aria, oltre ad una consistenza fisica, a quel punto acquistava una risonanza sentimentale. Non con gli oggettivi volumi, insomma, veniva restituita la realtà; ma, con le soggettive trasparenze, cioè con le atmosfere.

Per dimostrarlo, basta far riferimento a certe Vedute campane, dato che grazie ad esse:

Con l’olandese Anton Sminck Pitloo, Gigante è considerato il fondatore della Scuola di Posillipo. Di questa scuola, che riprende la tradizione del vedutismo settecentesco, il pittore sarà riconosciuto dalla critica come il principale esponente, per aver saputo trasformare la veduta storico-geografica e panoramica in un’immagine lirica e sentimentale del paesaggio.

Si può, quindi, svolgere un discorso su Giacinto Gigante in parallelo a quello sugli impressionisti sul versante tecnico ed a quello sui post-impressionisti riguardo ai contenuti, poiché “il paesaggio ha per oggetto l’imitazione degli effetti della luce negli spazi dell’aria e sulla superficie della terra e delle acque.”[3]

Ora, il problema è che una scelta tanto controcorrente da parte di Guzzone non può essere nata dall’ignoranza.

Sappiamo, infatti, che egli operava nell’universale apprezzamento tra Roma, Parigi, Londra, Assisi e Firenze. Perciò, diventa ovvio immaginarlo molto più al corrente delle novità che venivano da fuori.[4]

Ecco perché i pochi che poi hanno avuto la pazienza di studiarne l’opera hanno finito per scovarle.

Guzzone è stato messo in rapporto coi macchiaioli e con altre scuole pittoriche in cerca di rinnovamento.

Lo confermerebbe, peraltro, un paragone tra lui ed il monrealese Antonino Leto (1844 – 1913), il quale, se da un lato fu molto vicino alla Scuola di Posillipo, tanto da finire i suoi giorni a Capri, dall’altro condivise con Guzzone una devota amicizia con il maestro francese Jean Louis Meissonier (Lione, 1815 – Parigi, 1891), uno dei più autorevoli rappresentanti della pittura pompier francese.

Infatti, riguardo ai rapporti Leto/Meissonier e Guzzone/Meissonier, c’è un piccolo incastro di scritture, che val la pena di riportare.

Cominciamo dallo storico Franco Grasso:

Tra i geni e i non geni c’erano sicuramente, oltre agli amici italiani di passaggio, Morelli e Mancini, De Nittis quando non era a Londra (e vi si recava talora con lo stesso Leto), ma anche artisti e intellettuali francesi attratti dalla colta e vivace conversazione del padrone di casa; e c’era Jean Louis Meissonier, illustre epigono del romanticismo storico, abilissimo esecutore di quadri celebrativi e descrittivi, al seguito di Napoleone III per glorificarne le battaglie, esclusa quella disastrosa di Sedan, dopo la quale tuttavia egli conservò il prestigio di rappresentante della cultura ufficiale borghese di Francia.

A lui però qualcuno attribuiva la colpa di sospingere l’amico siciliano verso l’eleganza, la piacevolezza, la mondanità, insomma nel giro della pittura commerciale.[5]

E subito dopo passiamo ad un brano del canonico don Mario Ventura, autore di una biografia di Guzzone criticamente inattendibile, come spesso sono i giudizi degli innamorati:

Il suo studio era frequentato e tra molti amici, maestri ed ammiratori si notavano il Messonier (sic!), De Santis (sic!), Ioris, Di Bartolo, De Rossi ed infiniti altri. Lo stesso Messonier, in una sua visita fece notare il progresso del Guzzone agli astanti e corresse di sua mano un quasi inarvertito difetto di ombra sul naso di uno dei due benedettini del trecento, che il Guzzone aveva appena terminato ed aveva intitolato Procedemus.[6]

Purtroppo, a differenza di quel che fece per Antonino Leto, per Sebastiano Guzzone la critica del tempo non seppe andar oltre gli aspetti commerciali della sua pittura.

Si fermò in modo un po’ riduttivo a rilevarne le galanterie, come si vede in un brano apparso sulla rivista “Capitan Fracassa”, a firma del terribile Uriel, notista che aveva già avuto modo di irritare col suo stile icastico il vate catanese Mario Rapisardi[7]:

Il Guzzone non si appressa al De Dominici, ma è finissimo anche nell’abbozzo che ha esposto: un interno di Assisi nel quale c’è un vero abuso di savoir faire, di toilette, di chic, condonatemi tutto questo francesume, perché è proprio il caso di riversarlo a proposito dell’acquerello del Guzzone, il non plus ultra dello smaltato, dell’elegante da salotto. Pittura fatta coi guanti, di una civetteria aristocratica, la quale usa il kolkl per le occhiate, il carminio per le labbra e la polvere d’oro per i capelli. Un misto di abilità giapponese e di moineria parigina quanto volete, ma sovente maliardo come un profumo, che dà alla testa pur deliziando.[8]

Il che fa il paio con ciò che, sempre sul “Capitan Fracassa” ed a firma dello stesso Uriel, si leggeva a proposito di Leto:

Tutto quanto la mente di un artista può immaginare d’allegro e concepire di bizzarro in una stanza che conduce dalla voluttà delle danze all’allegria del convito.”[9]

Probabilmente, studiandone le frequentazioni culturali e gli esiti figurativi più maturi, scopriremo che Guzzone, invece, fu ben più che un pittore tecnicamente abile. Seppe, per lo meno, apprezzare i maggiori esponenti della pittura francese.

Per dimostrarlo, basta ricordare che fece realizzare due ritratti della moglie dal parigino di Gaspard-Felix Tournachon (Parigi, 1820 – 1910)[10], meglio noto con lo speudonimo di Nadar, pittore che ospitò la prima mostra degli impressionisti e fotografo ritrattista di universale fama.

Insomma, sembrerebbe che il nostro artista in parte abbia seguito le idee del suo tempo ed in parte le abbia rifiutate (o non abbia avuto il coraggio di seguirle).

Vedere in che misura sia avvenuto è un ottimo motivo per un’indagine.

Una certezza, però, ce l’abbiamo già da ora: come la quasi totalità degli uomini, egli è stato spesso frainteso, o dai giudizi frettolosi dei colti, o dalla retorica laudativa degli incolti.

L’inventario, perciò, è come la punta d’un iceberg. Bisogna immergersi nell’acqua gelida per esplorarne le forme invisibili. D’altra parte, ho sempre ritenuto che, se gli iceberg sono già interessanti di loro, ancor più interessanti diventano se rapportati al cielo di sopra ed al mare di sotto. L’appena defunto Guzzone aveva vissuto sotto il cielo del suoi tempi ed aveva radicato i sentimenti nella Sicilia nativa.

E la Sicilia, come tutti i luoghi, è un modo di vedere la vita.

2

Francesco Hayez e la novella storica

Ci è arrivato un altro inventario da casa Guzzone, purtroppo incompleto.

Probabilmente, fu redatto dalla stessa mano del primo. E’ l’elenco, ancor più lungo del primo, dei mobili, degli attrezzi da lavoro e dei libri. Lo riportiamo in nota.[11]

Questo secondo elenco, s’è possibile, ci pare addirittura più interessante del primo.

Innanzitutto, colpisce la collezione di costumi, destinata sicuramente ad abbigliare i modelli per i suoi quadri di ispirazione storica.

Lo sforzo documentativo viene coronato poi con un catalogo di modelli antichi e moderni e con svariate fonti letterarie.

Sappiamo, così, che quello che egli considerava il suo capolavoro, La morte del Petrarca, aveva avuto una complessa gestazione, fatta non soltanto di bozzetti, come si evince dal primo inventario, ma anche di uno studio sulla biografia del poeta.

Lo stesso metodo di lavoro indicano le tante guide dei luoghi ed i preponderandi libri di storia civile e religiosa. In più, gli unici filosofi presenti sono Pascal e Vico, come dire il tormento religioso e la storia.

Oltre ad una sincera fede, quindi, si può ipotizzare che egli dipingesse le sue scene pensandole come storie destinate a commuovere.

Insomma, c’era in lui una certa mentalità letteraria, coi bei colori al posto delle belle parole.

Ciò, fra l’altro, è attestato dai libri di poesia (in prevalenza, bisogna ammetterlo, di gusto scolastico).

O forse, addirittura, c’era una sensibilità melodrammatica, come indicherebbe la collezione di spartiti di opere famose.

Viene, perciò, spontaneo il considerare l’opera di Guzzone come un proseguimento di quella Francesco Hayez (Venezia, 1791 – Milano, 1881), indiscusso punto di riferimento della pittura romantica italana, demolita da un ingeneroso Giulio Carlo Argan, critico che ha dominato la manualistica d’arte degli ultimi trent’anni del XX° secolo. E certamente le riserve che sono state fatte su Guzzone riecheggiano quelle di Argan su Hayez, colpevole di avere:

“…il tipico comportamento dell’intellettuale che, non volendo compromettersi né rimanere neutrale fa cadere dall’alto un riferimento dotto che pochi iniziati raccolgono e che lascia, si capisce, il tempo che trova. E si tradisce: non rivive il fatto storico nel furor del fare pittorico (come Delacroix), ma lo colloca sulla scena teatrale. Fondale, quinte, costumi; illuminazione ben regolata tra fondo e ribalta; distribuzione equilibrata dei personaggi, ciascuno per la sua parte… Tutto è teatro, tutto incredibilmente falso…[12]

Il particolare di cui non tiene conto il critico, però, è il fatto che la moderna percezione dell’opera lirica è molto lontana da quella ottocentesca.

Direi di più: nell’Ottocento melodramma ed Italia erano due nomi per indicare un’unica, intensa emozione. Come ha scritto Giulio Ferroni, la teatralità, a quel tempo, più che falsa, appariva espressiva:

Dati gli elementi tecnici e spettacolari che concorrono alla costruzione dell’opera in musica, essa presenta inevitabilmente qualcosa di schematico, di ripetitivo, un livello di artificiosità superiore a quello di ogni altra forma artistica: tutto vi appare innaturale, a cominciare dal fatto che i personaggi si incontrano e scontrano cantando, per arrivare agli intrecci, quasi sempre complicati, pieni di assurdi eccessi e di situazioni macchinose. Ma proprio da questa innaturalezza scaturisce la possibilità di esprimere le passioni più assolute e sconvolgenti; e la stessa lingua convenzionale dei melodrammi ottocenteschi, ricca di forme auliche, di modi retorici consunti o banali, riesce a sostenere la forza espressiva del canto assai più di quanto riuscirebbero a fare forme linguistiche troppo tese a una ricerca di originalità.”[13]

Così, come nel Novecento la pittura espressionistica forzò le forme, certa pittura dell’Ottocento forzò i gesti.

Potrei aggiungere che la cosa si ripetè con quei grandi capolavori di arte figurativa che furono i migliori fotogrammi dei film muti (opere che ancora attendono una seria sistemazione critica).

Quindi, molto più fruttuosa dell’ironia facile, sarebbe l’eterna domanda che ci si deve porre davanti ad un quadro: è adeguata la tecnica ad esprimere l’emozione che ha generato l’ispirazione?

Vista così, la letterarietà (di cui lo stile melodrammatico fu l’estremizzazione) era – e, forse, non poteva essere altrimenti – la caratteristica naturale italiana, anche nella pittura.

Già c’era l’esempio della lingua, che andava forgiandosi sul modello manzoniano.

La passione degli eventi, cioè la storia, poteva appartenere casomai alla rivoluzionaria Francia.

Ecco perché Guzzone curava specialmente la sua tecnica. Era, cioè, prima di tutto un pittore, come Vincenzo Monti era stato prima di tutto un poeta. Questa attenzione alla perfezione figurativa è attestata dalla presenza nella sua biblioteca di manuali di architettura e di anatomia, oltre che dalle guide dei posti e dei musei visitati.

Poi c’era da pensare allo sbocco commerciale di tanto impegno. E questo aspetto del lavoro veniva affrontato con i contatti con gente d’oltremanica, come la presenza di una grammatica e di un dizionario inglese lasciano capire.

Insomma, secondo i canoni del buon imprenditore, egli dipingeva con un occhio alle vendite, il che ne fa una figura esemplare della mentalità borghese del tempo, sulla quale andò formandosi la recente nazione italiana.

E tutto questo non vi sembra che basti per avviare un’indagine sulla sua vita?

3

Caramanico, la massoneria ed i campanili

Sebastiano Guzzone nacque a Militello nel Valle di Noto (secondo la dizione delle delibere dell’epoca), il tredici settembre 1856, nell’ottavario dei festeggiamenti in onore di Maria SS. della Stella.

A quel tempo, tale data non dovette apparire priva d’importanza, visto che lo zio, don Rosario Guzzone, rivestiva l’ufficio di viceparroco della chiesa del SS. Salvatore, ma era schierato con la chiesa della Madonna della Stella, la rivale di sempre.

L’odio fra le due comunità durava da secoli e col tempo alle motivazioni religiose si erano aggiunti gli odi politici e le ambizioni personali.

Tutta la classe dirigente (o aspirante tale) della cittadina, infatti, si appoggiava all’una o all’altra fazione, per comandare o per emergere.

Il più antico scrittore che ne aveva fatto cenno era stato il secentista don Pietro Carrera. Egli aveva narrato che, fino al 1500, l’unica parrocchia funzionante era la chiesa di San Nicolò. Santa Maria della Stella era assunta al grado di parrocchia soltanto sotto don Blasco II Barresi e sotto suo nipote Giovan Battista Barresi.

In conseguenza di ciò s’era aperta fra le due comunità una lotta per la preminenza, che aveva portato ad una “briga grande”, causa di violente “inimicizie”, capaci di indurre seicento famiglie ad andar via.[14]

Nel 1710, poi, era venuto un tentativo di superare la secolare diatriba, istituendo una Collegiata, che riunisse le due chiese e ripartisse equamente gli incarichi.

Se non che, quando le cose sembravano aver preso la giusta piega, per la delazione di un canonico, certo don Giuseppe Malacrìa, tutto era finito con insulti e bisticci.

La Collegiata, infatti, risultava illegittima, in quanto nata senza previo permesso delle autorità superiori.

Ne erano seguiti fatti incresciosi, il più grave dei quali era stato l’assalto all’arciprete di San Nicolò, don Paolo Sciacca, mentre passava in processione davanti alla chiesa di Santa Maria della Stella, durante la festa del Corpusdomini  del 1781.

Il 28 luglio 1787, quando la violenza aveva ormai toccato limiti intollerabili, Ferdinando di Borbone, fatto davvero notabile, dato che passò alla storia come un Re piuttosto amletico, almeno coi numeri da apporre accanto al nome – Ferdinando III di Sicilia, Ferdinando IV di Napoli ed infine, dal 1816, Ferdinando I delle Due Sicilie -.

In verità, l’operazione era stata voluta dal vicerè massonico Caramanico, per appropriarsi dei beni ecclesiastici, improduttivi per il dilagare della manomorta.

Erano state, perciò, soppresse entrambe le parrocchie e si era stabilito che a Militello dovevasi tributare un unico culto al SS. Salvatore, a cui per sede veniva assegnata la chiesa di San Nicolò.

Santa Maria della Stella, invece, aveva visto mutare il suo nome in quello di Immacolata Concezione ed era stata ridotta a semplice cappella privata.[15]

La soluzione non era risultata ottimale, perché aveva sortito due risultati negativi. I devoti di San Nicolò erano diventati subito devoti del SS. Salvatore, insuperbiti dalla sostanziale vittoria, visto che la loro chiesa era l’unica che continuava a funzionare. I mariani erano rimasti mariani, indispettiti e clandestini.

E proprio quella di parrocchiani clandestini era la condizione di don Rosario e dell’intera famiglia Guzzone, il 13 settembre del 1856.

Perciò, fu probabilmente con qualche lieve fastidio che il piccolo Sebastiano venne battezzato nella chiesa del Salvatore.

La certificazione fu scritta dallo stesso zio:

Il 14 settembre 1856 io reverendo sac. Don Rosario Guzzone cappellano curato di questa Arcipresbiteriale e Chiesa Madre insigne Comunia SS. Salvatore, solo Patrono e Protettore della città di Militello val di Noto ho battezzato un bambino nato ieri alle ore 21 circa da Giuseppe Guzzone e Maria Sangiorgi sposa. Gli fu imposto il nome di Sebastiano. I padrini furono: Nicolò Pillirone fu Giuseppe e di Mariastella Gulinello e la sua consorte Mariastella Sangiorgi fu Sebastiano e di Giuseppa Incardona. In fede.[16]

Nello stesso giorno si adempirono gli oblighi civili, registrando il neonato al Comune:

Avanti a me Vincenzo Jatrini è stata dichiarata la nascita di un bambino di sesso maschile nato ieri il 13 settembre del 1856 alle ore 21 da Giuseppe Guzzone di anni 32 e da Maria Sangiorgi, domiciliata a Militello. Gli hanno imposto il nome di Sebastiano.[17]

Fortunatamente per il buon don Rosario, però, la condizione di parrocchianoclandestino non era destinata a perdurare fino alla fine della sua vita.

E’ stato trovato un intero carteggio che attesta il suo fruttuoso impegno per la riapertura della parrocchia di Santa Maria della Stella.

Di conseguenza, egli fu cooperatore nella Chiesa Madre SS. Salvatore soltanto fino al 1874.

Poi, finalmente, con immaginabile gioia:

Divenne vice Parroco della riaperta parrocchia di S. Maria, per il cui ripristino spese non poco del suo patrimonio.[18]

Questo perché, subito dopo il tre agosto 1875, non restava senza positiva risposta la delibera della Giunta Municipale, dove si scriveva che:

Essendo legalmente costituita l’adunanza il sig. Presidente dichiara aperta la seduta ed espone ai congregati che Militello fin da tempi remotissimi aveva dedicato il suo culto alla Vergine sotto il titolo della Stella che si aveva prescelto ad unica principale patrona. Questo stato di cose durava fino al 1788 quando con atto arbitrario ed illegale e sottoindicati pretesti, spenta la Parrocchia della chiesa di Santa Maria e con essa il titolo della Stella, si impose il novello titolo di Concezione.

“I devoti di questa chiesa in tutti i tempi hanno tentato rivendicare i dritti che le furon tolti epperò il cessato governo borbonico conseguente all’atto di soppressione facea orecchie da mercante, e solo nel 1848, temporaneamente si vede la chiesa nell’esercizio dei dritti parrocchiali, senonché la restaurazione borbonica tornava ad estinguere tutto ciò che in Sicilia nell’epoca del rivolgimento politico si era attuato.

“La riscossa del 1860 portava Garibaldi Dittatore in Sicilia e un di lui Decreto faceva ritornare lo stato delle cose tale quale si trovava nel 1848. Potevano questi cittadini usufruire di quella disposizione e ripristinare senz’altro la parrocchialità della chiesa, ma consigliati di prudenza se ne astennero aspettando che tempi migliori sarebbero venuti a dar loro ragione, e certo non s’ingannarono, dacché i rettori della chiesa spinsero regolare domanda di ripristinazione dinanzi la Sacra Congregazione del Concilio, la quale con due rescritti uniformi, uno del 22 Agosto 1874 e l’altro del 26 Giugno decorso dichiararono la esistenza della Parrocchia di Santa Maria della Stella a mente del deliberato del 1715.

“E a conoscenza di tutti… quei rescritti siano in via di esecuzione tanto per la parte chiesastica quanto per la parte civile per cui questo Municipio con apposito deliberato domanda al Governo che fosse imbastito l’exequatur Regio ai rescritti in parola per gli effetti civili.

“Ciò posto sembra all’esponente che sia ben giusto essendo la Chiesa ripristinata in tutte le giurisdizioni e prerogative anteriori alla soppressione domandare regolarmente ed in via gerarchica che Maria SS.ma della Stella fosse dichiarata com’era unica principale Patrona di questa Città di Militello…[19]

Il nuovo incarico mise il prete nel cuore degli affari e del potere cittadino. La chiesa del SS. Salvatore era stata una roccaforte borbonica, così come all’ombra del campanile di Santa Maria della Stella aveva congiurato la borghesia carbonara.

Ora, non sappiamo fino a che punto ciò fu effetto del Risorgimento; ma, al contrario di quanto dice la vulgata nata da una cattiva interpretazione del romanzo di Tomasi di Lampedusa, non è vero che si cambiò tutto per non cambiare niente.

La gestione degli affari pubblici passò ai professionisti, magari vincitori di un concorso; venne fuori l’Italia – o, se volete, l’Italietta – degli avvocati, dei medici, dei professori, dei funzionari.

Anche il denaro si adattò ai tempi nuovi, passando dalle mani di aristocratici fannulloni a quelle più attente dei commercianti e dei massari.

E, nonostante l’abito talare, a quest’ultima categoria apparteneva proprio don Rosario.

4

I potenti siciliani: preti, professionisti e massari

La casa in cui Sebastiano Guzzone vide la luce era posta nel quartiere di Sant’Antonio Abbate, in un luogo più specificatamente denominato Tre punti. Si presentava con un grande portone che immetteva nell’ampia stalla a pianterreno. Al suo fianco sinistro stava un bel sedile in pietra e l’entrata che dava sulle scale per salire ai piani superiori, contornata dall’immancabile vite rampicante (a vitusa, come la chiamano i militellesi).

Era questa la tipologia architettonica comune nelle abitazioni dei massari benestanti; e, probabilmente, l’estrazione sociale degli inquilini veniva ribadita dalla stessa collocazione dell’edificio, posto tra il popolare quartiere di San Pietro e gli assi viari su cui si affacciavano i palazzi nobiliari (le attuali via Porta della Terra, via Baldanza e via Umberto I).

Tutt’intorno, da un lato c’era un susseguirsi di ballatoi – i baddraturi –, dove sedevano le comari a sferruzzare ed a spettegolare; dall’altro, partiva la serie di balconi dalle inferriate panciute e dalle mensole – i cagnoli – antropomorfe, da dove i vossia localisi affacciavano a godersi feste e processioni.

La famiglia Guzzone si trovava a metà strada tra ballatoi e balconi.

O, meglio, era una famiglia che progrediva col progredire dei tempi.

Ne era l’anima don Rosario Guzzone, che, come s’è detto, era un uomo di Dio, ma nella cui anima le rarefatte arie della religione si appesantivano nelle concretissime transazioni economiche.

Si sono trovati due suoi voluminosi carteggi, uno con gli appunti delle prediche domenicali ed uno fatto di atti notarili, di ricevute di pagamento, di trattative per un vantagioso matrimonio.

Prendo a caso una carta. Decine e decine di altre sono praticamente uguali, per cui il suo contenuto ha un valore generaliter. La trascrivo perché ha il pregio di restituirci la mentalità dell’epoca.

L’anno è il 1878:

Io sottoscritto domino diretto dei lenzi enfiteutici dello exfeudo Rasinech acquistato dal Barone Filippo Paoli di Scordia per atto rogato notaro Attard il giorno 14 Settembre 1873 qui reg.° al N.° 730 li 24 detto, ricevo dal Sac. Vice Parroco don Rosario Guzzone e Vincenzo Cuttone tarì diciotto e grana uno pari lire sette e centesimi sessantasette, compresa la rata di donna Giuseppa Guglielmi, vedova Basso La Bianca dovuti sopra fondo in detto ex feudo, contrada Francello, Forbice e Piano della Paglia, maturata in Agosto ultimo 18settantasette, ed a saldo del passato, onde dico O. 18.1

Matteo Basso[20]

Ancora, questa volta nel 1895, carità cristiana ed interessi economici creano una relazione tra don Rosario e due monache.

Qui il denaro non è, come si dice, lo sterco del diavolo. Il denaro, sicilianamente, è un inodore lascito di Dio:

Noi sottoscritte nella qualità di eredi della nostra consorella Suor Arcangela Campisi riceviamo dal Rev. Viceparroco D. Rosario Guzzone e di lui nipote don Salvatore lire centosessantasei e centesimi sessantacinque in base alla scritta privata del sedici luglio 1894 in forma di transazione, e per la prima rata scaduta nel mese dicembre scorso, e per loro cautela confermiamo come sopra L 166.65.

Militello li tre Marzo 1895.

Suor Zenobia Greco

x Lucia Frazzetto[21]

Vedremo più avanti che Salvatore Guzzone era tutt’altro che pio, quando si trattava di difendere le sue proprietà.

Ma, le monache, evidentemente, dovevano interessare molto il nostro don Rosario. Esse avevano e davano guadagno. Bisognava coltivarne l’amicizia. Prima o poi, la cosa tornava utile, come si vede in una lettera di suor Benedetta Modica, superiora delle Monache del Collegio di Santa Maria della Carità di Scordia:

Le sottoscritte monache pregano l’Ordinario di Caltagirone di voler concedere la direzione di Padre spirituale al degno Sac. Don Rosario Guzzone di Militello, mancando in questo comune un numero sufficiente di sacerdoti. Il detto gode buona fama ed è molto noto anche a Scordia.

Scordia, 12 gennaio 1870.”[22]

In tanto maneggio, quindi, crebbe la fortuna del casato. Dalla categoria dei massari i Guzzone finirono per passare a quella dei proprietari.

In data 22 maggio 1883, infatti, venne redatto un atto di compravendita ad uso interno della famiglia:

 “Fra il Signor Sacerdote Rosario Guzzone e i signori Salvatore, Sebastiano Guzzone e la loro genitrice” presso il “Notar Salvatore Marletta Castorina Residente nel Capo Provincia Capo Distretto CATANIA con l’Ufficio in via Garibaldi casa propria 2° piano N. 325, 327 e 329 (…) Da una parte il Sacerdote Padre Rosario Guzzone del fu Sebastiano, proprietario, nato e domiciliato in Militello oggi qui ritrovatosi. E dall’altra parte la Signora Maria San Giorgi del fu Sebastiano,, vedova del fu Giuseppe Guzzone, proprietaria nata e domiciliata nello Comune di Militello anche qui oggi ritrovatasi. Il Signor Salvatore Guzzone figlio del detto fu Giuseppe, possidente anche nato e domiciliato in Militello ad oggi qui ritrovatosi il quale interviene a quest’atto tanto nel nome proprio che quale procuratore speciale, espressamente nominato al di lui fratello Sebastiano Guzzone Pittore, residente in Roma…”[23]

Anche il nostro pittore, quindi, smentendo il luogo comune che vuole l’artista con la testa fra le nuvole, qui dimostrerebbe che si prestava a qualche piccolo raggiro per salvare la roba. Il fatto che don Rosario vendesse ai parenti le proprietà era un modo per salvarle dai suoi creditori e dal fisco. Vedremo più avanti, infatti, che in quegli anni la famiglia ebbe parecchi grattacapi economici.

E una conferma di questa situazione ci viene da un’altra lettera del 1882, di Sebastiano a Salvatore, dove si evince che in quanto a risparmio (per esempio, sulle spese mediche), a difesa degli interessi ed a fiducia verso il prossimo, lui ed i familiari avevano posizioni identiche:

Caro fratello.

Ho ricevuto ieri una lettera scritta da Mariastella e dallo zio.

Riguardo al male che soffre il caro cugino Mario Cuttone sono dolentissimo. Qui in Assisi non posso avere buone informazioni, perché un piccolo paese e dove i medici sono del valore di quelli del nostro paese: ma questi giorni di pasqua che dovrò essere un poco di giorni a Roma mi informerò con qualche buon medico, intanto pregate a Pippino che mi scrivesse tutti i particolari della malattia, che si faccia scrivere una relazione particolareggiata, che dalla parte ove trovasi il cancro; così mi potranno i medici dire qualche cosa. Lo Zio me lo scrisse più volte tempo addietro e difatti io, la metà del mese di Novembre scorso, che mi trovavo, pei miei affari, in Parigi; ne parlai di questo male ad un medico, ma non sapeva darmene un giudizio, prima di tutto perché non poteva vedere il malato, secondariamente perché, facendogli leggere la lettera dello zio, vi erano due o tre notizie che non bastavano a niente.

Sento quanto mi hai scritto del denaro dato a Capuana, a Scirè e per il catasto e per la vigna. Vorrei avere ancora tue notizie di quello che fai in campagna. Intanto ti acchiudo un regolamento sulla amministrazione della nostra famiglia; che tu, d’accordo collo Zio, colla Mamma e con Maristella, ve la leggerete e farete quanto vi è scritto, per bene di tutta la famiglia. Voglio che quanto vi sta scritto in esso regolamento lo approviate scrupolosamente, e lo metterete in opera appena vi giungerà, con questa lettera. Perciò ti prego a rispondermi subito. Io sono buono, come spero di voi.

Sebastiano Guzzone

Dicci allo Zio che mi scrivesse come va quel denaro speso per la chiesa gli è stato riconosciuto dal governo? Prende i fruttati? Bisogna che me ne scriva precisamente.

Regolamento sulla amministrazione di nostra famiglia

Una cassetta tenuta in comune, tra lo Zio, la Mamma, Tutù e Maristella, con due chiavi differenti una alla altra. Una la tenga lo zio, un’altra la tenga la Mamma, Tutù e Maristella. Questa cassetta non può essere, naturalmente, aperta, che col consenso di tutti quattro di famiglia.

Vi si devono depositare tutti i denari della casa. Tutti i denari che provengono dalle campagne. I denari che vengono dallo stipendio dello Zio, e da altri suoi proventi. I denari che vengono dai fruttati, del denaro speso per la chiesa. I denari che possonsi riscuotere prestati dallo Zio ad altri.

Il denaro di questa cassa deve servire unicamente per i bisogni di casa nostra, e guai se non si usa per la sola casa nostra! Servirà a pagare i frutti del denaro che lo Zio ha preso in prestito. Servirà anche a poco a poco a pagare il capitale. Servirà a pagare le tasse. Servirà alla coltivazione e alla bonifica delle campagne.

Tutto quello che s’incassa, deve essere notato indispensabilmente in un apposito registro, che deve tenere assolutamente la Mamma.

Vi si deve notare: incassato tanto: per tale vendita o tal’altra cosa: il giorno tale, il mese e l’anno: dalla persona tale per questo o per quell’altro oggetto. Viceversa, vi si deve notare speso tanto per questa o per quell’altra cosa.

Il denaro da questa cassa comune non deve essere preso che col consenso della Mamma, dello Zio, di Tutù e Maristella. Per le spese straordinarie e di rilevanza, oltre ad esservi il consenso di tutti voi, deve esservi il consenso mio assolutamente.

Per la Chiesa voglio che non si deve spendere assolutamente un centesimo.[24]

Ovviamente, tale atteggiamento non era una caratteristica esclusiva dei Guzzone. Anzi, rappresentava la mentalità imperante nella provincia siciliana dell’epoca. Famiglia e proprietà sono state due deità che hanno ispirato molti romanzi ambientati nell’Ottocento.

Insomma, in quegli anni anche l’Evangelo era diventato borghese!

E questo, forse più della letteratura, questo ce lo fa capire la corrispondenza della gente spicciola. Non sarebbe male uno studio su questo genere di scrittura allora tanto praticato.

Per adesso, mi accontento di riportatare un’esemplare pagina di un Gaetano Modica di Scordia – parente di suor Benedetta, già amica di don Rosario – pervenuta proprio a don Rosario.

Lì vedremo che il peggior delitto di un iniquo sig. Cristofaro era stato quello di avere dato via il patrimonio:

Scordia, 17/1/1870

Carissimo Amico

Con grande piacere ho ricevuto la vostra seconda lettera del giorno 16 stante e credetemi che soffro nello scorgervi in dissidio con questo santo cristiano, che in tutte le sue intraprese comincia bene e finisce male.

Non dimenticate il nostro detto volgare, ma figlio della più assennata esperienza: chi ha più sale condisce la minestra.

E poi, caro il mio amico, la pace si compra.

Voi avete tutta la ragione e se qualche disaccorto si fosse regolato con maggiore garbatezza, son sicuro che voi gli avreste ben volentieri accordato il vostro favore.

Ma che volete, io disapprovo i litigi, molto più con gente tale, e vi replico che la pace si compra, e non sono che pochi mesi che ho sacrificato circa onze 400, con questo ingrato, iniquo sig. Cristofaro. Ma ho comprato la pace.

Il Signore mi renderà ciò che mi si ha fatto perdere. Né tralascio raccomandare alla sua clemenza questo sciagurato, che con un patrimonio sì vasto è pieno di debiti. Iddio lo perdoni!

E voi che siete tanto saggio e prudente son sicuro che perdonerete questo spirito falso.

In tutti i casi io son per voi.

Intorno alla mia diletta Eloisa, che posso dirvi? Due anni sono passati e sta da una signora di A. e non volle accondiscendere, l’anno scorso si dimandò da un ricco negiziante di Catania, e si turbò abbastanza.

Adesso che voi mi dite esservi un giovane civile, assennato e di molta convenienza, io, all’uopo, ne farò nuove e fervide inchieste e se il Signore lo permetterà, s’inizierà lo affare.

Intorno a interessi, voi non ignorate gli esiti della mia famiglia, della quale mi onoro, sperando che i miei amati figli proseguissero sempre nella loro sì bene incominciata carriera, che saranno la gloria maggiore della mia casa, ed è perciò che prontamente non le assegnerò più di onze 60 all’anno, oltre il convenevolissimo corredo.

Voi non ignorate la mia posizione, e conoscete quanto vi ho sempre ripetuto, che l’unica mia diletta figlia, sarà non solo non posposta ai suoi fratelli, ma piuttosto avvantaggiata, ma replico prontamente però in quel modo.

Vi ringrazio sempre della vostra cortesia, e della buona opinione che nutrite per la mia Eloisa. Da canto mio però benedico i miei sacrifici nel  farle apprendere tutte le virtù cristiane e donnesche, non esclusa la musica nella quale è tanto progredita. Io la bramo felice, e lo merita, ed il Signore mi auguro esaudisca i miei giusti voti.

E caramente salutandovi, vi prego nuovamente riflettere al vostro affare con (…), vi consiglio aspettare e perdonare e credetemi il vero vostro amico

Gaetano Modica[25]

Come si vede, siamo nello stesso ambiente di Mastro don Gesualdo e come Gesualdo Motta i Guzzone erano diventati proprietari partendo da condizioni umili.

Ancora in un atto del 26 maggio 1829, infatti, il nonno del nostro Sebastiano (e padre di don Rosario) veniva citato come “Massaro Sebastiano Guzzone Ingulame, campagnolo.[26]

Non desta meraviglia, dunque, un carteggio in cui si rispecchiano i pensieri del secolo.[27]

Secondo la tradizione dell’ambiente, don Rosario considerava un affare pure il matrimonio e probabilmente suo fratello Giuseppe aveva sposato Maria Sangiorgi per interesse.

Quest’ultima, infatti, doveva essere un partito molto apprezzato, se l’albero genealogico di Sebastiano Guzzone, trovato fra le carte di famiglia, fu costruito sulle ascendenze materne. Lo diamo, quindi, per accondiscendenza alle piccole vanità delle famiglie ottocentesche:

Giuseppe Medulla, l’8/5/1645, sposa Antonia La Russa.

Dai due nasce Antonio Medulla, che, l’ 8/4/1665, sposa Stella Maria Barone (nata da Vito Barone e Caterina La Russa).

Nasce Bartolomea Medulla, che, il 18/8/1709, sposa Giuseppe Mancuso.

Nasce Antonia Mancuso, che nel 1735 sposa Domenico Vitali.

Nasce Gaetano Vitali, che nel 1742 sposa Alfia Gulinello.

Nasce Palma Vitali che nel 1794 sposa Leone Incardona.

Nasce Giuseppa Incardona che nel 1828 sposa Sebastiano Sangiorgi.

Nasce Maria Sangiorgi che nel 1855 sposa (celebrante don Rosario Guzzone) Giuseppe Guzzone (nato da Sebastiano e Giuseppa Placenti).

Nel 1856 nasce Sebastiano Guzzone.[28]

Oltre a Sebastiano, nacquero poi Salvatore e Mariastella, i quali furono i veri continuatori della politica da formiche di don Rosario, per la morte prematura del fratello maggiore.

Lo furono a tal punto che nel 1893 andarono in lite per questioni ereditarie con donna Gaetanina Baldanza, vedova di Sebastiano.

E questa volta i discendenti dell’antico massaro erano ormai diventati possidenti:

“(…) Baldanza Reina Gaetanina di Vincenzo, possidente () contro Guzzone Mariastella e Salvatore fu Giuseppe, sorella e fratello, possidenti ()”[29]

5

La sicilia dei notabili: Salvatore Majorana Calatabiano

Al momento in cui Sebastiano Guzzone veniva alla luce, cioè ancor sotto il dominio borbonico, a Militello e nell’intera Sicilia c’era stato – ed era in corso, come si è potuto già intuire – tutto un ribollire di cambiamenti politici e sociali.

Capiamo che quest’idea non può dirsi universalmente condivisa, perché disgraziatamente parliamo di anni mal studiati.

Fa eccezione Francesco Renda, del quale un passaggio ci sembra illuminante:

Il Mezzogiorno borbonico ottocentesco si differenzia in modo sostanziale dal Mezzogiorno borbonico settecentesco. In questo ultimo, i regni di Napoli e di Sicilia sono uniti e convivono utilmente per oltre settant’anni sotto re Carlo III e sotto il di lui figlio Ferdinando III. In quello ottocentesco, Napoli e Sicilia sono, invece, in perenne conflittualità, fino al reciproco annientamento.”[30]

In un contesto simile, quindi, sul Regno delle Due Sicilie avevano furoreggiato numerose tormente politiche, prima con Ferdinando; poi, con Francesco I, dal 1825 al 1830; ed, infine con Ferdinando II (tenendo conto del fatto che l’ultimo Borbone, Francesco II, fu Re per un tempo troppo breve).

Durante questi perturbamenti c’erano state istanze costituzionaliste avanzate – da parte degli uomini più progressisti – e, per paradosso, le istanze autonomiste erano venute dal baronaggio – postosi in difesa di privilegi che mal si conciliavano con i concetti centralistici affermatisi dopo la Rivoluzione francese -.

Proprio a Militello, fra i progressisti aveva spiccato la figura di Vincenzo Natale (Militello, 1781 – 1855), che dal ’12 al ’14 era stato segretario nel parlamento siciliano e dal ’20 al ’21 in quello di Napoli.

Egli aveva, inoltre, espletato il mandato di deputato nella Palermo del ’48 ed aveva diretto il giornale  “L’Osservatore”.

Nei suoi discorsi parlamentari il Natale era stato, ovviamente, pugnace combattente nella lotta filo-centralistica:

Quale sarebbe la causa di tanta miseria, di tanta desolazione, se non è in massima parte questo mostro della feudalità? I baroni di Sicilia hanno formato fra di loro dai più remoti tempi una lega infernale. Essi, nuotando sempre nelle dovizie e nel lusso, si sono resi immuni dai pesi pubblici. I proprietari, che sono essi, non pagarono mai alcun dazio; tutte le imposte sono sempre ivi gravitate sopra generi di consumazione, sopra la bocca del povero (…) I baroni di Sicilia rassomigliano perfettamente ai di lei antichi tiranni, dei quali non vi erano sulla terra tiranni più atroci, più sospettosi, più intrapendenti e sottili, come porta l’acume nazionale, a trovare dei ripieghi a loro favore.”[31]

Dalla stessa famiglia politica del Natale era sorto poi l’astro di Salvatore Majorana Calatabiano (Militello, 1825 – Roma, 1897), che:

Attivo nella rivoluzione del 1848, partecipò alla redazione di periodici, principalmente all’”Unione italiana”. Dopo l’esperienza rivoluzionaria si ritirò a Militello. Nel 1850 si laureò in giurisprudenza a Catania. In questo periodo tenne un insegnamento privato di scienze sociali ed in seguito l’avvocatura. (…) Nel 1860 venne nominato delegato dalla Dittatura a Militello e successivamente ispettore provinciale provveditore agli studi. Nel 1865 vinse il concorso a professore di economia politica nell’ateneo di Messina, ufficio da cui si dimise per l’elezione alla Camera nel 1866. Fu deputato ininterrottamente fino al 1879. Nel marzo 1876 venne chiamato da Agostino Depretis a ricoprire il Ministero dell’Agricoltura, industria e commerico, incarico retto fino al dicembre 1877, quando il ministero venne soppresso. Il Ministero fu nuovamente ricostruito nel 1878 ed affidato da Depretis nuovamente al Majorana, che lo resse fino al 1879. In quell’anno Salvatore venne nominato senatore.[32]

Alla carriera politica va aggiunto il suo ruolo di intellettuale.

Infatti:

Nel settembre 1874 per iniziativa di un gruppo di uomini di Destra, soprattutto toscani, tra i quali Peruzzi, Ricasoli, Cambray-Digny, Bastogi, Busacca, Torrigiani, e di un gruppo di aderenti alla Sinistra, soprattutto meridionali, tra i quali Ferrara, Majorana-Calatabiano, Magliani, Mancini, fu fondata a Firenze la Società Adamo Smith, che si propose “di promuovere, sviluppare, propagare e difendere la dottrina delle libertà economiche, quali furono intese dal suo precipuo fondatore, Adamo Smith, poi svolte ed applicate dagli economisti e da’ governi che l’hanno adottata.” La Società ebbe come organo il settimanale fiorentino “L’Economista”.[33]

In una personalità tanto ricca, perciò, la famiglia Guzzone non poteva non cercare amicizia e protezione.

Cominciò don Rosario, che:

Si avvalse delle sue amicizie dentro e fuori la Sicilia e specialmente di quella del senatore don Salvatore Majorana Calatabiano, col quale era in intima corrispondenza, sebbene di idee politiche contrarie, e coi fratelli Blandini, Vescovi di Noto e di Agrigento.[34]

Le frequentazioni con Salvatore Majorana Calatabiano tornarono utili soprattutto dopo un avvenimento delittuoso del 1882 – oggi, però, si chiamerebbe eccesso di legittima difesa –, di cui fu protagonista il fratello di Sebastiano, Salvatore (Tutù).

Il fatto lo si apprende da una lettera dello stesso pittore:

Carissimo zio.

Ieri mattina 25, ricevei in Assisi la sua lettera raccomandata e subito di là le risposi con telegramma. Intanto partii d’Assisi ieri a mezzogiorno e ieri sera stavo a Roma. Appena arrivato, ieri sera stesso fui a consultare il Senatore Majorana per questo affare. Egli mi à risposto in prima di tutto di domandare adesso stesso la libertà provvisoria, che l’accordano, visto che lo stato dei feriti non è pericoloso, né grave: quindi domandatela subito. Secondariamente mi consigliava in questo intervallo, avante ottenere la libertà provvisoria tenetelo occulto, in Militello; senz’esser necessario che vada fuori di paese.

Avuta questa libertà provvisoria potrà partire, e sarà allora interogato dal Giudice. Quel che Tutù dovrà dire al giudice sarà, che trovate queste persone che rubavano da noi e che volevano ammazzarlo, per propria difesa gli sparò, come mi scrisse lei nella prima lettera. Non è necessario che io venga, me lo ha detto pure il Senatore, né che lo mandiate fuori; tenetelo occulto in Militello.

L’altro giorno ho spedito d’Assisi una lettera raccomandata con L: 50; ora ve ne spedisco altre L: 40, ma a giorni vi manderò qualche somma, che devo ricevere tra giorni da fuori.

Scrivetemi sempre a Roma, sinché ve lo dirò io.

Non scrivo altro perché temo che parta la posta. Scrivetemi subito.

Io sono buono.

Le bacio la mano unitamente alla mamma.

Vostro… (illegibile)

Sebastiano Guzzone[35]

Pare che poi la storia sia finita tutto sommato bene, se si eccettua qualche doloroso esborso di denaro e la cappa di ansia che gravò sul nostro artista e sull’intera famiglia. Sul decorso della vicenda ho ancora ritrovato un appunto fra le carte di famiglia, che purtroppo non si sa da chi è stato scritto:

Il processo di Guzzone fu inviato alla sezione di (illeggibile), ma non si è spedito mandato di cattura. Potrà spedirlo la Corte. Io non gliene ho scritto perché altra volta vide qui il S. Guzzone il quale non mi disse nulla e perciò credo avesse adebito altri. Oggi ne ho preso conto dallo Istruttore e mi affretto a rispondere da Tribunale.[36]

Tante preoccupazioni pratiche si riverberarono sull’attività e sugli esiti pittorici di Sebastiano Guzzone.

Sospettiamo che, per una buona metà degli anni Ottanta del secolo, l’amicizia con Majorana gli fece prediligere determinati soggetti, più consoni all’autocelebrazione della nuova classe dirigente post-unitaria, che all’espressione di sentimenti individuali.

Con questi temi, oltre ad introdursi negli ambienti che contavano, egli dipinse tenendo ben presente le vendite, cioè con la mentalità del borghese, anche se fu un borghese siciliano, cioè con la personalità politicamente duttile e pronta a trar profitto dalle occasioni.

Proprio a causa di tanto senso della concretezza, nell’isola mancò – e manca ancora – il gusto del rischio imprenditoriale, per cui l’interesse per il Guzzone di questi anni va al di là della mera valutazione estetica.

Sono secoli che con la storia i siciliani giocano di rimessa.

I siciliani giocarono di rimessa anche nel 1860, quando un quatrenne Sebastiano li vide applaudire le truppe garibaldine che entravano a Militello.

In testa c’era il Consiglio Civico della città, prontamente riunitosi per un Indirizzo di adesione:

L’anno 1860 il giorno due luglio in Militello.

Riunitosi il Consiglio Civico di questo Comune dietro avviso affisso nei luoghi pubblici, e dietro suono della campana maggiore di questa Chiesa Madre, il Presidente trovato legale il numero ha aperto la seduta.

Ed ha invitato il Consiglio ad eliggere (sic) il Segretario, quindi a votazione fatta a schede segrete dietro lo squittinio (sic) dei signori Dr. D. Salvatore Capuana e D. Giovanni Consolo eletti all’uopo, sono risultati per Segretario del Consiglio Civico il sig. D. Salvatore Majorana Zaffarana, e per Vice Segretario il Sacerdote D. Sebastiano Grillo, con la maggioranza dei voti risultati dallo squittinio.

Ciò posto, il Presidente del Consiglio Dr. D. Vincenzo Vecchio assistito dalla presenza del prenominato Segretario Dr. D. Salvatore Majorana Zaffarana ha proposto.

Il Consiglio ad unanimità ha deliberato di eliggere una commissione di quattro individui dei seguenti consiglieri:

Parroco D. Francesco Caltabiano

Canonico D. Giovanni Platania

Dr. D. Arcangelo Le Favi

Dr. D. Giuseppe Baldanza

Ad oggetto di occuparsi della redazione di detto indirizzo, e presentarlo al Consiglio nella tornata immediata.

Il Presidente

Vincenzo Vecchio

I Consiglieri

Arcangelo Le Favi

Vincenzo Iatrini

Francesco Dr. Lagona

Giuseppe Montalto

Giovanni Consolo

Salvatore Majorana Zaffarana Segretario[37]

6

Stampe ed arte popolare nella “Firenze del Val di Noto”[38]

Nella città in cui nacque Guzzone la lunga diatriba campanilistica, almeno, aveva portato il beneficio di moltiplicare per due gli orgogli e la ricerca di prestigio. Da qui la presenza nelle chiese (e nei conventi) di molti manufatti artistici, per cui, già a partire dal Rinascimento, Militello si era posta come una piccola Firenze.

Non ci sembra inutile, perciò, fare una veloce carrellata su quelle che furono le prime conoscenze figurative del nostro artista. Non furono pochi, infatti, i loro riverberi, almeno nelle opere giovanili.

Nei suoi quadri Guzzone ebbe una sua caratteristica grazia (penso, per esempio, a Pastorello malato), di certo ricordandosi del portale di Santa Maria la Vetere e della Natività di Andrea Della Robbia; la sua pulizia chiaroscurale, figlia di un alto magistero tecnico, non sarebbe dispiaciuta a Filippo Paladini; la rigorosa impaginazione lo riportava a Sebastiano Conca e, perché no?… anche ai minori Olivio Sozzi e Vito D’Anna.

Fin quasi alla fine della sua vita, cioè fino al 1889, se si guardano i taccuini, anche quando Sebastiano Guzzone ormai operava en plein air, secondo i nuovi canoni artistici, molto più che ai misteri della natura, fu sensibile alle suggestioni della letteratura verista.

Per questo, raffigurò i sentimenti dell’uomo anche nei soggetti religiosi. Lo incantavano le situazioni e, soprattutto, i grandi spazi architettonici.

Persino con la delicata tecnica all’acquerello, come si vede in uno straordinario Cortile di palazzo Spada, volle rendere la solennità delle colonne e la solidità dei cornicioni.

In fondo, il suo essere siciliano si concretizzava nell’amore per le pietre. O, forse, semplicemente, così manifestava il suo essere militellese, cioè della Sicilia interna, dove in fin dei conti la storia è il ricordo della transitorietà dei poteri.

Per mille singolari congiunture, nell’isola la proprietà terriera era l’àncora del lavoro contro i capricci del mare – cioè, dei commerci e delle imprese -.

Lì, come abbiamo già scritto, la storia raccomandava prioritariamente la prudenza, specialmente sul versante degli interessi economici.

Non c’è meraviglia, quindi, se negli anni di maggiore produzione nelle lettere del pittore si parlava pochissimo di emozioni estetiche, mentre un grande spazio era dedicato al racconto dei successi e soprattutto alla oculatezza delle spese:

Carissimo fratello.

Ti acchiudo lire 50, coi quali comincerai a piantare la vigna come di presenza convenimmo; ti raccomando impiegarle esclusivamente per piantare la vigna, ed a nessuno altro qualsiasi affare. Quando puoi mi comincerai a dire qualche cosa di questi lavori di pianto della vigna di Forbice; queste L. 50 quando le avrai impiegate a tale spesa, me lo avviserai, che vedrò di mandartene altre, basta che quando io verrò in Militello nella estate, a Dio piacendo, vegga tutto piantato il terreno di Forbice.

Ti abbraccio di cuore, non che alla sorella, e bacia le mani alla Mamma ed allo Zio. Io sono buono. Mi scriverai quando avrai ricevuto questa lettera.

Consegnerai la qui acchiusa lettera al cugino Angelo o Peppino, e gliela metterai nell’envelop.

Tuo aff.mo fratello

Sebastiano Guzzone[39]

In ciò, naturalmente, la famiglia lo capiva perfettamente. E lo capiva anche la città.

Nel periodo immediatamente precedente la sua nascita, quando imperversò il riformismo illuministeggiante, c’erano stati soprattutto progetti di pubblica utilità, realizzati a vantaggio di quella borghesia così bene esemplificata da don Rosario e parenti.

Non si era elevata, perciò, la poesia dei palazzi baronali, ma si era distesa la prosa di acqua, luce, strade ed orologi.

Questo, ovviamente, fino alla soglia degli Anni Quaranta, cioè fino a quando le fibrillazioni rivoluzionarie, che erano culminate nel ’48, avevano avvelenato i rapporti tra governanti e governati.

Pare, comunque, che il primo ad accorgersi della predisposizione al disegno del piccolo Sebastiano sia stato il suo maestro elementare, come racconta don Mario Ventura:

Un aneddoto interesante da ricordare, e che fece conoscere appieno come il Guzzone avesse sin da piccolo il bernoccolo del disegno, fu tramandato dalla bottega del (…) Sinatra.

Il Guzzone frequentava la quinta classe elemetare sotto il maestro don Paolo Medulla, Sacerdote e pedagogo rigoroso. Un giorno, dopo aver terminato il compito di italiano, il piccolo Guzzone guardava attentamente i lineamenti dell’insegnante e lo disegnò seduto nella cattedra, quando meglio potè farlo in quella tenera età. Il disegno piacque molto al Medulla, che avendolo mostrato a don Rosario, lo invogliò ad inviarlo senza mettere tempo a Roma, togliendo così ogni dubbio dalla sicura riuscita del giovanetto.[40]

In verità, don Rosario, prima di decidersi al gran passo di mandarlo a Roma, volle affidare il nipote agli incisori di immagini sacre Salvatore Grande e Francesco Sinatra, cosa che non fu senza conseguenze.

Dell’ultimo, purtroppo (ammesso che non si tratti di uno dei tanti svarioni in cui è incorso don Mario Ventura), non siamo riuscito ad avere alcuna informazione. Un po’ più fortunata, invece, è stata la ricerca di notizie sul primo, dato che, in una mostra del 1986 sulle Immagini devote di Militello nei secoli XVIII e XIX, tenutasi nel militellese Museo “San Nicolò”, è stato esposta una stampa da clichet di legno attribuibile a lui:

“…La tecnica era già presente in paese e locali possono essere anche altri clichets, quale quello di grande finezza con il SS. Salvatore attribuito tradizionalmente a Salvatore Grande, di cognome non tipicamente militellese, la cui firma, non segnata sul clichet, è però presente in una stampa da questo tirata.[41]

In ogni caso, nell’Ottocento a Militello (e nella provincia siciliana), se si eccentua l’opera di qualche decoratore, quella delle stampe era la principale attività figurativa quasi colta.

Su di essa, perciò, il giovanissimo pittore dovette inizialmente costruire il suo ideale bagaglio di immagini. Non a caso:

Le stampe di artefici oscuri ci sanno dire ciò che niun rame del Raimondi e del Mantegna sarebbe in grado di rivelarci; esse sono state appese per secoli alle nude pareti delle officine urbane, delle rustiche capanne; e degli operai e dei contadini rispecchiano l’umile esistenza, le gioie, i dolori, le virtù e i vizi, le aspirazioni e gli scherzi: tutto insomma. Dalle stampe che si acquistavano sul mercato apprendeva il popolo quel po’ di scienza di cui gli illetterati erano capaci.[42]

La loro tecnica quindi aveva una secolare tradizione:

L’uso della carta stampata con immagini di santi risale al sec. XIV e precisamente all’introduzione della carta in Occidente, intorno al 1350. In precedenza venivano usate medagliette in stagno o piombo: si continuava in questo modo un uso che risale, per limitarci a tempi più vicini, all’età greco-romana, in cui i contadini facevano incidere su tavolette di bronzo o di rame (fulacteria) particolari invocazioni o scongiuri apotropaici, che poi venivano appesi alle porte, agli alberi o alle vigne.[43]

Senza scordare che, parallellamente alla stampa su carta, c’era quella, fiorentissima nella vicina Caltagirone, su terracotta.

Oggi, la felicità del collezionista di tradizionali espressioni estetiche popolari è rappresentata dalle statuine presepiali dei Vaccaro-Bongiovanni, da quelle su una sola faccia e dagli stampi di mostarda, dove motivi di decorazione naturalistica convivono con immagini veriste.

A Militello, invece, la tradizione era rappresentata proprio dalle stampe su carta e l’artista più antico di cui si tramanda il nome fu Emanuele Fagone (1799-1859). Si attribuiscono a lui anche i Ritratti di parroci presenti nella sacrestia della chiesa di San Ncolò-SS. Salvatore.

Sua, ancora, è una Madonna della Stella dipinta su vetro, attualmente ubicata nella sacrestia della chiesa omonima.

Comunque, se Guzzone era troppo piccolo quando Fagone morì, quasi sicuramente conobbe l’incisore Nicolò Culosi (1802-1876).

Per fortuna, molte immaginette sacre, sue e del Fagone[44], sono visibili nei musei “San Nicolò” e “Sebastiano Guzzone”, potendo testimoniare un raggiunto livello dignitoso, seppur dai gusti semplici.

Come, poi, tutto ciò si riverberasse dalla, e nella, pittura ce lo dice un Sant’Alfonso de’ Liguori sorridente e paterno del 1832, che oggi si trova nei depositi del Tesoro di Santa Maria della Stella.

Purtroppo, il tempo e disgraziati eventi hanno quasi del tutto cancellato la firma dell’autore (Biagio Sa…o); ma l’immagine dovette piacere molto, perché venne ripresa nella produzione degli incisori, in particolare in quella del Culosi.

La prima opera del Guzzone di cui resta notizia è, perciò, una vera e propria immaginetta sacra, nello stile e nel gusto della collocazione. Si tratta di una Madonna della Stella che egli dipinse a tempera, a mo’ di capezzale, sulla parete sovrastante il letto della sorella Maria. Si conserva nel Museo “Guzzone”, grazie a un distacco (disgraziatamente non perfettamente riuscito).

In ogni caso, il piacere della vignetta dovette essere preponderante nelle iniziali prove figurative, se è vero che, come con i soliti errori ha attestato don Mario Ventura:

Con rapidità e precisione ritraeva una roccia muschiata, il getto di un mulino ad acqua, una caricatura, una dama al teatro, un on.le a Montecitorio, un animale domestico, un panorama che lo interessava.[45]

Evidentemente, in questo brano il nostro sospetto sugli errori del buon canonico viene dal fatto che fino al 1869, anno in cui Guzzone si trasferì a Roma, questa città non era la capitale d’Italia.

Era, quindi, impossibile che ci fossero onorevoli, a Montecitorio.

Nell’autunno del 1869 ci fu quindi la decisione di mandare il giovane Sebastiano a Roma, presso lo studio del pittore Filippo Casabene (? – 1878).

Probabilmente, tale scelta venne vissuta dal vero capofamiglia, lo zio don Rosario, con la mentalità di un concreto investimento (anche se ne va pure sottolineata l’apertura mentale).

Il nuovo maestro, fra l’altro di ascendenze catanesi, era Conservatore delle opere d’arte in casa Borghese; in più, esercitava il mestiere di restauratore e copista.

E ben presto con lui l’allievo colse il suo primo vero successo.

Casabene si era letteralmente specializzato nel copiare Guido Reni (in particolare, l’Aurora) ed in quei giorni lavorava su una Beatrice Cenci appartenente alla Galleria Barberini, ma in restauro presso la Galleria Borghese.

L’opera era di gran pregio nella tecnica del disegno e negli impasti del colore, tanto che da alcuni veniva attribuita al Reni e da altri al Cagnacci.

L’allievo aveva il modesto compito di preparargli la tavolozza.

Un improvviso malore, però, costrinse il restauratore ad assentarsi ed a quel punto Guzzone fece una copia del dipinto, che riuscì tanto perfetta da ingannare i visitatori e lo stesso Casabene, il quale, addirittura, arrivò a riconsegnare la copia al posto dell’originale.

Soltanto quando, guardando il retro, si scoprì l’inganno, il ragazzo rivelò il tutto, meritando i complimenti del direttore della Galleria Barberini.

7

Il periodo accademico: con Sebastiano Conca ed il suo ambiente

(1871 – 1877)

Appena due anni dopo il suo arrivo a Roma, Sebastiano potè iscriversi all’Accademia di San Luca, risultando sempre fra i primi, come ci attestano i diplomi:

Regio Istituto di Belle Arti – Diploma

Guzzone Sebastiano in seguito ad esame è ammesso alla scuola libera di nudo in questo Istituto.

Roma, addì 10 dicembre 1874.

Il direttore                                    Il segratario

Prof. G. Prosperi                           A. Ansen[46]

E l’anno dopo:

Regio Istituto delle Belle Arti di Roma – 1 dicembre 1875, Scuola libera di nudo.

In seguito all’esame di concorso è stato ammesso alla scuola libera del nudo il sig. Guzzone Sebastiano di Militello Val Catania.

Il  segretario                                    Il direttore

A. Ansen                                     F. (G.?)Prosperi“[47]

Purtroppo, nel pieno dell’impegno per lo studio, gli arrivò pure la notizia della morte del padre:

Oggi 12 maggio 1872 nella sua abitazione sita in strada Tre Punti (Marche) è morto Giuseppe Guzzone di Sebastiano e di Giuseppa Placenti di anni 48 marito di Maria Sangiorgi[48]

Perciò nel 1873 il giovane ritornò per breve tempo a Militello. Di quei giorni ci resta una lettera al Casabene, in cui descrive le emozioni di una visita a Catania:

Fui a Catania verso l’Ave Maria (…) e rimasi incantato nel visitare la via Etnea e la Villa Bellini, che erano illuminate a giorno, una folla di gente passeggiava tranquillamente godendosi il fresco della sera. Alla villa ricca di busti di uomini illustri catanesi, per altro assai ben fatti, si eseguiva un concerto musicale nella spianata principale ed era un piccolo vero incantesimo, altro che Pincio! Bravo ai nostri catanesi! Tutto era ordinato bene e faceva piacere a vedere. Lei bisogna che la riveda ora Catania, emula in vero le più belle città d’Italia, merita proprio rivederla.[49]

Dopo questo viaggio non sentiremo più parlare di Giuseppe Guzzone, se non come riferimento anagrafico negli atti notarili. Un destino comune a molti mariti, il suo, a partire dal San Giuseppe dei Vangeli. Lo dico a proposito del ruolo cosiddetto secondario che nei secoli avrebbero avuto le donne.

Molto presenti, invece, sono le testimonianze di grandi soddisfazioni personali, sia a scuola, che nella vita di società:

Giovedì quattro corrente all’Accademia si effettuò la distribuzione delle medaglie. Intervennero il Ministro della Pubblica Istruzione che consegnò con le proprie mani le medaglie e i diplomi a tutti gli alunni premiati. Erano presenti tutti i professori dell’Accademia, uno dei quali tenne il discorso e incoraggiò gli allievi studiosi. Tra gli invitati si notavano molte personalità dei ministeri e dell’esercito. Un professore siciliano chiamava il premiato che veniva presentato al Ministro il quale gli dava il diploma e la medaglia tra gli applausi degli astanti. Io ho preso medaglia e diploma. Mi sembra più grande di quella avuta l’anno passato.[50]

E ancora:

Associazione dei Benemeriti Palermitani

Alto protettore Sua Maestà il Re d’Italia

Diploma

Questa R. Associazione, intenta sempre a promuovere l’incremento e il perfezionamento delle Scienze, delle Lettere, delle Arti e delle Industrie, conferisce al sig. Sebastiano Guzzone pittore il titolo di Membro corrispondente per i suoi meriti artistici.

Palermo, lì 14 luglio 1876

Registrato al N. 1101 lettera G

Il Presidente                                                 Il Segretario

A. Bandiena                                                   A. Luisi[51]

A questo punto, però, bisogna dire che sulla validità degli insegnamenti impartiti nell’Accademia di San Luca sono stati avanzati forti dubbi. Per esempio, su molti di quelli che probabilmente furono gli insegnanti di Guzzone, lo storico primonovecentesco Basilio Magni dette giudizi addirittura devastanti:

Il periodo accademico, o sia l’arte del primo Impero, s’inizia col secolo XIX e dura insino al 1860 in circa (…) Senonché dove l’arte accademica si mostrò più sfacciatamente fu nella pittura. In tutta la storia dell’arte è questo il breve periodo in cui più essa intristisce; tantoché non rivelando più il bello, avrei richiamata in vigore la risoluzione del Conciliabolo dell’anno 754 sotto l’imperatore Copronimo, in cui fu dichiarata illecita l’arte della pittura. L’imitazione superficiale e servile dell’arte classica antica senza ringiovanirla d’una nuova idea, d’un sentimento moderno e senza un soffio di vita, mancando la forza di creazione: lo statuario, il teatrale, una maniera di fare uniforme, studiata e compassata, anziché naturale, non suscettiva di progresso o mancante d’anima: disegno liscio e rotondo per mancanza della scienza dei piani fondata sulla parte ossea dell’anatomia; positure forzate, contorni taglienti, pieghe accomodate sul fantoccio, mancanza assoluta di chiaroscuro, qualità suprema dell’arte, bandita con l’ostracismo dato dagli accademici ai barocchi, in cui valsero tanto, credendo di aver fatto tutto e bene solo col rivendicar l’arte dagli eccessi del barocchismo, per ricondurla alle pure tradizioni dell’antico; colorito di odiose e intollerabili tinte intere; una strada comune da percorrersi, spenta ogni individualità, forma tutto quel che si esprime col vocabolo accademia.”[52]

Per fortuna, in tempi più recenti, con Angela Ottino Della Chiesa, la valutazione si è fatta meno drastica:

La critica romantica e la storiografia successiva, sin quasi ai nostri giorni, ripetendo con lecita ignoranza luoghi comuni superficiali e retorici, hanno fatto dell’arte neoclassica la propria testa di turco sulla quale è meritorio tirare nelle baracche della fiera. Senza riflettere, fra l’altro, che essa è l’espressione spontanea di un’età tra le più complesse della storia europea, quella in cui siamo nati.

Per la sua genesi e per le sue forme l’arte neoclassica ci appare innanzi tutto come il risultato di una reazione alle ultime e meno valide espressioni del barocco e del rococò, aiutata da un contemporaneo e profondo mutarsi dell’ambiente, del costume, del pensiero e del gusto di quella società in grembo alla quale era chiamata a fare le sue prove.[53]

Questo fino a quando in maniera più corretta, guardando agli anni tra il 1855 ed il 1877, lo storico Corrado Maltese ha chiarito che ci fu un tentativo di stabilire un “momento unitario dell’arte italiana”,[54] per cui il giudizio su di essi dovrebbe radicalmente cambiare. La formazione della nazione italiana, infatti, implicava l’idea di una cultura e di un’arte nazionale. Qualsiasi studio che non ne tiene conto cade nell’anacronismo, che dei pregiudizi è il più insidioso. Valutare l’Accademia secondo i paramentri delle poetiche successive è una sciocchezza. Sarebbe come se una blatta imponesse il suo concetto di bellezza a Greta Garbo.

Per realizzare l’unità artistica d’Italia, l’Accademia fu un ottimo strumento, anche se non mancarono i momenti dialettici, dato che:

Quel principio e quel momento si pongono come nuclei di condensazione di fatti pur diversi, e indicano legittimamente la formazione di un tessuto diramato ma omogeneo. Vi si riconoscono di certo andamenti differenziati, tipici dei diversi centri, nel Mezzogiorno, nell’Italia centrale e nel Nord. Ma gli aspetti localistici, i suggelli di regionalità, cedono in parte il passo ad aspetti e suggelli nazionali (…) In queste novità ha il suo rilievo quella che si potrebbe definire una maggiore mobilità, sia sull’area nazionale sia sull’area europea (soprattutto francese).[55]

Si completava, così, un deciso cambiamento di mentalità in Italia ed in Europa. Era il coronamento di un’evoluzione voluta dai nuovi protagonisti dell’economia, cioè da quegli stessi borghesi che nella Sicilia agricola provenivano dalla classe dei massari.

Abbiamo visto come un simile processo c’era stato anche nella piccola e decentrata Militello, quando le opere architettoniche atte a trasmettere la magnificenza dei signori e degli istituti ecclesiasticiavevano lasciato il posto agli interventi di pubblica utilità.

Non sembri, allora, né fuor di luogo né troppo ardita – lo diciamo en passant – la proposta di una rivisitazione critica degli sbocchi della Rivoluzione industriale. Io sospetto che essa stessa fu un effetto, più che una causa. La razionalizzazione dell’economia, di cui era stata espressione, aveva avuto origine in un aumento degli orizzonti e delle figure imprenditoriali.

La rivoluzione, insomma, partiva da lontano; anche se aveva avuto un’accellerazione dopo la scoperta della stampa e dopo lo sfruttamento del Nuovo Mondo.

Ecco perché, senza rifare la storia del Seicento e del Settecento, pensiamo che i nuovi concetti di arte espressi nelle accademie abbiano rappresentato gli incunaboli dell’organizzazione culturale di massa.

In quest’ottica, appare spiegabile il bisogno di sostituire l’estro individuale delle botteghe artistiche di una volta con un più ampio insegnamento delle tecniche nelle scuole. E proprio a Roma, Federico Zuccari nel 1593 aveva dato il via ai cambiamenti, fondando un’Accademia “per elevare gli artisti al di sopra del semplice artigianato.

Già nei suoi primi anni di vita, per sua fortuna, la nuova istituzione aveva potuto contare sull’efficace sostegno papale. Poi, all’inizio del Seicento, essa era stata intitolata all’evangelista San Luca, protettore dei pittori. Nel 1605, addirittura, Papa Paolo V aveva decretato la festa di San Luca, dove veniva concessa la grazia ai condannati scelti dagli accademici. La scuola era, quindi, entrata sotto il patronato del cardinale Francesco Barberini, nipote del Papa.

A continuarne il prestigio, l’Accademia nei secoli aveva contato sulla presenza di artisti di primissimo piano, tra i quali, tanto per citare i maggiori, si possono ricordare il Domenichino, Gian Lorenzo Bernini, Domenico Guidi, Pietro da Cortona, Sebastiano Conca, Charles Le Brun, Antonio Canova e Vincenzo Camuccini. Fino a quando, appena un anno dopo l’arrivo del nostro Sebastiano, cioè nel 1872, raggiunto finalmente il sogno di Roma capitale, essa fu trasformata in Accademia Reale.

Ogni studio sulla pittura dell’Ottocento italiano, però, deve per forza cominciare col neoclassicismo, il cui antesignano fu Pompeo Batoni (1708 – 1787), che ebbe la cattedra nell’Accademia di San Luca. Egli realizzò un nuovo tipo di pittura monumentale, sostituendo le stravaganze compositive del barocco con una impaginazione severa. Dipinse scene bibliche, come la famosa Agar nel deserto, e mitologiche, con un gusto che, attraverso mille mediazioni, arrivò fino al nostro Guzzone.

Ma, il teorico dello stile neoclassico fu senza dubbio Raffaello Mengs (1728 – 1779). Egli, insieme al critico tedesco Gioacchino Winckelmann, vide la perfezione della bellezza nei resti della figurazione classica, che fra l’altro andavano imponendosi all’attenzione della cultura, dopo le scoperte di Pompei ed Ercolano. Fu perciò pittore di rovine, anche se notevoli risultarono i suoi ritratti di personaggi illustri.

E, sempre a proposito di rovine, non si possono tacere le acqueforti dei Bibbiena – in chiave magniloquente – e poi di Bartolomeo Pinelli (1781 – 1835) – che trovarono “l’ispirazione il soggetto il carattere (…) nella sua Roma: nell’austera virtù dell’antica Repubblica, nel fasto dell’Impero, e, fratello spirituale di G. G. Belli, nel frastuono della Roma papale, massime trasteverina[56] -.

Gaspare Landi (1756 – 1830), ancora, lodato dallo scrittore Piero Giordani – lo scopritore di Giacomo Leopardi -, fu amico di Antonio Canova e nel 1810 presidente dell’Accademia di San Luca, risultò notevole nella ritrattistica. Anche se questo genere di pittura poté assurgere al livello di rappresentazione della tragedia storica soltanto con la Morte di Marat di Jean Louis David (Parigi, 1748 – 1825), che proprio a Roma dipinse quello ch’era destinato a diventare un vero e proprio manifesto della figurazione di storia, Il giuramento degli Orazi. L’influenza della sua opera, fra l’altro, ci viene sottolineata dalla virulenza critica dei nemici:

Il francese Jacopo Luigi David (…) che si formò a Roma, fu il malfattore principale della corruzione e convenzione dell’arte nella prima metà del nostro secolo, col suo idealismo e fare statuario e gelido da non destare alcun affetto ne’ cuori.”[57]

E come pittore del genere storico ebbe fama (ed andrebbe recuperato dal gusto dei moderni) anche Vincenzo Camuccini (1771 – 1844), autore di una apprezzabilissima Morte di Cesare. Come altrettanta rivalutazione meriterebbe Andrea Appiani (1754 – 1817), artista che dipinse il Trionfo di Napoleone, con un’ispirazione parallella a quella tanto impegnata sul versante civile del poeta Giuseppe Parini.

Simile alla critica dei neoclassici al barocco, fu la critica dei nazareni, i più importanti dei quali a Roma furono Tommaso Minardi (Faenza, 1787 – Roma, 1871) e Francesco Coghetti (Bergamo, 1802 – Roma, 1884), la cui firma si trova in un diploma di Guzzone, quell’anno classificatosi primo fra gli allievi dell’Accademia. Egli, inoltre, dipine affreschi di ispirazione religiosa e si caratterizzò per il prevalere delle tinte chiare, un po’ a scapito del chiaroscuro.

Minardi, dal canto suo, “fu assai valente nel disegno, o sia nell’esatto contorno geometrico dei corpi, nell’intendere la diversità dei piani (…) Fu altresì immaginoso e forte compositore, come dimostrò in vari soggetti della Divina Commedia, nella Disfida di Barletta, e nel gran dipinto a tempera della Propagazione del cristianesimo e Missione degli apostoli in una sala del palazzo del Quirinale.”[58]

Per questa caratteristica la pittura del Minardi può essere collegata con molta produzione di Sebastiano Guzzone, dato che ambedue furono ottimi illustratori dei momenti letterari, più che dei momenti storici.

Ed esiti letterari ebbero pure Filippo Agricola (1795 – 1857), che nei suoi Dante e Beatrice, Boccaccio e Fiammetta e Tasso e Eleonora dimostrò qualche sudditanza a Raffaello, e Francesco Podesti (1800 – 1895), autore di alcuni affreschi in Vaticano, che però riuscì meglio nei ritratti di piccole dimensioni.

Per quanto ci riguarda, l’importanza di Podesti è data dalle frequentazioni che certamente ebbe con Sebastiano Guzzone. Infatti, egli risulta tra gli invitati di riguardo, insieme a Salvatore Majorana Calatabiano, a Francesco Di Bartolo, a Nino Costa, a Pio Ioris, a Giuseppe De Sanctis (tutti nomi che ritroveremo più avanti), in occasione del carnevale romano del 1885, quando il pittore militellese viveva l’emozione del successo.

Il punto di riferimento maggiore della scuola purista che si affermò a Roma nella prima metà del secolo fu il tedesco Federico Overbeck (Lubecca, 1789 – Roma, 1869). Egli oppose al classicismo un sentimento fortemente intriso di cristianesimo e la riproposizione di una tecnica che guardava agli esempi del XIV e del XV secolo fino al Beato Angelico, escludendo persino Raffaello, ritenuto un modello imperfetto (per cui anche a lui, oltre che ai contemporanei pittori inglesi, calzerebbe l’appellativo di preraffaellita).

Molto presente nella città fu anche l’opera di Giovanni Augusto Domenico Ingres (1780 – 1867), del quale, per fermarci agli echi che se ne trovano in Guzzone, si possono citare Apoteosi di Omero, La Vergine dinnanzi all’Ostia e La Sorgente, tutte opere conservate nel Museo del Louvre. Ed, insieme a questa, nei suoi anni di formazione il siciliano senza dubbio avrà apprezzato le cromìe e le raffigurazioni sentimentali dei pittori del romanticismo, dei quali il più attivo a Roma era il già citato Francesco Hayez.[59]

A tanta schiera di maestri guardarono gli allievi provenienti da tutte le regioni d’Italia, in particolare:

Moltissimi furono i giovani siciliani che, invasi dal sacro furore dell’arte, lasciarono la loro terra per ampliare le loro cognizioni e andarono a studiare a Napoli, Roma o Firenze, presso le Accademie o presso famosi artisti per desiderio personale o perché economicamente incoraggiati dai Consigli Municipali del tempo. Ci sono il parallelo riscontro letterario del Verga: Eva, il protagonista maschile, il pittore siciliano Enrico Lanti trasferitosi a Firenze, afferma: “Il mio paese mi pagava una pensione allo scopo di aumentare il numero dei suoi grandi uomini.”

Nella capitale la frequenza con i conterranei serve a Guzzone da continua osmosi per la sua attività artistica… Anche Giuseppe Sciuti viveva in quel tempo a Roma e il vittoriese Giuseppe Mazzone vi sostava parecchio e rifiutava l’insegnamento di pittura presso l’Accademia di Belle Arti…[60]

Delle opere di Sebastiano Guzzone realizzate negli anni accademici, sono reperibili a Militello innanzitutto due disegni a matita: un Messaggero degli Dei[61] nel Museo “Guzzone” e un Nudo virile[62] in collezione privata. Ambedue sono Studi da statue, nei quali l’esattezza della descrizione anatomica si coniuga mirabilmente con la grande perizia negli sfumati chiaroscurali.

Nella stessa città (Museo “San Nicolò”), inoltre, si trovano un’Immacolata, olio su tela,[63] e un SS. Salvatore del 1877, olio su cartone, dove il Redentore ha lo “sguardo rivolto a sinistra. Capelli lunghi scendono sulle spalle. Veste una tunica bianca e mantello verde. Sulla mano sinistra regge il mondo. Un raggio di luce fa da aureola.[64]

Appartiene forse allo stesso periodo, ancora, uno schizzo a penna conservato nel Museo Civico, in cui vengono delineate alcune figure di Sante[65], probabilmente in vista della composizione di una pala d’altare.

Ed, infatti, un bozzetto per pala d’altare è un Martirio di Santa Caterina,[66] che si trova nello stesso luogo. Trattasi di un olio attribuibile a Guzzone, probabilmente collocabile nella seconda metà degli anni Settanta del Secolo, dove si apprezza soprattutto la caratteristica morbidezza della pennellata, oltre che l’espressione languidamente sentimentale.

Impregnato di stile accademico appare, infine, un dipinto presente nei depositi della Chiesa di Santa Maria della Stella, il Ritratto del Vescovo Morana, di evidente influenza accademica. Esso è una perfetta raffigurazione del decoro ecclesiastico, realizzata, come s’è detto, secondo canoni ancora neoclassici. Tutto è giocato sulla semplicità delle campiture di colore e su un disegno chiuso e perfetto. Il pittore, però, esprime già la sua individualità artistica nell’estrema morbidezza dei chiaroscuri. C’è pure il gusto di evidenziare l’eleganza degli abiti, esaltata dal prezioso anello  che spicca su una mano molto curata, che, in tutt’uno con l’espressioneaustera del viso, fa del prelato una presenza piuttosto mondana.

8

Le istanze classicistiche di Cesare Maccari

Il 17 giugno 1877, Sebastiano Guzzone scrisse allo zio una lunghissima lettera, che significò la svolta più importante della sua vita. Grazie ad essa, infatti, potè lasciare il cavaliere Filippo Casabene e la stantìa ufficialità dell’Accademia, per dedicarsi finalmente all’attività di pittore al corrente delle novità che venivano dal realismo e dalla pittura all’aperto degli impressionisti. L’importanza dello scritto è data, fra l’altro, dalla notizia delle sue intrecciate amicizie con Salvatore Majorana Calatabiano e col pittore Cesare Maccari (1840 – 1919). Questo, al di là di qualche pettegola ingenerosità nei confronti del Casabene ed al di là del bempensantismo ruffiano esibito per metterlo in cattiva luce davanti a don Rosario:

Il sig. Cavaliere al quale si porta tanta fiducia da noi, si nella professione che nel carattere e nel suo agire, ci ha dato per il contrario prove, le meno soddisfacenti. Nella pittura il suo modo e la sua scuola sono apertamente opposte alla pittura che si vuole oggi. Oltre ciò, mi accorgo che questo è un pittore che per lo più ha passato la vita nel restaurare e copiare i quadri antichi. Le quali cose sono dannosissime per più ragioni e recano il vizio della maniera e della perdita del gusto. Di conseguenza la nessuna stima dell’artista per i pochi buoni frutti che ne potrà avere nell’arte. È per questo che io non posso nutrire alcuna fiducia nella sua maniera, perché in tal modo anche se si facessero quadri e lavori ammirabili, non sarebbero apprezzati. È per questa ragione che lui si lamentava con me e ne dava conto di questa sua lagnanza a Vossia, che io non sento più i suoi ragionamenti nell’arte perché essi tendono a quello che la scuola universale della pittura biasima.

Per detta ragione la famosa Accademia di S. Luca composta da professori tutti di quel sistema condannato dai medesimi progressi dell’arte venne dal presente governo chiusa. Nel 1874 frequentai per alcuni mesi l’ultima classe del nuovo Istituto, dove come le scrissi allora, il direttore di esso volentieri mi ammise. Ebbene, il nostro Casabene sentendo i progressi della Scuola nuova un giorno mi fece forti rimproveri e pressioni per abbandonare quella classe, la cui frequenza mi sarebbe stata assai utile. Mi impedì di poter arrivare a prendere due premi di studio destinati a noi studenti e ancora di frequentare lo studio del celebre Maccari, che è l’amico del ministro Majorana e al quale egli mi aveva raccomandato. Anzi desidera quest’ultimo che io vada dal detto pittore per apprendere con più larghezza e modernità di idee. Anche nel 1873 frequentai la suddetta classe spettandomi di diritto e conseguito il primo premio del corso antecedente, ma disapprovandone il Casabene non potei avere alcun vantaggio. Nell’aprile dello stesso anno 1873, andavo a fare gli studi nella villa Borghese, i quali erano per me necessari ed importanti poiché servivano per sapere bene colorire e che lo stesso valente Maccari mi ha tanto raccomandato di non trascurare, specialmente quelli dell’aperta campagna. Ebbene io in quell’anno li avevo cominciati ed il Casabene non vedendoli di buon occhio, colse l’occasione per farmeli troncare. Avevo avuto tre giorni di febbre, cosa non straordinaria nei giorni di primavera per il forte odore di fieno e per l’umidità dell’erba, stando per terra molte ore, applicato a un paesaggio o ad altro soggetto.

Ebbene quel nostro amico le scrisse che i cattivi compagni mi portavano alla rovina, che io diventavo una testa sventata chiunque incontrava dei conoscenti mi dipingeva nei colori più neri, questo fatto eccitava il riso dei buoni credenti sul mio conto e con grandissimo mio dolore. Questo stesso che ho narrato e che avveniva quattro anni addietro vuole ripeterlo oggi. Egli convince la moglie e tutti e due l’ho in permanenza all’orecchio con i loro rimproveri. Mi alzo presto alla mattina appena spunta il sole, per fare appositamente questi studi, e tutti e due gridano al perditempo, alla testa guasta, agli amici della fossa.

Io non ho cattivi compagni, ma un giovane (Augusto Pollak?) buono mio coetaneo con cui abbiamo fatto gli studi assieme all’Accademia, con il quale ci siamo voluti sempre bene. Egli è studiosissimo e stimato come uno dei più valento giovani artisti di Roma. Lo stesso ministro Majorana suggerito da abili maestri mi consigliò un mese fa di abbandonare questo vecchio maestro, e fare la pittura che si vuole e così aggiungeva potrò arrivare ad eseguire qualche soggetto da mandare alle grandi esposizioni. Per suo riguardo sembra a me che non si debba sacrificare il mio avvenire. Anche lo stesso Maccari ha fatto elogi di me, dopo avergli fatto vedere disegni, olii ed acquerelli eseguiti dopo questi studi moderni. E specialmente è rimasto abbastanza meravigliato dopo avergli mostrato il Ritratto del monaco Celona e per questo il Ministro ha preso questa attitudine nel consiglio datomi.

Il Maccari pensando al mio caso diceva che era un delitto farmi seguire una scuola decaduta per rovinare il mio promettente avvenire.

Ad onore del vero debbo riferire che il Casabene si è approfittato delle lettere di elogio fatte a lui in antecedenza per i premi da me conseguiti in questi otto anni. Ma non bisogna sottovalutare la mia innata tendenza artistica e la mia buona volontà. Questo non fu certamente tutto merito suo. Egli vedendo la piena fiducia della nostra famiglia, non ha fatto mai conto del mio malumore e delle mie rimostranze, anzi appoggiato dalla buona fede di Vossia, ha commesso molte stoltezze, credendo di aver fatta sempre ragione da Vossia e fare passare me per uno sventato.

Io ricordo bene che scrissi tanto a Vossia quanto a don Gaetano Modica quattro anni addietro, che non volevo più stare in questa casa, che oltre ai motivi di non poter più studiare la sera per i figli della padrona di casa che venivano a seccarmi ogni momento, e maggiomente per i Casabene marito e moglie, che prendevano qualsiasi pretesto per tormentarmi con rimproveri ed insulti finché non fu loro aumentato il prezzo della pensione mensile.

Nel 1874 mi presentai al concorso Stanzani per la pensione gratuita di quattro anni, il pittore Casabene conosceva questa mia necessaria utilità nel fare esercizi sopra le teste al naturale, poiché il fare un ritratto in otto ore era uno degli esperimanti del concorso ed egli da maestro interessato non mi fece fare nulla. Anzi debbo dire che, mentre si faceva l’esperimento della testa al naturale, mi fece dei discorsi così scoraggianti perché vi era presente un giovane che aveva delle sicure probabilità di riuscita. Ed io feci l’esperimento con pensiero di abbandonare il concorso. Lui volle che io eseguissi l’ultimo esperimento, ma fu acerbamente rimproverato da tutti i suoi conoscenti e gli furono mosse serie rimostranze per non avermi fatto fare alcun esercizio. Mentre io, come dicevano, cominciando dallo stesso Casabene avrei potuto vincere sicuramente per il primo il detto concorso, se fossi stato ben diretto. Soffrii tanto dispiacere a causa della voluta negligenza di questo Maestro. La moglie stessa fece a Casabene aspri rimproveri per la sua ignavia. Tante volte mi ha consigliato di fare delle copie e specie l’Aurora del Reni, che come lui diceva se ne vendevano quanto se ne facevano.

Da vero egoista non mi ha pagato mai il lavoro che ho fatto e se mi ha dato qualche cosa non era che la minima parte, d’altronde non bisogna meravigliarsi perché questa è la comune sorte degli allievi apprendisti.

Il Casabene è uno sparlatore degli ecclesiastici e specie del Cardinale Panebianco, pur essendo suo intimo amico e benefattore. È un uomo che tradisce e manomette la verità, si fa sempre ragione, a me diede una prova che mi ha fatto perdere la fiducia in lui. Condotta da un suo amico al suo studio una agiata famiglia romana per visitarlo, vi era tra i componenti una giovane figliola, che aveva molta inclinazione per il disegno. Saputo ciò, su due piedi pensò di sua spontanea volontà di fare cosa gradita a quei famigliari di additarmi a loro come suo provetto allievo da poter dare lezioni gratuite alla loro figliola. Quelli naturalmente accettarono e mi invitarono nella loro casa per farmi vedere i disegni della loro figliola. Ed ecco che questo Cav. Casabene poco dopo arriva a dirmi: “caro amico hai perduto la testa!” Io non ho risposto niente. Meno male che erano presenti altre persone che avevano sentito tutto e volle farmi fare una gran brutta figura. Le mie orecchie sono tormentate da mattina a sera dalle sue parolacce e dagli eccessivi e sconcludenti rimproveri. Non si può dire una parola in sua presenza, la più semplice di questo mondo, non si può frequentare un amico, una casa, non si può accennare un qualsiasi argomento che egli non vi intraveda una congiura ai suoi danni.

Un anno dopo che andai via dalla casa di Renzi, facevo un piccolo ritratto a matita del nipote di quest’ultimo. Un giorno, finito di pranzare, andavo a completare il lavoruccio per consegnarlo. Il Casabene appena se ne accorse mi chiamò dalla finestra come un demente, mi rimproverava con grande impeto, dicendomi che andavo dai Renzi per tradirlo.

Così per aver passato un po’ di vernice su un suo quadretto, mi disse che glielo avevo rovinato. Da quando tiene in casa un misero passerotto, non vuole che si apra né finestra né porta per paura che voli via ed ancora per altri ridicoli motivi. Mentre lui una mattina era uscito, la moglie per far prendere aria alla stanza aprì il finestrone dello studio. Il passero, pur avendo le ali mozze fuggì. Che perdita irreparabile!!! Per questa ridicolaggine, appena arrivato a casa, e saputo la triste nuova, pur trovando la signora Marietta assai angustiata, questo pazzo diventò un diavolo. Andò in escandescenze straordinarie, morsicandosi ambo le mani, gridando come un ossesso, dicendo mille improperi a me e alla moglie, che gli avevamo fatto scappare il suo povero passero.

Insomma, non glielo toglieva nessuno dalla testa che questa – sicilianata – fosse venuta da me. Arrivò a ricusare il cibo e fare delle scenate indegne con la signora anche di notte, tanto che questa voleva lasciarlo e andarsene. Non si può dormire. La signora lo aveva fatto, come si suol dire, cristiano, perché era venuto a Roma con la dote della moglie, e ivi si mantiene con la stessa. Egli non aveva nulla e ora fa di tutto perché la moglie se ne vada. Ha fatto ridere ed indignare di sé tutti quelli della casa. Quando è calmo e gli si domanda un consiglio, escogita cento pensate non scegliendone mai una appropriata, mettendo più confusione. Non si è fatto il Precetto pasquale, non va mai a Messa neppure la domenica e feste. Mangia carne il venerdì, non si vergogna di tenere relazioni con una svergognata, con grandissimo dolore della moglie. Esaminato per sommi capi non vi è di che imparare, piuttosto seguendo lui si potrà avere fiducia nelle vie del vizio. Alzai la voce quattro anni addietro e fu soffocata dalla disapprovazione di Vossia. Da allora la mia vita non è stata che una continua sofferenza. La prudenza non è giovata a nulla. Minaccia la moglie e me. Io non ho più intenzione di stare con lui in questa casa, perché per mio conto ho perduto ogni fiducia in lui.

In un’altra lettera scritta nel giugno del 1877 accennai che ogni risoluzione contraria alla mia significava che non potevo più in tal maniera stare a Roma tutti i giorni angustiato e malinconico in questa casa di matti.

Queste difficoltà impediscono buoni passi nella perfezione dell’arte. Chi non è dell’arte non comprende le esigenze di una buona preparazione per la sicura riuscita della medesima. Studiando solo ed avendo uno studio potrò formarmi, senza dubbio in maniera migliore. Questo passo più che maturo è utile ed è stato l’oggetto delle mie continue riflessioni, individuando ogni fase, che senza dubbio sarà a mio grande vantaggio.

Appoggiandomi a un tronco già vecchio non avrò nessun andamento nella mia buona riuscita. Concludo pregandola vivamente di annuire al mio desiderio per non precludermi la via dell’arte, così uscirò felicemente da questa critica situazione. Questo è il momento in cui desidero un appoggio sicuro. Quella mia è una penosa età, quando cadute le illusioni della giovinezza si presentano il vero dell’esistenza per la prima volta nel mio animo in tutta la sua austera realtà. Se in questo brusco trapasso non mi sovviene una virile speranza corro il rischio di restare inghiottito per sempre da una dannosa neghittosità.[67]

Meno di un anno dopo, il 20 gennaio 1878, il povero Casabene moriva in un ospizio di pazzi. Guzzone era già andato via da casa sua e poteva perciò osservare le convenienze siciliane, spedendo allo zio una lettera molto smorzata nei toni, senza più traccia del fiele sparso prima:

Questo avvenimento mi ha molto addolorato pensando che egli fu uno dei miei primi amici che conobbi e nei primi anni fu il mio benefattore. In seguito per il progresso della mia arte non avendo in Lui quello sviluppo richiesto di cui si è in seguito fortunatamente riparato, dovetti lasciare il suo primo avviamento alla pittura, per seguire quello richiesto dalle esigenze odierne. Pregherò il Signore che lo benedica e gli conceda eternità beata.[68]

E don Rosario non era da meno, scrivendo, con un ritardo di tre mesi, alla vedova:

Con massimo dispiacere ho inteso la funesta notizia della morte del Cavaliere, ciò mi ha molto afflitto l’animo. Non trovo espressioni come significarle questo dolore essendo stato esso per me e per il mio nipote un amico. Ho celebrato più Sante Messe per l’anima sua, la gratitudine mi obbliga almeno a fare questo. Prego il Signore perché la rassereni e si confaccia alla sua divina volontà.[69]

9

Il periodo galante: Bellezza e Morte in John Everett Millais e  nei pre-rfaffaelliti

(1877 – 1885)

Abbandonato il Casabene, Sebastiano Guzzone andò a vivere ed a dipingere al n. 33 di via Margutta.

Fu un periodo ricco di successi commerciali. Finalmente indipendente, poté introdursi in un ambiente che godeva delle frequentazioni della classe politica italiana, dopo l’avvento della Sinistra al potere – di cui non secondario rappresentante era Salvatore Majorana Calatabiano -.

In quegli anni venne scritta una lettera da Giuseppe Cuttone (un cugino che studiava giurisprudenza a Roma) all’eterno don Rosario, che mi pare davvero straordinaria, per descrivere l’ambiente:

Stimatissimo zio,

Le mandai due giornali, uno riporta un breve articolo in lode di Sebastiano per un ritratto che è una meraviglia, ammirato da tutti, l’altro descrive in succinto la sontuosa festa da ballo, che si ebbe nelle feste di carnevale al circolo artistico a cui partecipò il su lodato cugino e volle portare anche me. Vi furono i più alti personaggi dell’aristocrazia romana. Ministri, ambasciatori e membri delle loro famiglie. Fra gli altri notai molti forestieri spagnuoli, francesi, inglesi, ed americani, mi ricordo anche di aver visto l’ambasciatore giapponese. Non parlo degli artisti, che ve ne sono moltissimi. Un ricco buffet era a disposizione degli intervenuti, la sala maggiore era addobbata in modo meraviglioso da non saperla descrivere. È stata la seconda volta che ho visto il cugino vestito elegantissimamente come tutti gli altri, non le dico quanto cortese e ineccepibile, nei tratti e nelle buone maniere.

In tale occasione l’hanno presentato al Ministro di Grazia e Giustizia, il quale pregò il cugino di fare visitare le stanze del Circolo alla sua gentile figliola. Mi accorsi in tale occasione che Sebastiano ha delle magnifiche amicizie ed ottime relazioni e ancora giovane è assai quotato in arte e molto benvoluto da tutti per il suo affabile carattere.[70]

In generale, però, i risultati artistici che restarono dopo tanto fermento hanno avuto giudizi contrastanti. Personalità allora ammirate, poi sono state fatte letteralmente a pezzi.

Per esempio, Guglielmo De Sanctis (1829 – 1911) oggi è giudicato un mero epigono dei puristi. Eppure, come si evince dalle Memorie che scrisse, egli apprezzò i nuovi temi pittorici introdotti da Tommaso Minardi, per superare il “falso classicismo straniero ed il fittizio purismo overbeckiano”.

Egli, fra l’altro, fu fra i primi ad apprezzare il quadro La morte del Petrarca di Sebastiano Guzzone:

Nelle biografie di Messer Francesco Petrarca si legge come egli fu trovato cadavere nella sua stanza di studio, col capo chino appoggiato ad un libro in attitudine di chi per stanchezza è vinto dal sonno. Così è descritto e così fu rappresentato a colori dal chiarissimo pittore siciliano Sebastiano Guzzone. Di questo pregiato dipinto già lodato in Roma, da artisti di ogni scuola ed ora esposto a Venezia, viene riprodotto il disegno affinché sia dato ad ognuno per poter giudicare della commovente espressione del soggetto, il quale a mio avviso non poteva attuarsi con maggiore semplicità e chiarezza.[71]

Ed, ancora, si deve ricordare Mariano Fortuny y Marsal (Reus, Catalogna 1838 – Roma, 1874), che Guzzone conobbe ed ammirò probabilmente negli anni dell’Accademia (e non, come scrive don Mario Ventura nel periodo di via Margutta, quando lo spagnolo era già morto). Il Fortuny, fra l’altro:

Dopo un viaggio in Marocco (1860) fu a Parigi dove incontrò P. Gavarni e J.-A. Meissonnier, che ebbe su di lui una grande influenza. Sostenuto dall’organizzazione mercantile di Goupil, il suo stile elegante ma superficialmente virtuosistico, ebbe uno straordinario successo, sia con i dipinti di soggetto storico (specialmente scene galanti in costume) sia coi temi esotici o folcloristici…[72]

Altrettanto ingeneroso mi pare il giudizio corrente su Cesare Maccari:

Vorremmo (…) disilludere completamente i lettori sulla bellezza e grandezza dei freschi di storia romana che Cesare Maccari (…) dipinse al Senato e che ci perseguitano riprodotti in tutte le storie di Roma e in tutte le antologie, sonore coreografie in cui la pittura come arte non esiste. Ma, il Maccari giunse ad affrescare la cupola di Loreto facendoci rimpiangere persino i Nazzareni![73]

Ahimè, sic transit gloria mundi!

Ai tempi della visite di Sebastiano, invece, egli poteva annoverarsi fra i migliori di Roma, perché:

Per mantenersi produsse opere da cavalletto con soggetti esotici, sentimentali e scene di antica vita romana, molto richieste dai mercanti d’arte,[74]

Una vera e propria amicizia, invece, fu quella per Francesco Di Bartolo, uno dei più interessanti incisori italiani dell’Ottocento, autore, fra l’altro, di un Ritratto di Salvatore Majorana Calatabiano.[75]

Guzzone ne fa accenno in una lettera allo zio, dell’agosto 1882, probabilmente riferendosi ai guai giudiziari del fratello Salvatore:

Carissimo zio e famiglia.

Ricevei in Assisi il 7 agosto la lettera a firma di Maristella, data 4 agosto unitamente a quella di Pace. Come ricevei questa lettera, scrissi subito al prof. Di Bartolo di Roma, con lettera ben acconcia sull’affare pregandolo di scrivere all’avvocato suo fratello in Catania per raccomandare immediatamente al Procuratore di Catania questa nostra (illeggibile). Il Professore sullodato mi scrive in Assisi, in data 10 agosto, che di ritorno questa lettera ricevo in Roma questa mattina. Mi scrive queste parole.

L’istesso giorno che ricevei la tua lettera, diressi lettera a mio fratello Salvatore l’avvocato che abita rimpetto la Chiesa di S. Teresa in Catania.

Però io credo che parrebbe meglio se i tuoi avranno qualche consiglio si dirigessero a quel mio fratello e lo informassero meglio di come vanno le cose fin oggi, ciò che non ho potuto fare io con la lettera narrandoci solamente lo accertato del giorno prima. Ben inteso che mio fratello è avvocato criminale se ce ne sarà bisogno.

Ecco tutto ciò che ho potuto fare, l’avverto pure che prevenni nella mia lettera al mio fratello che se i tuoi anderanno a trovarlo di farci tutto ciò che lui potrà.

Abbiati una stretta di mano dal

Tuo aff.mo amico

F. Di Bartolo

Dunque se ritornerete in Catania potrete consultarlo liberamente, o da Militello potrete scriverci lettera. Io credo che già avrà fatta la raccomandazione al Procuratore Generale.

Scrivetemi nuove di questo affare e cooperatevi più che potete.

Io sono buono, spero così di Voialtri, e vi saluto a tutti

Sebastiano Guzzone[76] 

Invece, per ciò che riguarda la relazione tra Guzzone e la ricerca pittorica coeva, penso che le sorprese non mancherebbero, se la critica dedicasse qualche studio all’ambiente romano degli anni Ottanta del secolo. Sui suoi esponenti si potrebbero scrivere molti libri innovativi, dato che non hanno goduto di giudizi equilibrati, capaci di evidenziare le continuità e le discontinuità, sia rispetto ai predecessori, sia nei confronti dei francesi (oggi troppo ammirati e mummificati).

Molti nomi ci vengono dai taccuini dello stesso Sebastiano Guzzone:

Belliure, Ioris, Galbani, De Sanctis, Mazzoni, Gallegas, Pocchietti, Resio, Machiati, Silvela, Caceres, Campos, Fazzoni, Serra, Ferrari…[77]

I ricordi dei più, come spesso accade agli uomini, sono stati stritolati dal macinacaffè del tempo. Restano pochi artisti a cui si riesce ad associare l’opera, a volte avendone una gradita sorpresa.

Non è male, così, sperare in una maggiore conoscenza di Giuseppe Mazzone (e non Mazzoni, come scrive il Ventura), pittore nativo di Vittoria; e di Giuseppe De Sanctis (1858 – 1924), del quale nella Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma si conserva un dipinto del 1909, La Marna.[78] Altrettanto potrebbe dirsi di Giuseppe Ferrari (1840 – 1905), che fu autore religioso e notevole ritrattista. Suoi sono un Cristo a Getsemani[79] e un Ritratto d’uomo del 1896,[80] ambedue conservati presso la Galleria Nazionale.

Le due personalità più interessanti citate nei taccuini, però, sono senza dubbio Pio Ioris (1843 – 1921) e Luigi Serra (1846 – 1888). Il primo fu:

In contatto con il mercato internazionale, diverse volte passato da Parigi, dove ha modo di conoscere De Nittis, Meissonier, Gerome.[81] Dal che derivò una pittura nella quale “le scintillanti e seducenti esteriorità coloristiche sono corrette da una sincera e talora acuta osservazione del vero.[82]

La sua amicizia con Sebastiano Guzzone dovette essere una grande amicizia, se nel 1894, quattro anni dopo la morte del nostro artista, ne spediva alcuni quadri al fratello.[83]

Riguardo a Luigi Serra, è stato scritto:

Pittore eclettico, ma anche eccentrico, di temi sacri, storici e allegorici (…) nonché di scene di genere (…) e di vedute di città, Serra congiunge (…) composizione ieratica neo- quattrocentesca con la corporeità delle figure, oggetto di un rigoroso studio dal vero (…) A questa attenta indagine Serra si era soprattutto applicato per rendere il bel paesaggio umbro con la collina d’Assisi delineata sullo sfondo.[84]

Su quest’ultima osservazione varrebbe la pena di soffermarsi un po’, dato che Guzzone condivise con lui il gusto di soggiornare ad Assisi. Forse molte volte stettero insieme, come mi fa sospettare una foto in cui egli sta con amici artisti.[85] In ogni caso, il riferimento alla cittadina umbra fu presentissimo in tutto il suo carteggio ed in Umbria riuscì a vivere momenti di serenità:

Carissimo Zio e famiglia.

Sono da molti giorni che sto in un piccolo paese, ora sono tornato ad Assisi.

Per l’affare del resto del denaro ve lo manderò come torno a Roma, poiché mi disse la persona che entro dicembre mi avrebbe dato il resto.

Riguardo ai pacchi postali che mi scriveste: potete mandare due o tre paja di mutande (causi di tela) un poco di olive nere, qualche bottiglia di vino assolicchiato, qualche sopprezzato.

Io sono in ottima salute come spero di tutti loro e saluto tutti i parenti e gli amici.

S. Guzzone

I pacchi postali dirigeteli qui in Assisi (umbria) poiché spesso sto qui a dipingere.[86]

In un’altra lettera, invece, vien fuori un particolare divertente, cioè una sua imbarazzante dimenticanza:

Gentilissimo Signor Guzzone,

Perdoni se l’importuno con la presente, ma io che abborro dei preamboli, le dico a prima giunta il motivo che m’induce a scriverle e così le prometto d’esser breve.

Quando Ella partì di Assisi non poté pagare il vetturale Alessandro Buzzi, non avendo in tasca che un biglietto grande che non trovò lì per lì a cambiare. Giunto in Roma non ha più mai rammentato, tale minuzia e Buzzi non se ne lagna affatto, ma anche involontariamente può uscirgli di bocca questa di Lei dimenticanza, che intesa da persone volgari, può essere interpretata in diverse maniere, ed io che serbo di Lei sempre grata memoria, non desidero che si pronunci il suo nome se non per lodarlo.

Mi affido interamente alla di Lei avvedutezza e prudenza, sicuro che non saprà mai alcuno quel che io oggi le scrivo. Inviando a Buzzi il denaro, e con ogni cautela, acciò che egli non possa supporre che alcuno le ha fatto rammentare quella piccolezza, colga qualunque combinazione atta a persuadere che Ella se ne sia rammentato per puro caso, perché a me spiacerebbe assai che si sospettasse il vero.

Se mai Ella avesse volontà di rispondermi, diriga (sic!) la lettera a Paolina Mariani, sua amica in un’altra busta nella quale vi sia il mio nome. Precauzione forse inutile perché Paolina è tanto delicata da non cercare mai neppure di sapere chi mi ha scritto. Caramente spero che l’avrò lasciata in ottima salute. In fretta, la riverisco.

E. Siena[87]

Di capitale importanza furono, poi, i rapporti coi pre-raffaelliti inglesi.

In uno dei suoi più belli acquerelli, Amleto che rifiuta i doni di Ofelia, allora acquistato dal commerciante d’arte monsieur Brebant (che poi volle che fosse replicato ad olio), come con la solita topica ci informa don Mario Ventura:

La testa di Amleto è il ritratto del più distinto attore inglese di quell’epoca (1880), quella di Ofelia è il ritratto di una certa Signorini (sorella del pittore omonimo) che aveva anche posato per il ritratto di una piccola ciociara[88]

La topica, ovviamente, sta nel fatto che il disattento biografo scrive di una certa Signorini, non rendendosi conto di essersi imbattuto nella sorella di uno dei pittori dell’ambiente romano dell’Ottocento, Giuseppe Signorini.

Proprio da questo contatto può venir fuori una migliore descrizione di ciò che succedeva nei primi decenni di Roma capitale.

Come nel resto d’Europa, anche da noi in basso veniva formandosi il movimento operaio e in alto si assestavano i modelli capitalistici. Per di più, i due mondi erano variegati al loro interno: da un lato, c’era la contrapposizione tra anarchici e marxisti; dall’altro, si confrontavano i protezionisti (a difesa del grande capitale legato alle nascenti industrie del Nord) ed i liberisti puri (più attenti agli interessi della borghesia agricola del Sud), fra i quali spiccava Salvatore Majorana Calatabiano. In quest’ultima battaglia, purtroppo per noi siciliani, non ci sono dubbi su chi ha vinto.

Perciò, il nostro artista militellese dipinse i sentimenti della piccola borghesia, languidi e vagamente patriottici, poi finendo per risolvere il tutto con le preziosità cromatiche, le quali alla fin fine escludono sempre il dramma.

In siffatti termini questi anni possono essere definiti il periodo galante di Sebastiano Guzzone.

Infatti, ebbe molti echi dentro di lui la frequentazione di uno stanzone in via Margutta, dove si riunivano gli artisti dell’Accademia di Giggi.[89] Dietro questo nome c’era il poeta romanesco Luigi Zanazzo, che, come vedremo, collaborò con Guzzone nel carnevale romano del 1885.

Lì veniva spesso Giovanni, detto Nino, Costa (Roma, 1826 – Bocca d’Arno, Pisa, 1903), anche lui formatosi all’Accademia di San Luca, ma che si era volto alla nuova pittura verista, dipingendo la campagna romana in compagnia di artisti del calibro di Jean-Baptiste-Camille Corot (Parigi, 1796 – 1875). Egli:

Nel 1859 si stabilì a Firenze e i suoi paesaggi, costruiti a macchie tonali, ebbero un importante influsso nel gruppo dei macchiaioli, in particolare su Fattori. Dopo diversi viaggi in Francia e in Inghilterra, tornò a Roma, dove dopo il 1870 fu attivo promotore di associazioni pittoriche puriste (la Scuola Etrusca, 1883), aggiornate sulle recenti tendenze preraffaellite.[90]

In verità, Costa viene ricordato pure come fondatore della scuola In arte libertas, ma non c’è dubbio che le indicazioni della Scuola etrusca sono una delle chiavi per decifrare la pittura della sua generazione. Ripeto: la borghesia al potere voleva, come dire?… costruire gli italiani; ma, a differenza dei francesi, gli italiani trovavano l’identità nazionale nei fasti del passato, nel presente c’era poca grandeur di cui andare orgogliosi.

Da noi c’era stato Pietro Giordani ed il purismo letterario ad indicare i grandi modelli trecenteschi; c’era stato anche lo stesso Giuseppe Mazzini, che aveva cominciato la carriera di agitatore politico scrivendo il saggio Sopra il monumento di Dante. I nostri intellettuali – e, perciò, anche i pittori – finirono per coniugare il bisogno di testimoniare la modernità con l’amore per la tradizione. Era la nostra specificità.

Anche altrove, in modo diverso, succedeva qualcosa del genere. Per esempio, nella Prussia che si avviava a diventare Germania Johann Gottlieb Fichte, coi famosi Discorsi alla Nazione tedesca, poneva un sentire filosofico a base dell’identità teutonica.

Insomma, finita l’era delle grandi dinastie, irrompevano le nazionalità (con il bacillo delle catastrofiche degenerazioni novecentesche).

E, per quanto ci riguardava, che colpa avevamo se in Italia non c’era che letteratura?

Tornando al nostro Sebastiano Guzzone, si può quindi ripartire con alcune delle pochissime parole interessanti che su di lui sono state scritte, quelle di Carmelo Dionisio:

Ma quale pittore fu Guzzone? Ecco fu – tanto per cominciare – acquarellista principe, e come tale fece sulle prime cose graziosissime, fin troppo indulgenti a certa moda di allora.[91]

A confermarle, abbiamo alcuni titoli (confortati dai sopravvissuti clichet per la stampa, ora nel Museo “Guzzone”): Presentazione della sposa (costumi veneziani del secolo sedicesimo), Il premio al vincitore della giostra, Ciociara, Amleto che rifiuta i doni di Ofelia, Il primo nato, La funzione nuziale, Il traditore schernito, Scena galante.

Queste opere ebbero premi e acquisti prestigiosi. Sappiamo, per esempio, che Guzzone partecipò a ben due mostre alla Royal Accademy di Londra e a due mostre della stessa Accademia di Manchester. In quest’ultima città, per esempio, venne acquistato l’acquerello Amleto che rifiuta i doni di Ofelia.

Guardando le immagini si capisce il motivo di tanto successo, poiché si scopre che, pure quando, come in Scena in giardino, egli recepì le novità della nuova pittura en plein air, lo fece in una versione mondana.

La sua ispirazione, come ho detto, era più letteraria che storica. Era esattamente ciò che nella borghesia europea ci si aspettava dai nostri artisti.

Molto intenso, perciò, fu il suo rapporto con la committenza straniera, in particolare col gallerista parigino Brebant, conosciuto nel 1878, quand’egli si recò nella capitale francese ed a Londra, per far conoscere i suoi quadri, soprattutto gli acquerelli.

Vendette tutto e chiuse col mercante d’arte un contratto triennale.

Restano, così, alcune lettere, dove si evince la coscienza da parte dell’artista del valore, anche venale, del suo lavoro:

Carissimo Zio e Famiglia.

Ho ricevuto con ritardo la vostra lettera raccomandata, perché mi trovavo da parecchi giorni in un paese vicino Roma per dipingere.

Sento quanto mi scrivete tutti, e due nelle lettere e sento anche la lettera del Padre Scirè.

Per portarvi una testimonianza di quello che vi scrivevo in più lettere avante a questa, che io non potevo e sino ad oggi anche non posso disporre di somme per i noti pagamenti: che eccovi una lettera che io ricevei il 6 maggio da Parigi sul riguardo dei quadri che gli aveva spediti, che sino ad oggi stiamo trattando per la vendita; leggetela. Ma non voglio che la portiate a farla leggere a chicchesiasi persona. Nella lettera troverete che sono due quadri uno per L: 5,000 e l’altro per L: 1500 che egli si sta adoperando per venderli. Se vedo che si ritarderà la vendita di essi; vedrò per quanto mi sarà possibile di aver denaro d’altra via. Questo fatelo sapere al Padre Scirè, poiché dal tempo poi, che io promisi al suddetto Scirè di impegnarmi per tale restituzione, credo che non siano 7 mesi e trattandosi di non poche lire; bisogna che abbia non poco d’altra pazienza, e che avrà il suo denaro.

Gli bacio le mani non che alla Mamma ed abbracci il fratello e la sorella.

Obblig.mo

Sebastiano Guzzone[92]

E in allegato:

Sig.re Guzzone

J’ai reçu la caisse contenent votre tableau avec quel votre aquerelle (…) je peu vous vendre le tableau aussi que l’aquerelle a un pris que vous ne voulez : 5.000 f. l’huile et l’autre 1.500 f. »[93]

E’, inoltre, documentata la notizia su di un probabile allargamento delle vendite nel mercato americano:

Carissimo zio

Ricevei l’ultima tua lettera il 17 aprile, alla quale, non ho potuto rispondere per quello che in essa mi scriveva, a causa che aspettava alcune notizie di Francia riguardanti alcuni affari per Nuova York, America; che sino ad ora non ricevo; e quindi non posso ancora prendere decisioni, riguardo al venire in Sicilia.

Io sono in buona salute, come spero di Vossia e della famiglia, e baciandole le mani, non che alla Mamma, abbraccio il fratello e la sorella.

Abbisogno risposta.

Sebastiano Guzzone[94]

Un discorso a parte, infine, si deve fare sui piccoli disegni a matita. Purtroppo, quelli arrivatici sono pochissimi. Consistono, per lo più, in studi per opere di maggiore respiro, oppure in apunti per fermare sulla carta un’ispirazione.

Il loro pregio, però, mi pare che stia proprio in questa loro natura. Innanzitutto, si apprezza la bellezza del disegno, capace di costruire volumi straordinariamente pieni, con uno sfumato di perizia rinascimentale.

Ma, non meno ammirevole è la capacità di raffigurare, oltre ai tratti somatici, il carattere ed i sentimenti del personaggio.

In particolare, nel Museo Civico di Militello si conservano tre opere di vaga ispiazione quattrocentesca, una Testa virile, una Testa di ragazzo ed una Testa di vecchio.

10

Il carnevale romano: il liberty di Ernesto Basile

(1885)

Nella seconda metà dell’Ottocento, anche nell’architettura si tentarono audacie innovative.

Di quel fermento, qualcosa arrivò persino in Sicilia, se pensiamo che presidente del Circolo Artistico di Palermo fu un artista di dimensioni europee, Giovan Battista Filippo Basile (1825-1891).

Aggiungeremmo che le novità arrivarono persino nello sperduto paesino d’origine di Guzzone, dato che il Basile vi venne per i suoi legami di affetto con la famiglia militellese dei Tineo.

Per l’esattezza, egli aveva potuto completare gli studi classici  ed il corso universitario di scienze fisiche e matematiche, grazie al generoso sostegno del prof. Vincenzo Tineo (1791-1856), figlio del celebre Giuseppe[95] e secondo direttore dell’Orto Botanico di Palermo.

In verità, i maligni pensavano che Basile fosse il figlio naturale di Vincenzo Tineo e non quello legittimo del povero custode dell’Orto Botanico, il che ci porta ad un dubbio: o il paesaggio coniugale era variegato anche a quei tempi, o resta poco variegato quello dei maligni.

I viaggi del Basile a Militello non restarono senza conseguenze. Infatti, per accontentare le richieste di Salvatore Majorana, nel 1887 egli assunse il compito di realizzare nella cittadina un Teatro Comunale.

Era un enorme motivo di orgoglio cittadino, dato che l’architetto aveva già avuto modo  di percorrere tutti i gradi di una prestigiosa carriera.

Basti dire che nel 1878 gli era stato dato l’incarico del progetto della Sezione italiana all’Esposizione Universale di Parigi ed il successo era stato tale che il governo gli aveva conferito le due Commende di San Maurizio e della Corona d’Italia e quello francese, oltre a chiamarlo a far parte della Giuria internazionale per le Belle Arti, lo aveva decorato con la Croce di ufficiale della legion d’onore.[96]

Purtroppo, però, le cose andarono in modo tale che alla fine si poté soltanto vedere quanta devastazione può portare la faziosità politica.

Più specificamente:

Verso il 1875, con l’intento di trasformarlo in un pubblico teatro, il Comune di Militello acquista dal senatore Salvatore Majorana Calatabiano il fabbricato dei trappeti Pollina (…) Secondo il progetto estimativo del Basile (presentato il 5 agosto 1888) la mera somma occorrente per la costruzione del teatro ammonta a £. 76.597,62, rappresentando una piccola spesa in considerazione del gran monumento d’opera d’arte (…) che si sta edificando in Militello, e che fu sempre l’aspirazione di questa cittadinanza militellana.

Ma, per quanto strano possa sembrare, con l’intervento prestigioso di Giovanni Battista Filippo Basile inizia la parabola discendente di un sogno a lungo accarezzato ma mai realizzato. Basile infatti morì nel 1891, i suoi rari viaggi a Militello, dove peraltro si dovette occupare di altri progetti di opere pubbliche, probabilmente non gli permisero di seguire meglio la direzione dei lavori della costruzione del teatro. Lasciò al comune cinque disegni per i quali vennero acquistate altrettante cornici coi rispettivi cristalli per esporli alla pubblica ammirazione in una sala del palazzo comunale (…) Nel 1903 si parla già di provvedimenti per la censuazione del fabbricato, per il fatto che il teatro lasciato in abbandono, senza tettoia, corre pericolo di demolirsi interamente e che risulta oneroso l’annuo canone enfiteutico di £. 550 da pagarsi agli eredi di Salvatore Majorana. Nel dicembre del 1906 nell’interesse della pubblica incolumità si decide di provvedere alla demolizione delle parti pericolanti e nel 1915 ad appaltare i lavori di demolizione del primo piano in quanto per il deterioramento della consistenza della muratura i mezzi perimetrali del teatro avevano perduto la primitiva solidità statica minacciando di rovinare con evidente pericolo dei passanti (…) Nel 1919 infine il regio commissario del Comune ordina la stima e quotizzazione del locale e dei manufatti del teatro (…) per poterlo vendere o concedere in enfiteusi ai privati.[97]

La spiegazione del fallimento sta nel fatto che, dal 1892  al 1915, arrivarono al potere i fratelli Benedetto (1854-1935) e Tommaso Cirmeni (1835-1910), nemici giurati dei Majorana Calatabiano.

E subito Tommaso, tanto per mettere in chiaro le cose, costruì il suo palazzotto accanto all’area del teatro e cominciò a brigare contro il poco che era già stato costruito.

Fatto sta che il figlio di Giovan Battista Filippo Basile, Ernesto (Palermo, 1857 – 1932), destinato a diventare uno dei maestri internazionali del Liberty, finì per entrare anche lui nell’orbita di Salvatore Majorana Calatabiano, come il suo quasi coetaneo Sebastiano Guzzone. E, come Guzzone, nella metà degli anni ottanta egli viveva a Roma, professore di Architettura nella Scuola degli ingegneri ed Architetti, con un curriculum già allora di tutto rispetto:

Nel primo concorso pel monumento nazionale al Re Vittorio Emanuele in Roma 1882, il progetto di lui, presentato in collaborazione col padre suo, ottenne la medaglia d’argento. Nel concorso per il Palazzo del Parlamento (1884), il Basile vinse il secondo premio, il primo non essendo stato conferito. Nel primo concorso pel Palazzo di Giustizia in Roma (1884), fu tra i primi cinque dichiarati di pari merito ed ugualmente premiati. Nei concorsi successivi per lo stasso edificio (1885-86-87), dopo vari scarti la lotta fu costretta fra lui e il prof. Calderini; al Celderini venne affidata la esecuzione dell’opera, al Basile il primo premio stabilito nel programma. Nel 1885, il Governo gli affidò il progetto e la direzione dei lavori pel monumento nazionale ai Caduti nella battaglia di Calatafimi.[98]

L’incontro e la collaborazione tra Sebastiano Guzzone, Ernesto Basile ed  il pittore Salvatore Franciamore di Mussumeli avvenne a partire dal 12 gennaio del 1885, quando vennero chiamati gli artisti delle varie regioni, per scenografare dei carri carnascialeschi, da far sfilare durante il Congresso delle maschere italiane, che doveva tenersi a carnevale, quindi dal 10 al 16 febbraio.

Cominciate le riunioni, vennero all’uopo stanziate delle somme e si stabilì che per ogni carro si formasse una commissione con personalità residenti a Roma, ma provenienti dalla regione rappresentata.

Così, i nostri tre artisti, nella prima riunione operativa del 15 gennaio, formarono la commissione siciliana, presieduta dal comm. Laganà, direttore generale della Società Generale Navigazione Florio, il che non meraviglia, dati gli strettissimi rapporti tra Ernesto Basile e l’armatore palermitano Ignazio Florio, già abbondandamente indagati dagli storici[99] (quasi per niente, invece, quelli che lo stesso ebbe col Majorana; e soprattutto quello tra Majorana e Florio, dato che ambedue furono liberisti in materia di dazi doganali).

Alla fine della riunione, il nostro Sebastiano, accettando l’incarico di realizzare il progetto artistico anche a nome degli altri due, poteva scrivere

Chiamati con apposito invito dalla fiducia del comitato del carnevale, a rappresentare la parte artistica della commissione Siciliana per la formazione di un carro, noi ben volentieri accettiamo l’incarico, trattandosi di una cosa riguardante l’onore ed il prestigio della nostra amata Sicilia.[100]

Il risultato, poi, ce lo comunica il nostro don Mario Ventura:

Rimasero tutti soddisfatti del progetto redatto dal nostro Guzzone (…) L’insieme consisteva in una Conca d’oro (…) Il carro era trainato da tre pariglie di bianchi buoi con le corna dorate e guarniti di ricche gualdrappe infiorate (…) Rappresentava, insieme all’aquila, la regale Palermo. Detta Conca reggeva una figura slanciata di donna biancovestita che alcuni dicevano rappresentasse la Sicilia libera dal giogo borbone, poiché tutti i costumi dei partecipanti erano del tempo dei Vespri siciliani.[101]

Il gran successo di pubblico che ebbe il carro confermò la bontà della scelta della commissione. L’allestimento siciliano vinse il primo premio ed ebbe una buona eco sulla stampa, come confermò il “Fanfulla della domenica”:

Grande chic come linea artistica, come ricchezza di carro, come eleganza dei costumi. Vi sono le palme, i Titani vinti, dell’oro e dell’azzurro; la maschera siciliana che fa le svenevolezze alle signore e i cavalieri dei Vespri che conquistano subito il cuore delle donne buttando sui balconi ventaglini cinesi, ombrellini giapponesi, bomboniere fantastiche con tanta violenza di entusiasmo che le signore applaudiscono tutte.[102]

E più avanti:

Come ieri manifestammo la prima impressione che il carro dei siciliani fu il migliore oggi non esitiamo a confermare la stessa opinione. La novità del soggetto il valore artistico attrassero subito la nostra attenzione e noi dobbiamo congratularci con gli egregi pittori Sebastiano Guzzone, e Salvatore Franciamore nonché col giovane architetto Basile, tutti siciliani per aver dato sì bella prova del loro talento artistico.[103]

Fu perciò con legittimo orgoglio che Sebastiano potè inviare allo zio due grandi fotografie del carro, con questa lettera di accompagnamento:

Vi ho mandato ieri in un pacco a mezzo posta due grandi fotografie del carro della Sicilia, che ho fatto io unito ai miei due amici siciliani. Il costume dei personaggi è del Trecento come ai tempi dei Vespri. Ai piedi del carro siamo fotografati io, il presidente del Comitato comm. Laganà, Basile, e Franciamore. Sopra il carro è il presidente della camera di commercio di Messina, che tiene in mano un tamburello ricchissimo da me dipinto, che abbiamo dato in omaggio alla regina l’ultimo giorno del carnevale nella via Corso a Roma.[104]

Sappiamo che la Regina gradì il regalo, stando alle parole del marito, Umberto I, nella primavera successiva, mentre visitava una Mostra degli artisti residenti a Roma,come risulta in una lettera del pittore allo zio:

Nell’attuale esposizione del circolo artistico che venne inaugurata dal Re, presenti molti ministri e ambasciatori, sua Maestà mentre visitava le opere esposte, quando fu davanti al mio quadro, chiese al presidente di volerne conoscere l’autore. Il presidente mi presentò al Re, il quale mi strinse la mano e si rallegrò con me domandandomi da quanto tempo ero stabilito a Roma. Al che risposi da quando avevo compiuti i tredici anni e precisamente dal 1869. Sua Maestà si congratulò assai e aggiunse di ricordare di aver visto altri miei quadri e del tamburello regalato dai Siciliani alla Regina nell’ultimo giorno di carnevale aggiungendo: “La Augusta Consorte lo conserva gelosamente insieme alla tarantella in una vetrina del suo appartamento privato.”[105]

La Tarantella a cui Guzzone si riferisce era uno spartito, acquerellato da lui stesso, che conteneva una canzone composta appositamente per il carnevale, con musica di G. Marè e parole di Giggi Z., al mondo Luigi Zanazzo, già incontrato come animatore dell’Accademia di Giggi.

Purtroppo, tanto successo ebbe poi uno sgradito strascico di contenzioso economico. Basile e Franciamore, infatti, espressero qualche perplessità sui costi del carro carnascialesco. Si pensi che soltanto in dolci, confetti e fiori si era spesa la favolosa cifra di diecimila lire di allora.

Ma, il conto davvero spaventoso era quello del fornitore di colori, Dario Sanguinetti.

E proprio con quest’ultimo non ci sentiremmo di mettere la mano sul fuoco che non ci sia stata un po’ di cresta sui prezzi.

Il sospetto ci viene dal fatto che, inoppugnabilmente, i Guzzone erano da tempo in rapporti di affari con lui. Lo dimostra già l’incipit di una lettera del 1881, scritta dallo stesso Sanguinetti, dove si usano toni toni piuttosto bruschi:

Carissimo Guzzone

Poche righe in tutta fretta.

Mi dicono da Roma che lo scultore Bartoli non si è più curato di vendere qui pochi sacchi di sommacco che ancora erano rimasti a magazzino perciò la prego a volersene curare un poco lei perché non vada a male.

Un negoziante al quale parlai del sommacco mi chiede con urgenza i campioni e i prezzi. Scriverei direttamente a suo fratello e zio per averle ma non lo posso fare perché non ricordo l’indirizzo, perciò prego a farlo lei. Scriva subito che per mezzo di posta indirizzino al mio magazzino a Roma un campione per ogni macinazione di sommacco, cioè uno al naturale, uno a mezza macina e uno a macina intera. Spieghi loro come non devono fare per la spedizione di detti campioni sapendo che la posta riceve fino a 300 grammi. Se quello nuovo è già tagliato dico che lo mandino di quello perché del vecchio non ne vogliamo. Contemporaneamente scrivino a me il prezzo dato sul piroscafo a Catania e indirizzino la lettera a Livorno. Quanto si potesse avere a poco prezzo io vedo che sarebbe bene che ne fissassero una certa quantità ad es. da 4 a 500 quintali per tenerlo a disposizione per ogni richiesta e di tale piccola quantità nemmeno chiesi di venderla bene inteso che vorrebbero comprarla della qualità migliore. Ella capirà caro Guzzone che in commercio non si può offrire della mercanzia che non si ha a disposizione…[106]

11

Viaggio di nozze a Parigi e le fotografie di Nadar

Una lettera del 1879, spedita dall’amico scordiense Gaetano Modica, ci è parsa sorprendente.

Stupisce il fatto che lo scrivente, il quale aveva visto crescere il nostro artista ed aveva antichi rapporti di amicizia con don Rosario, usi un tono che appare quasi timoroso. E per non sbagliare lasciamo che sia il lettore a giudicare:

Mio carissimo amico

Pria di tutto ti prego di sapermi compatire se or che sei già uomo, e virtuoso artista, ed onorevole cittadino, ardisco tuttora darti del tu.

Che vuoi, ti ho visto nascere, scorsi la scintilla del tuo genio, molto, mi cooperai pel tuo meglio, e quindi mi lusingo averne il diritto. In ogni modo perdonami.

Ieri sono stato in Militello ove quella mia disgraziata sorella soffre cotanto pei suoi acciaccati figlioli, ed ebbi occasione vedere il tuo buon zio e famiglia, i quali tuoi parenti sono tutti buoni e mi rapportano tante ottime cose sul conto tuo e sono gratissimi a tutto quel bene che loro hai fatto sinora.

Non puoi credere le calde preghiere che pel tuo meglio rivolgono al Cielo la tua ottima madre, e la buonissima tua sorella, che si è fatta un fiore di bellezza. Lo stesso pratica il tuo buon zio, il quale, non so perché, nol trovo ilare e contento come una volta, ma spesso pensoso si giace pensieroso ed oppresso. Forse la tua lontananza ed il benedetto male nervoso che soffre tuttora. E sa che tu verrai per carnevale egli che tanto ti ama, certo si rimetterà dallo abbattimento in cui adesso si trova.

Io nel passato settembre era sul punto di passare da costà, ma qui mi rimasi, ove Iddio ci volle in questo infelice anno di tutto privare. Non cereali, non olio, non sommacchi, e niente di bene. Insomma ogni benestante in questo anno soffre e pena, e beato tu che ne sei lontano. Non parlo poi della povera gente che si muore di fame, non trovando in questa le risorse della gente di città.

Godi della tua situazione, fa quel bene che puoi, e lodo immensamente le largizioni alla tua famiglia massime in questo benedetto anno in cui tanto si stenta.

Nella speranza di abbracciarti in settembre venturo se il Cielo non sarà anche crudele ti stringo con sincero affetto la mano e pronto ai tuoi cari comandi ti auguro felicissimo anno nuovo e tutte le benedizioni di Dio.

Credimi il tuo aff.mo amico vero

Gaetano Modica[107]

A confermarci nella sorpresa, ancora, c’è uno scritto sul retro di una lettera di Sebastiano, dove ritorna il tono timoroso. È di una grafia grossolana, presenta delle cancellature e qualche vistoso errore di ortografia e di sintassi; tutte cose che, insieme alla sigla posta a firma. ci fanno pensare che si tratti della brutta copia di una lettera del fratello Salvature (Tutù):

Carissimo Fratello

Ti abbiamo mandato due lettere un l’ultimo di maggio e l’altra 13 di giugno. E si nora (sic!) non abbiamo avuto alcuna risposta; ora ho pensato di venire in Roma io stesso con Modica perché voglio se piace a te mettermi in collegio per così seguitare a studiare ciò; che piace anche a te.

T.[108]

E non ci aiuta certamente a cambiare parere una risposta di Sebastiano a tante preoccupate sollecitazioni:

Carissimo Zio e Famiglia

Questa mattina ho spedito un telegramma nel quale annunziavo che verrò in Sicilia, a Dio piacendo, in questi giorni; viaggio che ora mi è di svantaggio ma che lo intraprendo per le notizie che mi da (sic!) riguardanti la salute della Mamma.

Ma io venendo a Catania resterò, tutto, 8 o 10 giorni in Catania perché non bramo vedere alcun paesano ne (sic!) che anche lo sappiano. Non aggiungo che probabilmente rinnovellandosi le nuove delle poco prospere cose della casa, debbo ritornarmene con irrequietezza e bili (sic) a Roma.

Scriverò di nuovo il giorno che arriverò a Catania, ove dovendovi la Mamma farvi i bagni, ci troveremo tutti la (sic!).

Gli bacio le mani unitamente alla Mamma ed abbraccio Tutù e Maristella

Tuo obblig.mo nipote

Sebastiano Guzzone[109]

Come si vede, egli non si rivolgeva più allo zio col tono sottomesso di qualche anno prima. Anzi, sembrerebbe che volesse starsene lontano, ignorando l’ambiente di origine.

La spiegazione potrebbe trovarsi nel fatto che nel 1879, e per tutti i primi anni Ottanta del secolo, in casa Guzzone ci furono grossi problemi.

Magari c’erano debiti che non si potevano onorare; c’erano sementi ed innesti che non si potevano comprare; c’erano malattie e malannate che non davano pace.

E, a coronamento di tutto, c’era la vicenda giudiziaria di Salvatore che dava angustie.

E’ vero che, probabilmente, Sebastiano cominciava a raccogliere buoni frutti dal suo lavoro. Ma, evidentemente, era anche diventato il punto di riferimento della famiglia, sostituendo di fatto lo zio.

Avrà quindi subito il peso ed il fastidio delle nuove responsabilità. Per cui, non riuscendo a star dietro a tutte le richieste economiche, si sarà sentito stretto, oppresso da troppe necessità prosaiche:

Carissimo Zio e famiglia.

L’altro giorno ho ricevuto la sua lettera raccomandata nella quale mi scrive per l’affare Capuana e per l’affare di Tutù.

Io gli ho scritto una lettera nei giorni orsono, nella quale gli dicevo che momentaneamente non potevo ajutarli, né per l’affare di Capuana, né per l’affare di Tutù, non avevo e tuttora non ho denari per mandarvi, per causa che mi si ruppe quel quadro per la strada di Roma a Londra, quindi mancandomi tal denaro non posso ajutarvi: non è colpa mia. Questo quadro rotto che dopo ho aggiustato l’ò rispedito a Londra, ora vedremo che risposta avrò di là. Come potrò vi manderò denaro e verrò anche un poco di tempo in famiglia.

Intanto pregate Capuana se vuole attendere ancora per favore, perché come ho detto da parte mia non posso ancora mandare denaro.

Regolatevi più che potete per l’affare di Tutù, fate tutto quello che più potete per lui; perché se io non sono in Militello, ci siete voi, ed è lo stesso.

Bacio le mani a Lei ed alla Mamma, ed abbraccio il fratello e la sorella e saluto gli amici.

Sebastiano Guzzone[110]

In questi stessi anni egli strinse i rapporti col già incontrato Sanguinetti. All’attività di pittore affiancò quella di commerciante. Con quanto successo non sapremmo dire, se i debiti di famiglia continuavano a perseguitarlo:

Carissimo Zio e famiglia.

Speditemi più presto possibile la carte per ipotecare il Fondo che voi crederete (come abbiamo fatto l’anno scorso con Sciannaca) e così mi daranno il denaro per il sac. Scirè. Sono ritornato in Roma da Assisi 10 giorno sono, e questa mattina ho potuto conchiudere quest’affare.

Le difficoltà che ho incontrato queste due volte sono perché i fondi sono lontano da Roma, altrimenti l’avrei fatto ad assai di più.

Io ancora non ho conchiuso quell’affare dei quadri, che già ve ne ho scritto i prezzi, per ragione che vorrebbero un ribasso che non devo accordarlo: ma attenderò delle altre occasioni prossime.

Ricevei quella carta esecutiva dallo Scirè in Assisi.

Non ho scritto prima perché non avevo a potervi scrivere niente di conchiuso per questo affare.

Ho ricevuto anche da Sanguinetti una lunga lettera al riguardo del sommacco. Leggetela e mi scriverete quello che ne pensate.

Per i campioni che egli scrive di 300 grammi sono borsette che ci va un pugno di sommacco e si spediscono con la posta per una spesa di qualche due soldi (a questo punto c’è un disegno del sacchetto) Si spediscono legati e basta: potete dirigerle a me 28 S. Giacomo.

Io sono in buona salute così spero di voi tutti. Bacio le mani a Lei ed alla Mamma ed abbraccio il fratello e la sorella.

Seb. Guzzone[111]

Tanti pensieri venivano da creditori puntuali come le tasse e magari da qualche nuovo affare, per cui occorreva aver del denaro a disposizione.

E’ strano come in Sicilia i pensieri non siano l’eterea prerogativa dei filosofi, ma un sinonimo di preoccupazioni. Non mi pare perciò per nulla disdicevole il tono ed il contenuto di lettere che non ci si aspetterebbe scritte da un artista.

Sebastiano Guzzone era molto religioso e quindi non fuggiva davanti alle responsabilità. Era molto attaccato alla famiglia, inoltre. Il che gli conferisce una kierkegaardiana dimensione etica.

Ecco perché ad un certo punto decise di prendere in mano la situazione.

Per raddrizzare i conti, stilò un vero e proprio regolamento su come tenere la cassa comune, come s’è visto precedentemente. Diventato capofamiglia, del capofamiglia prese pure i modi bruschi.

In questo ruolo anche il suo rapporto con la pittura si fece un po’ venale. C’è una lettera del 1881, in cui a garanzia di un impegno col barone Alfonso Reina indica puntigliosamente il valore dei suoi quadri:

Carissimo Zio.

Ho ricevuto con grande piacere la sua pregiata lettera dell’11 corrente gennajo, per la quale mi fa conoscere le ultime risoluzioni di Sua Ecc. il Barone Reina pel quale le accludo una lettera che la prego di presentarla a sua Eccellenza. Come pure le do alcune notizie riguardanti la mia posizione, che potranno servire da guida a sua E. il Barone. Naturalmente non posso darle nella più grande precisione; i miei calcoli saranno approssimativi e se erro, però, spero non andare nell’esagerazione: non volendo apparire finanziariamente più di quello che sono sicuro che sua Eccellenza ha anche riguardo a me, da me immeritato, estraneamente agli interessi. Dunque io posso calcolare in lire 20.000 rata parte, i beni paterni, materni e dello zio. Dallo studio mio, in collezione d’oggetti d’arte rustichi lire 25.000, ed in quadri miei esistenti L: 15.000. In somma di denaro variamente impiegato e parte presso di me l: 20.000. Quadri spettanti la signora C. L: 8.000; altri mobili di casa credo in L: 3.000. Questo francamente quanto vossia potrà fare consegnare al Sig. Barone pur sempre che non deluda con questo, quanto si converria adeguatamente il partito.[112]

Purtroppo, un anno dopo la disponibilità finanziaria non c’era ancora, se il barone scriveva queste parole:

Riv.to Sig. Guzzone,

Trovami in trattative con la Sig. Giovanna Pollina per la compra della sua quota di fondo Catalfaro indiviso con me e con D. Giuseppina Ristagno e come tale ho di bisogno del denaro.[113]

Per fortuna successo e prestigio dovevano arrivare, prima o poi; e con essi il sospirato benessere. Il periodo galante, se non il massimo dell’arte, gli dette almeno un minimo di tranquillità.

Nel 1885, infatti, poteva considerarsi un artista arrivato, esponendo nel prestigioso Salon di Parigi:

Mi onoro di informaevi che dopo la chiusura del “Salon” ho raccolto per voi dieci articoli di giornali concernenti le vostre opere.[114]

Così, nel 1888 Sebastiano potè pensare al matrimonio.

Matrimonio combinato, s’intende, come si conveniva a un buon massaro. E, per colmo di soddisfazione, andò ad impalmare Gaetanina Baldanza, una nipote del Reina:

Con atto del sei maggio milleottocentoottantotto () Ricevuto da questo Avv. Notaro Tommaso Cirmeni appare che la dote di lire venticinquemila e cinquecento appartenenti alla signorina Gaetanina Baldanza giusta la rispettiva a questa assegnata dal padre D. Vincenzo Baldanza e dal Cav. D. Giuseppe Baldanza e dalla madre Giuseppina Reina in Baldanza, che la Gaetanina Baldanza col consenso dei genitori suddetti assegna a se stessa per come meglio e più dichiaratamente leggasi…[115]

Il resto non fu silenzio, ma una preghiera che seppe tradursi in capolavori pittorici.

12

Il periodo meditativo:  la proto-metafisica di Jean François Millet

(1886 – 1890)

La fruttuosa ragnatela di influenze da cui scaturì l’unicità artistica di Sebastiano Guzzone è stata indicata – per la prima volta priva di paesani innamoramenti – dallo storico dell’arte Franco Grasso:

Quasi dimenticato è Sebastiano Guzzone (Militello val di Catania 1856 – Firenze 1890); studiò all’Accademia di San Luca, a Firenze osservò attentamente i macchiaioli, a Parigi gli impressionisti. E tuttavia la sua pittura non appare né eclettica né contraddittoria, ma procede da una puntuale resa veristica ad una più sciolta fluidità, che però non distrugge i valori plastici necessari alle meditate composizioni storico-romantiche e all’approfondimento psicologico dei ritratti. Un mercante parigino conclude un contratto triennale con l’artista ventiduenne; i suoi acquerelli sono ammirati a Londra nel ’79; la stampa parigina loda l’Interno della Cattedrale di Assisi esposto al Salon dell’85; la Morte del Petrarca ottiene la medaglia d’oro all’esposizione nazionale dell’87 a Venezia. L’ultimo suo dipinto è un Autoritratto (coll. Eredi Guzzone, Militello) che nella posa e nella morbidezza delle stesure rivela il carattere malinconico del pittore.[116]

Molto generiche, invece, appaiono le parole del localistico Alfredo Entità, che conseguentemente fu un critico facile agli entusiasmi:

Presente in mostre nazionali di maggiore interesse, viene più volte premiato e lodato dalla critica. Stimolato a manifestare un suo linguaggio, va a Parigi a contatto di quel rinnovamento pittorico. Qui accentua la già ricca tavolozza acquistando rinomanza specie di delicato acquerellista. Tiene studio a Roma e a Firenze ma è spesso a Londra e a Parigi dove lascia molte opere. Nel 1887 viene premiato a Venezia con medaglia d’oro per la Morte di Petrarca (…) La Scena in giardino degna di un Corot, uno soprattutto degli autoritratti e alcuni ritratti di famiglia, sebbene veristi, sono opere altamente meritorie.[117]

Più aderenti ai reali valori, infine, mi sembrano le parole scritte nel 1991 da Salvatore Di Mauro:

Il pittore intraprende due strade: la prima è quella tradizionale, legata all’ambiente accademico, ai soggetti storico-romantici molto resistenti ancora nella pittura dell’Ottocento. La seconda, invece, quella del realismo, o per meglio dire, quella che veniva dai fermenti della scuola napoletana o da quella fiorentina. Non poteva quindi il nostro pittore non avvertire il sentore delle novità che si manifestavano al di fuori del suo ambiente; la frequenza poi dell’ambiente parigino si manifestava efficacissima.

L’influsso coevo della letteratura verista meridionale è presente in molta parte della sua produzione, non bisogna tuttavia dimenticare che il pubblico, soprattutto italiano, non era certo avvezzo alla modernità; quindi notiamo che l’artista asseconda con molta indulgenza, a volte, questo gusto del pubblico pur sempre ancorato all’episodio di stretta marca romantica.[118]

Dovendo adesso parlare noi, purtroppo constatiamo che le opere che ci restano sono troppo poche per contestare, o confermare, i giudizi precedenti. Ed il numero non aumenta di molto se vi aggiungiamo le immagini fotografiche, che in mille modi avventurosi sono state recuperate. Ma tenteremo ugualmente di farne una lettura, perché una ricerca deve pur sempre concludersi con un’interpretazione.

C’è la certezza comunque che con Guzzone siamo davanti a un artista dimenticato non si sa perché. E non speriamo nemmeno che questo scritto possa mettervi riparo. Se dovesse avvenire, sarà stato per puro caso, per uno di quei rarissimi casi di libri letti.

S’è visto. Quel che resta ci è parso sufficiente per individuare tre scansioni nella sua produzione. Le abbiamo chiamate periodo accademico, periodo galante e periodo meditativo.

Come era prevedibile, l’ammirazione generale si è soffermata in maniera pressoché unanime sul periodo galante. E’ il più facile da apprezzare. Incanta la ricchezza delle cromìe, lo splendore delle architetture, il baluginare degli ori, il movimento dei drappi. C’è, insomma, tutto ciò che può dare la frivolezza del ricamo.

In maniera più sfumata, diremmo che esprime sentimenti lievi e vaporanti, dove la vita non è vita ed il gesto è posa teatrale.

Qui c’è il canto dolcemente malinconico della poesia di un Salvatore Di Giacomo:

Nu pianoforte e notte

Sona luntanamente

E la musica se sente

Pe’ l’aria suspira’…

Manca, perciò, l’urlo di un Munch.

Ma, c’è un quadro che potrebbe porsi come una svolta nella produzione del nostro artista, anche se la realtà sociale dei poveri sembrerebbe ancora mera arcadia.

Parliamo di Pastorello malato, acquerello presente nel Museo del Castello Ursino di Catania.

Esso piacque particolarmente ad Enzo Maganuco, vate della critica etnea a metà del Novecento:

Un pittore siciliano del quale già abbiamo detto per averne conosciuta ed apprezzata tutta l’opera, interrotta anzitempo dalla morte, è Sebastiano Guzzone da Militello, che nel 1889 dipingeva il grande acquerello di questa raccolta e che a me sembra, accanto al ritratto della zia d’altra collezione, fra le opere più significative di questo delicato e pur potente artista.

L’acquerello Pastorello malato mostra con chiarezza quali torti abbia da scontare la critica nei confronti dell’800 siciliano; si tratta di un’opera di rara nobiltà in cui l’artista dà misura altissima delle possibilità della tecnica ad acquerello quando sia al servizio di uno spirito capace e geniale.

Questa pittura rugiadosa ci pare aderisca a questo soggetto come il metro anapestico al tempo di marcia e la toccata dell’organo al lampeggiare umano ed imprevedibile degli stati d’animo.[119]

Per noi, più semplicemente, il pregio di quest’opera sta in una specie di elegante sconsolatezza.

Quel fanciullo, come la Silvia di Leopardi, come il compagno di collegio nell’Aquilone del Pascoli, è l’efficacissima metafora della sensibilità umana uccisa dall’opaca indifferenza della malattia. Un fiore sul selciato, o i rovi che le piogge autunnali colorano prima di farli marcire, non sarebbero meno eleganti, ma non per questo meno tragici.

La stessa dolcezza un po’ melanconica si finisce per ritrovarla anche nei ritratti.

Così, è stato individuato il suo capolavoro nell’ultimo Autoritratto. Ma, certamente notevoli sono pure il pastello Probabile ritratto della figlia del pretore di Assisi Locatelli e l’olio Ritratto della moglie donna Gaetanina Baldanza (1889, ieri nel Museo Civico di Militello ed oggi fra le opere rubate nella colpevole indifferenza dell’opinione pubblica paesana).

In quest’ultimo quadro – del quale trarremo un ingrandimento fotografico -, in particolare, il contorno chiuso del viso,  pur ingentilito dalla solita morbidezza dei passaggi chiaroscurali, si scioglie poi in libere pennellate nella figurazione degli abiti.

Sono esiti di una preziosità discreta, che, senza arrivare a distruggere le forme, danno vita ad un’intricata tramatura di colori.

In sintesi, il fascino dell’ultimo periodo di Guzzone, quello meditativo, risiede proprio nel velo di quieta malinconia, che esalta romanticamente la bellezza dei personaggi.

E non a caso nelle altre opere del periodo è predominante la  rappresentazione degli interni.

Sono le scene di preghiera o di composta meditazione, che fanno di lui un pittore di prima grandezza.

In esse l’ortodossia cattolica si ripropone come una poetica Metafisica in anticipo sui tempi – chissà se Giorgio De Chirico ebbe modo di vedere il guzzoniano Interno della Chiesa di San Francesco d’Assisi nel suo soggiorno parigino -.

Ovviamente, chiariamo, si tratta di una Metafisica ancora priva della novecentesca inquietudine esistenziale, che fu propria, oltre che dei De Chirico, anche dei Carrà e dei Morandi.

Nei lavori del nostro artista, invece, si fa pittura un sorprendente e suggestivo silenzio e lo spazio si eleva a raffigurazione dell’uomo in colloquio con l’infinito.

Sperando che un giorno siano presentati al pubblico, organicamente inseriti in una grande retrospettiva riparatrice, vogliamo, ancora, ricordare gli acquerelli su cartone Meditazioni di Petrarca su Sant’Agostino e Monaci in coro. Ed ancora Due benedettini del Trecento, Festa in chiesa e La morte del Petrarca.

Con quest’ultima opera, come s’è detto, egli partecipò all’esposizione di Venezia del 1887, vincendo una medaglia; mentre Festa in chiesa, in occasione dell’Esposizione di Palermo del 1891, un anno dopo la sua morte, fu acquistata dal Re e destinata alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. Se ne conosce, inoltre, un’altra versione, battuta in diverse aste internazionali, della quale fortunosamente, è stata recuperata l’immagine.

Sono questi gli ultimi due riconoscimenti che ebbe. Davvero poco… o forse molto, se pensiamo che l’epoca odierna non ha orecchie che per il frastuono.

Per fortuna resta la testimonianza scritta di un suo grande ammiratore, Ernesto Basile.

E’ una lettera a Salvatore Guzzone, che si conserva nel Museo Civico (dove c’è anche un cenno al grande pittore Domenico Morelli):

Carissimo Sig. Guzzone,

rispondo prontamente alla sua pervenutami stamani.

Come Le dissi altra volta la Commissione superiore delle Belle Arti ha tenuto qui la massima riserva, né io io potuto sapere fino ad oggi quale sia tra i quadri del suo compianto Fratello quello acquistato o proposto per l’acquisto. Divido però pienamente le sue idee. Se si tratta della scena fiorentina si può discutere sul prezzo offerto; ma se si vuole acquistare il quadro rappresentante Santa Maria la vecchia di Militello bisogna pagarlo molto di più e cederlo a così basso prezzo non è conveniente.

Mi creda con ogni speranza

Suo aff.mo

Ernesto Basile

P. s. Scrissi al Morelli per accettarmi di quale quadro si tratta.[120]

Eccoci, così ritornati all’inizio di questo libro, cioè all’Inventario stilato pochi giorni dopo la morte di Sebastiano Guzzone, avvenuta a Firenze, per un’influenza trasmessagli dalla moglie (che invece ne uscì viva).

Oggi le sue ossa vanno consumandosi quasi dimenticate nel Cimitero degli artisti della città toscana.

Ma presto, grazie all’iniziativa del Presidente della Regione Sicilia, Nello Musumeci, le reliquie del pittore verranno riportate a Militello, per essere custodite nella Chiesa del Monastero benedettino – una vera e propria piccola Santa Croce locale, che già conserva i resti mortali di don Francesco Branciforti, illuminato Principe dei primi del Seicento, e dove si propone che vengano sistemate le ceneri del senatore e ministro Salvatore Majorana Calatabiano, che del Guzzone fu protettore, oltre ad essere il capostipite di una famiglia prestigiosissima, nella quale nacquero il rettore dell’Università di Catania e deputato Giuseppe, il ministro Angelo e, soprattutto, il genio della scienza moderna, Ettore Majorana. –

Tutto ciò a loro e nostra gloria.

Giuseppe Barone

(1887 – 1956)

1

Morte di un artista

Fino a pochi anni fa nei paesi della Piana di Catania la sola lettura quasi quotidiana era il giornale “La Sicilia”. Lo trovavi gratis nei bar, nei circoli e negli uffici comunali (ottima alternativa al fastidio del lavoro).

Nel 1956, poi, leggerlo era un modo di esibire la propria condizione di alfabetizzati, il che significava aver salito un bel po’ di gradini nella scala sociale.

La mattina del 4 gennaio, perciò, ancora affaticati dalla digestione delle pantagrueliche mangiate di fine anno, i militellesi appresero dagli annunci funebri che il giorno prima, a cento anni esatti dalla nascita del suo grande collega e conterraneo Sebastiano Guzzone,  era morto a Catania Giuseppe Barone.

Non ci fecero molto caso. Per loro, i personaggi davvero importanti, oltre ai grandi proprietari di aranceti, erano i medici e gli avvocati. I politici, come il barone Majorana, o l’avvocato Baldanza, erano una categoria a parte: deità per il ruolo che ricoprivano, da ossequiare finché lo ricoprivano e dimenticare subito  dopo. Chi poteva amare un politico?

I politici da noi non sono uomini, ma favori che mangiano.

Fu con qualche meraviglia, quindi, che tre mesi dopo, sempre su “La Sicilia”, lessero questa cronaca del giornalista Dino Caruso:

Sabato scorso, 31 marzo, è stata inaugurata al Circolo della Stampa una personale del pittore Giuseppe Barone recentemente scomparso. La mostra è stata organizzata per onorare l’uomo e il pittore e per presentare al pubblico un ciclo di opere delle sue fondamentali tendenze d’artista.

Visitare la mostra postuma di un artista, specie se questo ci è molto caro, e un po’ come vedere un film interpretato da un attore di cui si conosce la scomparsa da questo mondo.

Avanti alle opere di Giuseppe Barone proviamo un senso di commozione, rievocando la sua onesta e cordiale figura; ed è con questo sentimento che ci accostiamo ai suoi dipinti con tanta religiosità e rispetto.

Questa mostra, oltre che un atto di riverenza per l’amico pittore, è la presentazione di una meritata rassegna delle opere più importanti che il nostro Barone dipinse con vero impegno, sincerità e coerenza.

Giuseppe Barone, purtroppo, non si presentò mai con una personale e non ci dette la possibilità di vedere un complesso di sue opere nella visione più completa. Barone dipingeva in silenzio, così, come amava in silenzio la natura e gli uomini che lo circondavano; mai in lui si vide atteggiamento polemico, acredine o presunzione. Di Barone ricordiamo solamente il suo alto senso di dignità, laboriosità, onestà ed il grande rispetto che aveva per le opinioni altrui, il che lo poneva automaticamente su un piano di superiorità.

Attraverso le Promotrici del Circolo Artistico ed in diverse collettive, abbiamo conosciuto la pittura di Barone ed abbiamo notato tante volte le sue ottime qualità artistiche. Oggi, al Circolo della Stampa possiamo osservare e godere tutta la produzione del nostro Pittore, che va dal periodo della sua formazione all’ultimo periodo, che segna la completa maturazione di un linguaggio pittorico.

Affermare oggi che la pittura di Barone sia esente da ogni influenza di scuola o maestro sarebbe come offendere la sua intelligenza, la sua cultura, la sua sensibilità. Barone visse nel nostro Mondo e ne sentì tutte le vibrazioni ed ogni sintomo di vita; sentì l’insegnamento di un Loiacono, di un Gandolfo e di uno Sciuti, così come in tempi più recenti sentì la poesia di un Semeghini e di un Tosi. Ma tutte queste tendenze d’arte egli seppe meravigliosamente riplasmare con la sua sensibilità e la sua grande personalità. Questo soprattutto ci insegna la rassegna dei suoi quadri.

Il giorno dopo la chiusura della mostra (il 13 aprile), “La Sicilia” tornava a parlare di Barone con una testimonianza redazionale. Era il tempo in cui a Catania il Liceo Artistico e l’Accademia di Belle Arti tentavano di costruire una classe media della cultura cittadina, che desse completezza e stabilità al miracolo economico profilatosi all’orizzonte. Il gusto della figurazione moderna, perciò, veniva a porsi come cultura ufficiale, bisognosa di un nuovo Pantheon.

Probabilmente, la mancanza di una firma, in quel caso, si doveva al fatto che i concetti contenuti non avevano particolare pretesa critica. Erano qualcosa di più: esprimevano un sentire comune.

Giuseppe Barone apparteneva alla lista dei pittori più significativi del primo ‘900 siciliano.

Egli non si curò mai di fare polemica per apparire un pittore di punta, ma nella sua arte esprimeva sinceramente ciò che gli dettava il suo cuore. Allievo di Lojacono all’Accademia di Palermo, apprese da questi la luminosità degli impasti e la fedeltà per la natura.

La prima personale retrospettiva, chiusasi in questi giorni al Circolo della Stampa, è una testimonianza della sua anima semplice e della validità della sua pittura: perciò anche questa Mostra ha suscitato tanto interesse tra il pubblico.

Molte sono oggi le chiese in Sicilia che ospitano la sua arte nobile e i suoi affreschi assai significativi. Da circa un ventennio infatti il Barone si era attivamente orientato verso questa pittura murale riuscendo il più valido tra gli artisti isolani.

Barone è stato un’artista molto serio ed ha dato il meglio di se stesso a beneficio della cultura e della fede isolana. Cerchiamo di essere degni del messaggio che egli ci ha lasciato, apprezzando la sua arte.

Se avesse potuto farlo, credo che il povero defunto sarebbe stato contento di esprimere apprezzamento per ambedue gli scritti. Non a caso i familiari (soprattutto il figlio Agostino) conservarono i ritagli dei giornali, purtroppo trascurando qualche volta di annotare il nome della testata e la data di pubblicazione.

Da quei fogli è risalito il ruscelletto carsico dell’arte di Barone: un quieto furore di bellezza, eternamente sospeso tra cielo e gramigna.

2

Il socialismo romantico di fine-Ottocento

L’anno milleottocentottanta sette, addì tre di ottobre, a ore ante meridiane dieci e minuti trenta, nella casa comunale.

Avanti a me Avvocato Salvatore Campisi Assessore anziano funzionante da Sindaco Ufficiale dello Stato Civile del Comune di Militello Val Catania, è comparso Agostino Barone, di anni ventotto, calzolajo domiciliato in Militello, il quale mi ha dichiarato che alle ore pomeridiane una e minuti trenta, del dì due del corrente mese, nella casa posta in Via Calvario al numero ———–, da Giuseppa Barresi industriosa sua Moglie seco lui convivente è nato un bambino di sesso Maschile che egli mi presenta, e a cui dà il nome di Giuseppe…

 (Comune di Militello in Val di Catania, Atti di nascita, n. 379, a. 1887).

Dalla coppia Agostino Barone e Giuseppa Barresi, dopo Giuseppe, nacquero Valentino (il 6/10/1889), Salvatore (il 19/10/1891), Marietta (il 19/3/1894), Antonino (il 2/8/1896), Benedetta (il 18/7/1902).

Eppure, nonostante il numero dei componenti e le umili condizioni della famiglia, Giuseppe poté compiere i suoi studi nella lontana Palermo, prima al Liceo Artistico e poi all’Accademia di Belle Arti, come si legge nell’unica fonte biografica disponibile al momento (Retrospettiva di Giuseppe Barone, catalogo della mostra tenutasi al Circolo della stampa di Catania dal 31 marzo al 13 aprile 1956, conservato presso la Biblioteca Comunale di Militello).

Bisogna aggiungere, però, che il sistema scolastico di allora non va pensato negli stessi termini in cui lo si conosce oggi, almeno per ciò che concerne il liceo, dato che l’odierno modello di scuole statali d’arte in Italia fu istituito con i ventidue provvedimenti legislativi della Riforma Gentile, firmati fra l’ottobre del 1922 ed il dicembre del 1923.

L’Accademia palermitana, invece, nacque nel 1886 e accedevano all’insegnamento prevalentemente artisti che:

…si dedicavano ad imponenti composizioni di figura, inserendosi nella corrente nella quale le accademie furono protagoniste, dal tempo delle mitologie neoclassiche e dei soggetti storici a quello dei temi derivati dal romanzo.

(Franco Grasso, Ottocento e novecento in Sicilia, in Storia dell’arte in Sicilia, vol. II, Palermo, Le Edizioni del Sole, 1984, p. 171; cfr., inoltre, La galleria civica d’arte moderna di Torino, guida breve a cura di Rosanna Maggio Serra, Torino, s. d.).

In effetti, già nella città natia Barone sicuramente aveva conosciuto il tradizionalista pittore scordiense Giuseppe Barchitta, che poi raggiunse una buona notorietà in Brasile.

Barchitta, in questi anni, conosce Giuseppe Barone, giovane pittore della vicina Militello in Val di Catania, del quale verosimilmente, prima del soggiorno di studio dell’artista militellese a Palermo alla scuola di Francesco Lojacono (1838-1915), se non il primo maestro, fu un immediato, e già maturo, interlocutore per l’apprendimento delle prime nozioni di pittura.

(Claudio F. Parisi, Giuseppe Barchitta, Scordia, Nadir, 1996, pp. 40/41).

Al di là, comunque, del valore che si possa dare agli insegnamenti accademici, che nel giro di pochi anni sarebbero stati messi in crisi dalla congerie delle avanguardie, quello di Barone fu un corso di studi molto prestigioso, reso possibile da una borsa di studio del Comune di Militello (almeno per lui, lontano dall’attuale barbarie).

Così, nel 1903 un Barone sedicenne arrivò a Palermo, a stretto contatto con i continuatori di una secolare tradizione, che pur propugnavano alcuni tentativi di innovazione.

Non a caso la cattedra di Figura disegnata era affidata al pittore Luigi Di Giovanni (1856-1938), discepolo del grande Domenico Morelli. Grande rinomanza, inoltre, vi aveva la pittura di Francesco Lojacono (1838-1915), che nella seconda metà dell’Ottocento raccontò una Sicilia in cui vivacità culturale e tensioni sociali non mancavano.

Le opere di più antica datazione che ci restano di Barone, perciò, posero l’attenzione sulla figura umana e sulle classi umili. Sono soprattutto disegni, di cui ho trovato traccia nell’Archivio fotografico del figlio Agostino (cuore e figura di gran signore, che fino alla morte si adoperò nel culto del padre), o nel catalogo della retrospettiva del 1956. Mi riferisco, in particolare, a due disegni di Contadinello del 1909, ad una Piccola cucitrice sempre del 1909 e ad un’Ostessa del 1912.

Negli anni dell’Accademia, per l’esattezza nel 1905, Barone ebbe una delle prime committenze pubbliche, realizzando una Copia del “San Carlo Borromeo” di Filippo Paladini, disegno a matita oggi nel Museo San Nicolò di Militello. L’occasione venne dal restauro di una pala d’altare. Infatti, trovandosi nella chiesa di San Francesco d’Assisi a Militello due quadri di Filippo Paladini, un San Francesco e un San Carlo Borromeo, questi:

…furono dichiarati dall’incaricato della Sopra Intendenza de’ monumenti antichi di Siracusa, cadaveri di quadri, poiché essi mancando di telai erano fissi con chiodi al muro ed attaccati dall’umidità trovavansi tutti a brandelli; però quello del “S. Carlo”, che trovavasi in migliore condizione degli altri, per ordine della Direzione Generale delle Belle Arti di Roma e della Sopra Intendenza di Siracusa, fu con mirabile maestria e somma perizia ristorato ed applicato su nuova tela in telaio dall’artista Prof. di disegno Giuseppe Barone, pittore di Militello, il quale ha saputo bene far rivivere quel quadro.

E’ da augurarsi che anche pel “S. Francesco” l’Autorità competente voglia ordinare una riesumazione nel vero senso della parola, mentre in Militello vive e lavora il celebrato artista, che diede sì bella prova nel far rivivere il descritto quadro di S. Carlo Borromeo.

(Giuseppe Scirè, Cenni storici sulle chiese di Militello distrutte dal terremoto dell’11 gennaio 1693, per dichiarazione dell’autore opera ripresa dal manoscritto di don Sebastiano Gentile da Militello, canonico della collegiata di San Pietro e Paolo di Mineo.

(cfr. p. 98, Caltanissetta, Tipografia Ed. C. Riccioni, 1928, p.53).

Dal 1912 fino al 1914 per Barone non ho trovato traccia di committenza pubblica. Quelli che vanno fino al 1916 sono, piuttosto, gli anni in cui l’artista pensò a farsi conoscere, soprattutto a Palermo, dove espose in diverse occasioni. Resta testimonianza di tale attività in un articolo su una mostra collettiva, apparso nel 1916 sul “Giornale di Sicilia” di Palermo (nessun’altra indicazione è contenuta nel ritaglio):

…Giuseppe Barone che con gusto veramente ammirevole rappresenta graziose scene paesane, profili campagnoli, leggiadre immagini di suonatrici e di fanciulle intente a ricamare merletti…

Del ’12, infatti, sono gli oli Viso di giovane donna e Ragazze in chiesa, oltre a un disegno, Monelli. Del ’13 il disegno Bimba e del ’14 l’olio Donne con scialle. Nel 1915 dipinse alcuni piccoli gioielli, Vecchio marinaio (oggi nel Museo “Guzzone” di Militello), Piccola lavoratrice, Piccola suonatrice.

Nel 1916, finalmente, si fece consistente la committenza pubblica. I primi ordinativi vennero, ovviamente, da Militello. Lì dipinse per la chiesa di San Nicolò il Ciclo di San Gerardo: Il miracolo di San Gerardo, L’ascensione di San Gerardo, La comunione di San Gerardo, La morte di San Gerardo (gli ultimi due titoli sono datati 1916).

Probabilmente, non mancarono neppure le richieste di ritratti destinati alle case dei benestanti. In quel periodo, così, si colloca l’olio Ritratto della signora Zuccalà ed il Ritratto dell’arciprete Rivela.

Altre opere ci sono arrivate con date che vanno dal ’16 al ‘21, destinate a restare nella Chiesa Madre e nelle abitazioni di Militello. Del 1916 sono un disegno, Studio di fanciullo, un Cartone per affresco, uno Studio di fanciullo ed un olio su tela con Due putti (tutte opere presenti nel Museo “San Nicolò” di Militello).

A seguire, stando all’archivio fotografico del figlio, si possono citare due lavori del 1920, La nonna e (forse) Testa; ed uno del 1921, Angeli in gloria.

Le più importanti produzioni di quel periodo anni furono gli affreschi per la Chiesa Madre di Carlentini, dei quali resta pure un bozzetto, Natività. Nella cittadina del siracusano, egli operò fino al 1921, come ci informa una cronaca, firmata con lo pseudonimo di Catone, apparsa sul giornale “L’Ora” del 9 settembre di quell’anno (fra l’altro, il fatto che ne scriva un giornale palermitano e non catanese, dimostra che l’ancora poco conosciuto Barone poteva rivolgersi soltanto al giro di amicizie della città in cui aveva frequentato l’Accademia).

Nel pezzo – cosa che dà l’idea del clima sociale nella Piana di Catania, alla vigilia della marcia su Roma – si accenna pure alla visita del deputato socialista Arturo Vella ed alle lotte per dare la terra ai contadini, con annesso infiammato comizio da parte degli aministratori rossi della città.

Quest’anno la festa della patrona S. Lucia non è stata celebrata con la consueta solennità: la cerimonia svolta in chiesa si è ridotta oggi all’esposizione del ferculo nell’altare maggiore, ricco di gioielli d’oro e di doni votivi in denaro.

Come sempre si è avuto un gran concorso di fedeli. E però oggi le ben note e generose premure a prò della Chiesa del parroco Mons. Paolo Tartaglia hanno regalato alla cittadinanza – non ricorrendo agli oboli di questi fedeli – due dipinti di magnifico e indimenticabile valore.

Durante la celebrazione della messa cantata, padre Michelangelo Blancato da Sortino, venuto per l’occasione, illustrò bellamente dal pulpito i due splendidi quadri dell’artista prof. Giuseppe Barone da Militello, già allievo di cotesto Istituto Statale Arti e nostra vecchia conoscenza per averlo qui ammirato nella sua splendida pittura della cappella del Sacramento: “La Cena” – le simboliche figure del Pane Eucaristico e del Calice, nonché la bellissima “Natività con l’adorazione dei pastori”, mostrano l’originale interpretazione, il valore delle luci e la ricchezza dei colori.

I due nuovi e grandissimi quadri, posti ai lati dell’altar maggiore, rappresentano, uno l’ “Apparizione della Madonna di Lourdes alla Bernardina”, l’altro “Il martirio di S.Lucia”.

La concezione dei soggetti, la perfetta esecuzione presentano agli occhi dell’osservatore figure magnificamente artistiche, che destano lo spirito di adorazione per la Madonna e per S. Lucia, non che un gran senso di ammirazione per l’artista, che ha saputo così ben trasfondere nei personaggi che completano le scene la vitalità dei fatti e la fedele riproduzione dei personaggi, specie nel martirio di S.Lucia.

All’artista prof. Barone le congratulazioni sentite dell’intellettualità e del popolo carlentinese, che hanno ammirato e apprezzato le splendide produzioni, con l’augurio che la sua arte raccolga sempre soddisfazioni ed allori.

Come era stato annunciato, è arrivato stasera coi compagni della lega di Lentini l’onor. Arturo Vella.

Cessato il suono delle fanfare, la gente che era in piazza si fece sotto le finestre del Municipio, dalle quali dopo l’esposizione della bandiera rossa, parlò il pro –sindaco Cicero, che presentò il prof. Drago di Catania e l’on. Vella.

Essi s’intrattennero sulla necessità di concedere le terre ai contadini, per il miglioramento del proletariato e per l’emancipazione della classe borghese.

Ogni contatto con la rivoluzione socialista si chiuse definitivamente l’anno successivo. Il 22 ottobre del 1922 Mussolini prese il potere. Due mesi dopo, il 27 dicembre 1922, come risulta da un estratto dell’Atto di Matrimonio compilato dall’Ufficiale di Stato Civile, l’assessore delegato cav. Giuseppe Sciannaca, l’ormai trentacinquenne Barone sposò la ventitreenne Maria Rigon, nata e residente a Vicenza, di professione impiegata.

Il 7 ottobre del 1923 nacque a Militello la prima figlia e probabilmente fu lei che gli ispirò il tenero disegno, Bimba dormiente.

Quell’anno e, probabilmente, l’anno successivo, egli lavorò per la committenza pubblica militellese, con i ritratti di Francesco Laganà Campisi, di Pietro Carrera, di Vincenzo Natale, di Salvatore Majorana Calatabiano, di Angelo Majorana Calatabiano, di Giuseppe Musumeci Ristagno, oggi tutti nel Museo Civico “Guzzone” di Militello.

Datato 1924 resta soltanto una piccola opera, Mia madre. E’, questo, un periodo accademico, in cui dipinse quasi in ideale competizione con l’ottocentesco militellese Sebastiano Guzzone, come si legge in Ciao, brano critico di Alfredo Entità, scritto in occasione della morte del nostro protagonista.

I pittori Sebastiano Guzzone e Giuseppe Barone sono i più genuini cantori della propria terra, i lirici del colore delle assolate colline che incoronano la medioevale cittadina e digradano dolci nella valle di Lordiero, ricca di forre e abitati cavernicoli. Da qui la primavera irrompe nel vasto pianoro con ondate di delicato profumo.

Dominato dal colore, iridato di liriche gamme, oasi di verde smeraldo, distesa di grigi dorati, di rosa acceso nei tremuli tramonti, è il paesaggio militellano; da cui discendono i due pittori. E l’uno e l’altro sono confidenti della natura, interpreti del carattere religioso e raccolto della propria gente, dei costumi di questo lembo di terra.

Ed è di questo colore che si riveste e vibra il paesaggio etneo, è di questa animazione che vivono i soggetti dei loro quadri, i vecchi contadini, i pastori, i bimbi scorazzanti sui prati fioriti, ma soprattutto l’intimità di un ambiente dalla vita semplice e buona, la religiosità campagnola osservata e penetrata con piena ed assoluta conoscenza del carattere, con l’escavazione psicologica di un occhio che osserva e penetra una realtà solo apparentemente oggettiva.

E ancor quando, come nel Guzzone, viene ad attenuarsi l’ostinato attaccamento alla terra e alla sua gente, prevalente nel Barone, quando il clima parigino e l’evoluzione di un colore sgargiante e di una grafia tutta scatti e svirgolature, più atta a dar vita ad una società raffinata, che all’intimità raccolta dello spirito siciliano, sembrano ribelli a piegarsi alle esigenze di un mondo intessuto di voci sommesse, l’artista ritrova sempre lo spirito di una natura coloristica tutta siciliana, allorquando ai suoi occhi torna quel mondo d’intimità patriarcale, legato al più saldo vincolo di vita isolana.

Come riesce istruttivo raffrontare le tappe siciliane, fiorentine, londinesi e parigine del Guzzone.

Lì, il fermento di tutto un mondo rivestito di forme e colori, che si distaccano nettamente dall’umile e taciturna espressione di un vecchio frate macerato dalle preghiere nella penombra dorata di un interno assisiate o di una chiesa siciliana; qui l’atmosfera raccolta e lo spirito di un’umiltà castigata dal segno, dalla cromia, nelle espressioni più tipiche, più bloccate, più nostre.

Ma gli è che il Guzzone, anche quando fu lontano dall’isola, ebbe sempre vivi nell’animo la gente e il colore della sua terra. Non poteva quel mondo sostituirsi interamente a ciò che era la sua natura, l’amore di una terra che ciascuno porta con sé ed ama ovunque si trovi.

Assai diverso è invece il discorso per il Barone, anima raccolta e mite, entusiasta solo della sua terra e del suo sole, dei suoi fiori e del suo colore, dei suoi tramonti e delle sue aurore, del suo cielo tutt’uno con l’azzurro di un mare di madreperla, sempre sereno, fascinoso e attraente nelle sue dolci insenature, nella voluttà invitante delle sue luminose sabbie, ombreggiate da pinete e boschi, delle notti stellate e dei cieli tersi in sul mattino di questa terra, che non conosce inverni e dove regina delle stagioni è una perenne primavera.

Merito del Guzzone è anche di aver spianato la via al Barone, di averlo affascinato e incitato con le opere residuate agli eredi allorché il pittore si spense nell’eterna Firenze.

Ma l’uno e l’altro hanno in comune la fonte d’incitamento, la gran quantità di opere ancora esistenti a Militello: Andrea della Robbia e i Gagini, le sculture policrome del singolare protiro (Laurana ?) di S. Maria La Vetere, il quattrocentesco “S. Pietro” del Ruzzolone (?) ed altro.

Prima, però, l’Accademia di S. Luca, poi Roma e Firenze, Milano e Torino, Parigi e Londra, orientarono il Guzzone verso una visione più completa del panorama pittorico europeo e dell’evoluzione propria determinante in quel momento per la nuova pittura e la nuova arte in genere; mentre il Barone resta un po’ vincolato allo spirito di una visione meno evoluta, ma anche più aderente alla natura e al mondo ch’egli ama.

Sicchè il Barone, fedele ad un Ottocento più tradizionale, di pretto stampo siciliano derivato dal suo grande maestro d’Accademia, Fr. Lojacono, costruisce la figura alla maniera, direi, quattrocentesca osserva il paesaggio nei particolari e nell’insieme, tesse il quadro con un ordito che non omette nulla, destando interesse anche per una pittura priva di soggetto, ma impreziosita dalla piana e semplice stesura di colore, sempre tersa, luminosa, dorata.

Nel Guzzone, specie dopo l’esperienza parigina, la pennellata resta più lieve, più libera, meno legata al segno, più larga ed atmosferica, e la macchia di colore si spande senza il freno del segno che deve contenerla e limitarla. Così l’abito della “Casabene” è una esplodente sinfonia di colori, degna dei maggiori impressionisti del tempo.

Della stessa levatura sono alcuni interni di chiese, alcune piccole composizioni galanti, soggetti storici, studi, in cui si riscontrano un tale spirito d’indagine e di ricerca, una tale intelligenza e un amore per l’arte, da farci veramente rimpiangere la sua perdita, avvenuta poco più che trentenne, a Firenze, nel 1890.

Artisti veramente degni, hanno in comune la sorte di non essere abbastanza conosciuti, specie il Barone, spentosi improvvisamente quest’anno, mentre la conoscenza del Guzzone va penetrando lentamente nello spirito dei cultori d’arte man mano che ne conoscono le opere; ma sono entrambi degni interpreti di questa Sicilia intessuta d’amore e di commossa umanità.

3

Nero dell’Etna

L’anno più importante del periodo giovanile di Barone risultò essere il 1925, quando ricevette l’incarico di affrescare la Cappella del Seminario di Siracusa. Splendidi particolari di tale lavoro furono San Matteo, Elia riceve il pane dal corvo e Mosè. Penso che il lavoro si protrasse fino al 1926, quando fra l’altro dipinse un Case e paesaggio, raffigurante il quartiere San Pietro di Militello, ora nel Museo Civico di Militello. Si aggiungano, quindi, per attendibile datazione, l’acquerello Mietitura e l’olio Paesaggio di Militello.

Nel 1927 Giuseppe Barone si trasferì a Catania (anche se non cambiò contestualmente la residenza, dato che venne cancellato dal Registro della popolazione di Militello soltanto in data 1/10/1930 (Cfr. Certificato di nascita). Lì espose in diverse mostre organizzate dal “Circolo Artistico” e da altri enti.

Firmato con la sola sigla di O. C., resta un brano critico sulla produzione di quegli anni.

Il Barone in questa Permanente del Circolo Artistico, si è limitato alla esposizione di pochi lavori, ma tutti significativi e degni della massima attenzione.

Egli non è nuovo ai successi. Diverse volte ha esposto sia allo stesso Circolo che altrove, e sempre è stato ammirato ed elogiato, e dal pubblico e dalla critica, poiché in lui risaltono qualità non comuni di osservatore e di studioso del vero, che fissa con occhi lucidi e fermi, e col potere di coglierne i varii aspetti e di riprodurli con esattezza e con vigoria, senza dare nel vago, nell’astratto, nell’ondulo.

Egli si avvia rapidamente verso la piena, conscia maturità del suo ingegno, ben conoscendo quali siano i mezzi, le forme, le facoltà e le potenze della sua Arte, dove devono tendere e come si debbano maggiormente affermare. La sua arte è fatta di sincerità e di schiettezza. Semplici, per lo più, i soggetti, e semplici, cioè, conformi all’idea, i mezzi, perché appaiano a tutti, quali sono apparsi, a prima veduta, al pittore operoso e coscienzioso.

Tempo addietro ammirammo di lui alcuni Interni di chiese, bellissimi, intonati, austeri, che facevano meditare e pensare. Adesso il pittore ha sentito vivo il bisogno di respirare un’aria libera, fresca e profumata. Non si è fossilizzato in una forma d’arte che, se dapprima lo rendeva interessante e promettente, ora, invece, sarebbe apparsa monotona e monocorde.

Quindi fuori è uscito, all’aperto, e ci ha dato: “Al sole”, un lavoro bellissimo, riuscito, per colore, per disegno, per luce, per tutto: una giovine donna, seduta al sole, e intenta a cucire un abito.

Tutta la sua attenzione è concentrata nel lavoro che eseguisce pazientemente. Quanta soavità, quanta poesia è diffusa in questo piccolo quadro, cui la magia del pennello di un artista ha saputo dar vita!

Un altro lavoro non meno interessante è “Lettura”, che colpisce subito l’occhio attento del visitatore, per l’arte davvero magistrale con cui è ritratta una fanciulla, seduta ad un tavolo, nel mezzo di una stanza, che curvasi tutta, come flessile giunco, per leggere un giornale. Le luci e le ombre, nella stanza vuota e silenziosa si armonizzano stupendamente. L’autore nulla ha trascurato perché il quadro riveli la sua verità limpida e bella, la sua poesia, dolce e delicata come tutto, ha schivato che fosse superfluo, voluto, affannosamente ricercato.

“La fiera del lunedì”, è pure esso un lavoro riuscitissimo, e l’abbiamo, in passato, assai ammirato ed apprezzato in più grandi proporzioni. L’autore insiste e ritorna al difficile soggetto, come sospinto da un bisogno interiore della sua arte, che, con sobrii tocchi con poche, ma sicure pennellate sa perfettamente e fedelmente rendere tutta la folla varia, multicolore della fiera di piazza del Carmine.

”Primavera” è una cosa diafana, evanescente. Una ragazzina  dai capelli d’oro, vestita di cielo, sbocciante alla vita, tutta fresca ed olezzante come un fiore di maggio, è appoggiata alla ringhiera di un balcone; accanto a lei è un vaso fiorito, ed ella medita su quel piccolo fiore candido e verginale come la sua anima (di recente è stata individuata nella Zza Nedda Pirracchio, che conobbi, da giovane amico di suo figlio Antonio Di Mauro, sempre cordiale e affettuosa, nota mia).

Vi sono in questa piccola figura muliebre, sfumature di tinte ed aliti di poesia così suggestiva, che danno la sensazione di una visione di sogno.

“Sottoscala”, quadro semplice e di grande effetto. Una giovine donna è curva su un lavapanni, posto in un sottoscala, dove risciacqua la biancheria. Accanto vi è il suo bimbo che la guarda tutto attento e curioso con un’arancia in mano. Ogni particolare in questo lavoro è curato magistralmente, e le due figure, la madre e il figlio palpitano di verità. Esso rivela una calda ispirazione e una visione chiara e precisa dell’Artista, che ha saputo sapientemente trarre da un soggetto semplice e nudo risultati meravigliosi.

Anche “Una strada” e “Paesaggio” sono due lavori riusciti e belli, in especial modo il primo per i piani, le luci, i colori indovinatissimi.

Noi ci congratuliamo con questo giovine artista, altrettanto bravo quanto modesto, che mette nella sua arte semplice e pura, e personalissima, quella tenacia di propositi che è una facoltà sempre desta in chi è animato dalla più forte passione per l’Arte. Egli ha percorso molto cammino da che lo conosciamo, e siamo sicuri, ne percorrerà per realizzare le sue possibilità artistiche, per giungere dove han sede i Grandi.

Per quanto mi riguarda, dirò che, dopo le antiche rappresentazioni veriste, nelle opere di questo periodo si coglie un evidente gusto per la sinuosità delle linee, che rimanda a quella idealizzazione della materia – e, nel caso di figure femminili, alla chiara sensualità – presente, come s’è visto, nello stile dell’Abate.

Fra l’altro, ci resta inconfutabile testimonianza di tale rimando culturale nel 1927, con la già citata Primavera, che si lega concettualmente alla Decorazione con figure ed a Diana con i compagni e paesaggio campestre, eseguite nel 1930 per un locale privato.

Di non minore interesse appare la figurazione ispirata all’ambiente familiare dell’artista: disegni dedicati alla moglie, alla figlia. Sono composizioni di straordinaria levità e di grande intensità poetica.

Tra gli oli spiccano Ragazza al balcone (già citata più sopra col titolo di “Primavera”, ora nel Museo Civico di Militello), Paesaggio di Militello, Sottoscala, Ciaramiddaru (1930), Testina di bimba, Bimba dormiente, Mattino, Marina (queste ultime quattro tutte del 1931).

Negli Anni Trenta, comunque, Giuseppe Barone era ormai considerato un maestro dell’affresco e della pittura monumentale, lasciandone ottimi saggi soprattutto negli edifici religiosi.

Dal 1931 al 1934 dipinse nella cupola e nell’abside della Chiesa Madre di Nicolosi gli affreschi Sant’Antonio e La Pentecoste, oltre ai telieri Il cardinale Dusmet fra il popolo dopo la lava (olio, quadro laterale,, Cappella del Crocifisso, 1934?), L’orazione dell’orto (olio, quadro laterale, Cappella del Crocifisso, 1934) e Deposizione (olio, quadro laterale, Cappella del Crocifisso).

Di questi lavori restò traccia in ben due articoli apparsi sul quotidiano “la Sicilia”, dei quali si è persa la data ed il cui (i cui) autore (autori), purtroppo, ci è (ci sono) rimasto (rimasti) ignoto (ignoti).

Il pittore Giuseppe Barone, che abbiamo avuto occasione di ammirare in parecchie mostre, ha eseguito per la Chiesa Madre della vicina Nicolosi due ampie, magnifiche tele, raffiguranti una “Il ritorno col Cardinale Dusmet”.

Per la prima l’artista ha tratto ispirazione dalla eruzione del 1886, durante la quale la lava, dopo avere devastato ubertosi vigneti, si arrestò sotto i Monti Rossi.

Per l’altra, l’ispirazione è venuta da una visita che il Cardinale Dusmet, il Carlo Borromeo di questa Archidiocesi, sempre presente nella memoria degli umili ed esempio fulgido di abnegazione, volle fare ai luoghi minacciati dalla eruzione.

Vastità di concezione, sicurezza di disegno, padronanza di tecnica, colorazione vivida, sobria, mostrano in queste due tele, il Barone, nel pieno possesso dei suoi mezzi espressivi, artista significativo che sa creare opere di pura bellezza.

Ed ancora:

Nicolosi, il ridente paesello che ha il privilegio di essere il più vicino all’Etna, mantenendosi a brevissima distanza da Catania (a 14 km circa, alt. Mt.700), ha celebrato nei giorni scorsi l’inizio dell’anno antoniano. Patrono del Comune è, infatti, il Santo di Padova, che conta quattromila fedeli, tanti quanti sono insomma gli abitanti, alle porte dell’Etna gigantesco.

Da Nicolosi si inizia la grande strada sull’Etna, che vuol essere realizzata dall’amministrazione provinciale di Catania, con il contributo di alcuni comuni e di pochi possidenti della zona. L’opera è stata affidata con una recente convenzione, all’Impresa Puricelli, la quale dovrà ultimarla entro due anni.

In occasione delle feste di cui abbiamo fatto cenno, la chiesa madre di Nicolosi si è presentata restaurata e abbellita con decoro d’arte. Fra l’altro, ai lati del pregevole quadro del Rapisarda, raffigurante appunto S. Antonio in mistico rapimento; la folla dei fedeli ha avuto la sorpresa di trovare due tele fiammanti, frutto dell’elaborata fatica del pittore Giuseppe Barone.

Le tele raffigurano due episodi dell’eruzione del 1885, ai quali è legata la memoria del compianto cardinale Dusmet. La lava dell’Etna, sprigionatasi con estrema violenza da un fianco del vulcano improvvisamente squarciatosi, minacciava Nicolosi e, se altro tempo fosse intercorso, perfino la città di Catania, come era avvenuto tragicamente due secoli prima.

Da Nicolosi, gli abitanti erano già fuggiti: sola speranza era veramente l’aiuto di Dio, e le preghiere della popolazione, che salivano senza riposo e con disperato slancio.

“Il cardinale Dusmet, che reggeva la arcidiocesi di Catania, si pose a capo di un pellegrinaggio popolare e mosse verso il fronte lavico, recando il Velo di Sant’Agata: velo che coprì il corpo della Vergine nella fornace, dove l’aveva fatto deporre Quinziano, tiranno di Catania, e che aveva resistito miracolosamente alle fiamme, arrossandosi appena. Giunto al cospetto della lava, il cardinale fissò il velo sul terreno, e attese. La lava procedette ancora, girò intorno e si arrestò come una belva smagata e ammanssita.

L’episodio risale a 46 anni fa; e a Nicolosi, dove i longevi non sono infrequenti, lo si ricorda ancora con estrema drammaticità e vivezza.

Come è noto, per il cardinale Dusmet s’è già iniziato il processo di canonizzazione, con manifestazioni commoventi e significative di suffragio popolare. Ora, nella Chiesa madre di Nicolosi, era giusto che la figura del Dusmet e gli angosciosi momenti ai quali è legato il culto per Sant’Agata e per Sant’Antonio fossero ricordati da opere d’arte degne.

I due quadri furono affidati al pittore Giuseppe Barone. Egli, ben compreso nel suo compito, ha potuto assolverlo convenientemente, presentando due lavori, che per il complesso delle scene ritratte, per la fusione dei colori, per il modo come sono state trattate tecnicamente e spiritualmente le figure, meritano l’attenzione più benevola.

E, di questo riconoscimento, Barone può dirsi veramente soddisfatto.

A differenza, però, di quanto possano far pensare le due cronache sopra riportate e di quanto comunemente si crede, la pittura religiosa di Barone non fu frutto di una cultura attardata.

L’affresco, infatti, grazie al contributo critico di Margherita Sarfatti, intellettuale di punta del fascismo ed ex amante di Mussolini, da alcuni anni era tornato a proporsi come alternativa (ma, sarebbe meglio dire a fianco) delle avanguardie novecentesche.

La Biennale del 1924 è una delle più importanti nella storia della pittura italiana, se si pensa che vi comparvero, oltre ai due capolavori di Sironi, “L’Allieva” e “L’Architetto”, che possono essere considerati concreti manifesti del gruppo novecentista, quadri come “Meriggio” di Casorati o “In tram” di Guidi… In tutti questi quadri il dettato plastico, tornito, a tempi lenti, si accompagnava a iconografie semplici, a tematiche solenni ed elementari, che si prestavano implicitamente alla riproposta ideologica di valori tradizionali…

Il movimento sarebbe così divenuto, oltre che rappresentativo della scuola italiana, portavoce all’estero di una larga corrente dell’arte contemporanea…

Comunque, la poetica di Sironi, intesa in senso largo nelle sue intenzioni celebrative e nel suo aspetto arcaicamente severo, caratterizzò le grandi imprese pittoriche degli anni Trenta, avendo come corrispettivo la scultura di Arturo Martini. Rientrano in questa atmosfera e proposito gli affreschi del Liviano a Padova (con preminenza questa volta di Campigli), il ciclo di Funi nel palazzo comunale di Ferrara – neoquattrocentista -, il mosaico di Severini sulla facciata del Palazzo dellePoste di Alessandria…

A ben vedere, però, questo stile, sia come maniera espressiva sia come attitudine iconografica, perdurò nel dopoguerra in quanto specifico stile dell’arte d’occasione, specialmente gradito alla committenza religiosa: nell’Italia degli anni Cinquanta i postumi del novecentismo continuarono ad avere accoglienza e credito e si estinsero molto lentamente.

(Rossana Boscaglia, Sironi e il “Novecento”, Art e Dossier, Inserto redazionale allegato al n. 53, Firenze, Giunti, gennaio 1991, pp.13/20).

4

A mmia mi arruvinarru i parrina

La tematica religiosa finì spesso per coincidere con un concetto provinciale dell’arte. Ne fu consapevole per primo Giuseppe Barone, secondo la testimonianza dello scultore Emilio Greco.

Secondo il racconto dell’ing. Salvatore Troia, presente al fatto, in occasione del collocamento sulle porte dell’altare della Madonna della Stella a Militello di due Angeli in bronzo scolpiti dal maestro catanese, questi si dichiarò particolarmente onorato di trovare ospitalità nello stesso tempio che custodiva gli affreschi del suo amico Pippo Barone. Dopodiché, sorridendo, riferì una frase che spesso sentiva da lui:

“A mmia m’arruvinarru i parrina!… Mi hanno rivinato i preti!”.

Era vero. Infatti, davanti ai cartoni degli affreschi di Barone si leggono timidi tentativi di affrancarsi da una condizione di servaggio. I personaggi sono disegnati con grande vigore chiaroscurale, senza troppe concessioni ai sentimentalismi svenevoli.

Sembrerebbe, piuttosto, la raffigurazione di veri e propri archetipi della civiltà cont adina. Il parallelo più immediato, come s’è detto, è quello col muralismo sironiano. Ma, non mancherebbero neppure i riferimenti alla nobile retorica carducciana, magari mediata dalla sensibilità del coevo poeta militellese Giosuè Sparito (al secolo Enrico Fagone).

Per spiegarmi meglio, mi permetterò di analizzare un suo cartone preparatorio, che giganteggia nel mio studio. E’ un San Giovanni evangelista, con tanto di librone, penna d’oca ed aquila, a corredo dell’effetto monumentale che viene dal modo in cui sono delineati i particolari anatomici. Me lo vendette a metà degli anni Settanta quella stranasagoma di prete e di storico locale che fu il militellese don Mario Ventura (1913-1982).

Ricordo il prezzo d’acquisto dell’opera: diecimila lire (allora il mio stipendio di insegnante superava di poco le duecentomila lire). Spesi molto di più per incorniciarla, dieci anni dopo: settantamila lire, mi pare (ma, con lo stipendio che si avvicinava al milione di lire).

Nel disegno lo sguardo del Santo si volge verso l’alto, perché dall’alto, fiducioso e sottomesso, aspetta le parole della fede. Siamo, se vogliamo, dentro i canoni del sentimentalismo della Chiesa controriformista. Però, l’occasione è buona per riferimenti artistici precisi (Giotto, Andrea del Castagno, etc.).

In altre parole, con brutalità e candore la narrazione teologica tenta di farsi solennità storicista.

Quest’ultima idea, fra l’altro, spiega altri esiti monumentalistici ottenuti insieme al più conosciuto pittore Roberto Rimini.

A Catania a suo tempo, collocato nella Sala del Consiglio del palazzo dell’Economia corporativa (ora Palazzo della Borsa–Camera di Commercio), c’era, destinato a far mostra di sé accanto a un quadro di Rimini (La carta del lavoro, olio su tela, forse del 1936), un grande pannello di Barone raffigurante Il Duce a cavallo

(Antonio Rocca, L’arte del ventennioa Catania, Catania, Magma, 1988, p. 171).

Insieme alla committenza ufficiale, ci fu pure fino al 1941 una produzione da cavalletto. Segnalo, in particolare, Paesaggio etneo n. 1 del 1935 e Mucca nera del 1937.

Interessanti, spesso anche più delle opere finite, sono pure: nel 1934(?) La pietà, cartone per affresco; nel 1934 un’altra Pietà, affresco per la Cappella funeraria del Barone Penna a Scicli. Nel 1935 Barone dipinse I due evangelisti Giovanni e Luca, affresco per Misterbianco, Chiesa Madre, abside; nel 1936 L’Annunciazione, olio per la Chiesa Madre di Misterbianco, Cappella della Madonna, con la collaborazione del ventenne pittore locale Pippo Giuffrida(20/09/’12 – 11/12/’77), suo allievo.

Nel 1937 videro la luce le importanti Otto figure sacre, affreschi collocati nelle lunette della Chiesa dei Salesiani di San Gregorio.

Con orgoglio, il giornale parrocchiale “L’oratorio” ne diede notizia, col titolo Azione salesiana in Catania – 1937-XV.

Sulla volta dell’Abside sono raffigurati “I quattro Evangelisti”; sul centro della navata c’è “La gloria di Don Bosco”; nella lunetta di destra “La Speranza” e in quella di sinistra “La Fede”, rappresentate da “Madonne sul trono”. Questi affreschi meritano un cenno di commento, che è personale e modesto come la nostra competenza in materia.

La pittura ricorda quella di Antonello da Messina, quel maestro di colori cui molti artisti siciliani si sono ispirati. La plastica, l’intuito naturalistico che si addolcisce in sfumature delicate, come quelle che il Maestro apprese alla scuola veneziana.

Manca talvolta in questi affreschi il senso della profondità e alcuni panneggi colpiscono l’occhio un po’ bruscamente, ma le delicatezze di colore sul viso delle figure sono proprio ottime (vedi Don Bosco, S. Matteo, S. Marco).

Riuscitissime sono la gloria del Grande Salesiano, e le figure di S. Giovanni e S. Matteo e di S.Marco ( il cui leone ha un’espressione che colpisce e attira la nostra attenzione). In tutte le opere si nota un mirabile senso di misura e di proporzioni, pregio specificodell’artista, Prof. Giuseppe Barone.

I putti osannanti sono ben disegnati e armonizzano con tutto il complesso dell’opera, producendo un effetto di gaiezza e di amore. Chi ha visto “L’Assunta” di Tiziano comprenderà quel che possano in arte i putti osannanti.

Anche la fresca e delicata tinta celestina di quelle strisce di damasco, ai quattro lati della volta dell’abside, ci è molto piaciuta e denota il gusto artistico fine e squisito nell’artista.

Sempre nel 1937 possiamo collocare La fede, cartone per affresco con prove di colore (oggi nel Museo Civico di Militello). L’opera finita, insieme a La speranza, venne collocata nelle lunette della chiesa di San Filippo Neri di Catania.

Nel 1938 vengono realizzati Sant’Antonio e Figura (cartoni per affresco presenti nel Museo Civico di Militello) e l’affresco Martirio di Sant’Agata per la chiesa catanese di San Biagio. Resta traccia di quest’ultimo lavoro in un ritaglio anonimo e senza data del quotidiano “La Sicilia”.

La chiesa catanese di San Biagio, sorta sul posto che vide il martirio di S. Agata, si trovava da tempo in pessime condizioni a causa dell’umidità e dell’abbandono in cui era lasciata.

Pazienti lavori, diretti dall’architetto Condorelli, hanno ridato al tempio la sua antica dignità e la sua bellezza.

Interessanti sono stati i lavori di decorazione, dovuti al pittore Carlo La Spina, che si è opportunamente ispirato allo stile barocco dell’edificio. La calotta è stata istoriata con il simbolo della SS. Trinità, lavoro eseguito a tempera con disegni semplici e tonalità abilmente armonizzate.

Di bello aspetto è risultata la volta a cassettoni rosonati. La fatica di La Spina si rivela maggiormente nei quattro pennacchi, in cui ha dipinto dei puttini, che recano gli attributi di San.Biagio, di S.Agata, dell’Addolorata e del Crocifisso. La cupola, ispirata pure allo stile barocco, sfonda in un sapiente digradare di nuvole, al cui centro una corona di cherubini circonda il simbolo dello Spirito Santo.

Stupenda è la decorazione dell’altare del Crocifisso, su cui si stacca un “Cristo” di stile neo classico, probabilmente fattura del Canzirri di Acireale.

I pilastri sono intonati ai marmi dei tre altari del presbiterio con tonalità in finto marmo, incorniciati da bassorilievi che danno maggiore distacco alle decorazioni.

Al centro dei pilastri la sagoma è ornata di testine di cherubini, modellate con grazia dallo scultore Florio.

La cappella della “Fornace” è stata ornata di un grande affresco, dovuto al pittore Giuseppe Barone, che vi ha raffigurato il martirio della Patrona di Catania.

L’autore si è ispirato alla tradizionale arte religiosa, arte intesa a esaltare le eroine del cristianesimo e a parlare con effetti immediati alla fantasia del popolo. La Martire catanese, vestita di rosso é presentata nel momento in cui sta per essere brutalmente spogliata, per subire la prova del fuoco. Quinziano dal suo podio ordina il martirio, mentre il popolo assiste impietosito alla scena. Sullo sfondo biancheggia Catania dominata dall’Etna.

Con questo nobile lavoro Giuseppe Barone ha confermato le sue non comuni qualità di pittore dalle larghe concezioni e dal pollice vigoroso. Tutte le figure sono minuziosamente curate senza nuocere all’insieme che risulta assai armonioso e per tinte e sapiente distribuzione di piani.

Dopo gli affreschi nella chiesa di San Biagio, Barone dipinse gli oli Santa Elisabetta e Madonna per la chiesa di Santa Maria di Gesù dei frati minori di Messina e la Crocifissione, presente nell’Archivio fotografico di Agostino Barone.

Nel 1939 realizzò la tempera Beata Maria Mazzarello (il cartone Angeli, oggi nel Museo Civico di Militello ne riproduce un particolare), Sacro Cuore (olio, pala d’altare, Messina, Chiesa del SS. Salvatore), Pesce, vaso e limoni (1939?, olio, Archivio fotografico di A. Barone).

Del 1940 è l’opera Ragazza (disegno riprodotto nel catalogo della retrospettivadel 1956).

Nel 1941 dipinse La Madonna della guardia – L’apparizione (olio, Misterbianco, fraz. Di Borrello, Chiesa parrocchiale) e La lava che minacciò Borrello nel 1910 (Archivio fotografico di Agostino Barone).

Su questi lavori prima scrive “Il giornale di Sicilia”.

Una tela sacra del Barone a Borrello Catania,27.- (C.).

La chiesa parrocchiale di Borrello, uno degli ameni e laboriosi centri rurali della zona etnea, ha consacrato con un semplice e suggestivo rito, svoltosi nei giorni scorsi in presenza di una folla orante di fedeli, una grande composizione del pittore Giuseppe Barone, collocata nell’abside, resa così piu sfolgorante e fastosa.

In essa, l’appassionato artista, che è degno conterraneo del Guzzone, ha riprodotto la scena dell’invocazione alla Vergine della Guardia, espressa con singolare fervore dalla dolorante popolazione di Borrello, quando le lave dell’Etna, nella violenta eruzione del 1910, si avanzavano corrusche, minacciose, inesorabili, sull’abitato.

L’invocazione fu ascoltata, il miracolo fu compiuto in tempo, Borrello fu risparmiata, come per incanto. Nella vasta tela del Barone, la trepidazone e l’affidamento alla Celeste Protettrice sono rievocati in una visione efficacissima, notevole per l’accordo dei disegni nel giuoco dei piani e per l’armonia delle masse che concilia felicemente le esigenze del dettaglio e dell’insieme, senza trascurare la funzione decisiva del paesaggio.

Altre tele sacre assai pregevoli il Barone conta nella chiesa parrocchiale di Nicolosi e di vari centri della nostra provincia, sulla “Battaglia del grano”, mentre una sua composizione capeggia nel salone d’onore del Palazzo della Borsa in Catania.

Questa nuova affermazione raggiunge dunque il pittore di Militello nella pienezza dei suoi mezzi e nella maturità della sua arte alimentata da una fede operosa, arte che noi auguriamo possa dare a lungo altri frutti ed altre manifestazioni altrettanto pregevoli.

Dopo questo, in fondo pudico, accenno al fascismo nell’arte, il 4 ottobre 1941, anno XIX dell’era fascista, il fascistissimo “Popolo di Sicilia” raccontò la vicenda di Borrello come un rapporto tra miracoli (fascisti per definizione) e la pittura di Barone, quasi che gli interventi divini facessero parte del generale clima di efficienza, che il regime pretendeva di aver portato in Italia.

In una delle più rabbiose eruzioni dell’Etna – quella del 1910 – le lave, scaturite in vicinanza dei monti Silvestri, invasero anche la campagna prossima a Borrello.

Quegli abitanti si sentirono irrimediabilmente perduti, ma, grazie al fervore religioso col quale invocarono la loro protettrice – la miracolosa e dolce “Madonna della Guardia” – l’abitato fu salvo e salva fu anche la fatica dei contadini, che se la cavarono con un po’ di spavento e nulla più, pur se furono costretti per qualche giorno ad abbandonare i loro casolari, le loro robe e il  frutto dei loro sudori.

A tale vicenda si richiama una grande tela (mt.3 x 3) che il pittore Giuseppe Barone ha testè eseguita per l’abside della Chiesa parrocchiale di Borrello e che è stata consacrata, con solenne rito, alla ammirazione dei fedeli, il 21 corrente.

Le ccellenti e già note qualità dell’Autore dell’opera – il quale, oltre a paesaggi, ritratti e nature morte, ha al suo attivo tutta una serie di grandi tele e di affreschi, sparsi qua e là, specialmente in talune Chiese di Catania e di Messina e dei rispettivi territori – anche nella grande composizione per la Chiesa di Borrello confermano, una volta di più, le caratteristiche essenziali dell’arte del Barone; vigoria di disegno nelle masse e nelle figure, pluralità di atteggiamenti nei personaggi, senso dell’atmosfera, profondità e vigorìa del paesaggio, sapienza cromatica, fusione perfetta tra l’elemento profano e il sentimento religioso, che nel gruppo delle donne preganti dinanzi alla immaginetta della Madonna della Guardia ha una realizzazione addirittura mirabile.

Siamo pertanto lieti di offrire ai nostri lettori la riproduzione della composizione, che aumenta degnamente il già cospicuo attivo di Giuseppe Barone nel campo della pittura sacra.

5

I liberatori e il Regime democristiano

E’ probabile che per Barone il 1943 (l’anno dell’entrata degli anglo-americani e della fine della guerra in Sicilia) rappresentò un modo nuovo di concepire il suo operato artistico.

Certamente continuò ad affrescare volte e pareti di chiese secondo l’ispirazione monumentalista di sempre; ma, a latere, come vedremo, non mancarono espressioni private: paesaggi e scene intime, dove si stendono certe velature di tristezza, simili a quelle della metafisica di Giorgio Morandi.

Come punto di svolta potrebbe essere assunto un disegno di quell’anno, Cavallo morto, dove la raffigurazione della povera carcassa diventa sconsolata denuncia del male e della violenza.

Questo aspetto sofferto della sua pittura diventa addirittura il titolo (Barone o della malinconia) di un articolo apparso su “La Sicilia” del 17 aprile 1956, scritto da Giuseppe Ragusa, uno dei critici più acuti che si sono occupati di lui.

Il “Circolo della Stampa” ha ospitato la retrospettiva di Giuseppe Barone. La modestia dell’artista aveva fatto sì che la sua opera restasse ignota al grosso pubblico fino a ieri. E il pubblico è accorso, si può dire, più con curiosità che con interesse, ad osservare i quadri.

Ma la curiosità si è trasformata in ammirazione prima, in commozione poi. Perché l’arte di Barone è solida ed emotiva: di pittore di razza. Già la sicurezza della sua mano si nota nei disegni: l’anatomia delle figure si trasfigura plasticamente in non so che di sofferto, mentre la rotondità delle linee, che apparentemente dovrebbe darci un senso di serenità, nel riflesso del chiaroscuro conserva qualcosa di triste e di allucinato.

Come nel “Sorriso della donna grassa”, che pare un ghigno di dolore, mentre dovrebbe essere una smorfia di sazietà, Gemito sembra avere prestato il suo pastello a Barone.

La stessa malinconia troviamo nelle pitture. “L’ombra che annulla la luce: come in quegli artisti del seicento sospesi tra dannazione e misticismo, tra santità e peccato. Nella loro tavolozza il quattrocento si stempera nella corposità rinascimentale, mentre l’abbondanza del barocco è mitigata dai ricami d’ombra. La tristezza che domina sulla voluttà e sulla gioia di vivere. Ripensamenti di dolori, macerazioni dello spirito, che non possono esprimersi in tonalità chiare e che cercano l’ombra e l’oscurità.

Questo amore del buio è forse ciò che m’impressiona soprattutto nel nostro artista. Forse una meditata ricerca di sé stesso? Certo uno scavare dentro di sé, sempre più in profondità fino a trovare la sorgente del dolore e della propria arte. Barone è un pittore malinconico.

La sua solitudine la troviamo nei suoi quadri. Chi soffre anela una liberazione al proprio dolore. L’uomo comune si confida agli amici. L’artista si esprime a sé stesso nella forma d’arte che egli ha scelto. Dostojewski ha inventato Raskolnicoff per liberarsi dell’ansia di uccidere qualcuno.

Tolstoj, incerto tra la saviezza e la follia, ha scritto la “Sonata a Kreutzer”. Anche Pirandello la sua pazzia di uomo lucido l’affida al personaggio di “Uno, nessuno e centomila”. L’artista che soffre non si confessa agli altri, si confida a sé stesso. Solo che egli in tal modo, volendo tacere e soffrire silenziosamente, parla ancora più chiaramente: si confessa a tutti.

La solitudine, il dolore, l’assorto stupore malinconico di Barone, sono nelle sue figure: “La piccola lavoratrice” è una solitaria; “La Vecchia con la bimba” sono due creature sole. Il futuro, che dovrebbe essere radioso, della bambina è simile a quello della vecchia. Due creature con un solo destino.

Il fato cupo degli isolani, la vecchia maledizione incombente nella tersità del nostro cielo.

Parlavo di liberazione dal tormento interiore attraverso l’estrinsecazione della materia. Transfert, direbbero gli psicanalisti. Ma non so se ogni volta il nostro artista riesca a liberarsi: ne dubito.

Ne è testimonianza il continuo inseguimento di una serenità, trovata solo per un attimo, troppo tardi. Il colore dà la misura del pathos. I gialli di Barone hanno qualche lontana parentela con i gialli di Van Gogh, che per liberarsi dalla ossessione del peccato, sacrificio e dono insieme, offre al suo demone una parte di sé. La affinità spirituale con l’olandese, Barone la sente, la intuisce. Invece dell’orecchio, taglia una fetta della propria anima.

Ma il suo tormento è soprattutto simile all’amara introspezione degli impressionisti. E’ chiaro: come due e due danno quattro. Egli rifugge dagli estremismi del secolo, ma nel suo accorato abbandono si identifica nella tristezza di quegli artisti. Forse non Renoir – il tocco di Renoir è morbido, caldo; certo meno sofferto – .

Ma Degas sì, il Degas della famiglia Belleli. Nella compostezza di queste figure non c’è amalgama, coesione. Si avverte il soffio della dissoluzione. La stessa che, in potenza, notiamo nella “Piccola lavoratrice” di Barone.

Lo stesso disfacimento si avverte nell’afoso, silenzioso deserto meriggio del paesaggio della maturità. Non a caso mi riferisco agli impressionisti. La radice della loro arte come quella del Barone, succhia linfa nell’humus che alimenta alcuni pittori del ‘600, Ribera e Caravaggio.

La fede umanizzata. Il barocco squarcia sé stesso in un’ansia di luce, che non riesce a filtrare attraverso la rete delle passioni dell’uomo. Il “S. Paolo” del Merisi è un uomo. “La Natività” del Barone non ci porta la lieta novella. Un’ombra le fa velo. Gesù sembra nascere alla sofferenza, il suo destino è la tragedia dell’uomo. Ombra e ancora ombra dolorosa negli interni di animali. Quelle bestie stanche alla greppia sembrano conservare la sofferenza di una greve giornata di lavoro. Il rilassamento delle membra non è l’abbandono al languido torpore dell’indifferenza: è un continuare della fatica prossima all’abbruttimento. Il soggetto è vicino ad un Fattori ma il tocco ma la luce ma il dolore sono sempre quelli del Caravaggio: l’800 che si ricollega al ‘600.

Barone è un sensitivo. Come queste piante teme la luce, ma nello stesso tempo la cerca. Le sensitive non odiano la luminosità del sole; la amano invece. Ma disperatamente, perché sanno che il suo abbraccio è mortale. Così quando l’artista sembra avere finalmente trovato la serenità e la pace dello spirito, nei due ritratti di adolescenti, novello Ulisse, tocca la sua meta. Ma la ricompensa è la morte. Il suo iter è ormai concluso. La sua opera esce dal suo dominio ed appartiene a noi.

Dall’ombra è sorta la luce. Egli soltanto è rimasto solo. Barone o della malinconia.

D’altra parte, la stessa evoluzione subì l’arte dell’altro maestro del muralismo a Catania, Carmelo Comes (1905-1988). Come Barone, infatti, quest’ultimo nel corso degli anni Trenta aveva espresso una pittura che era andata “precisandosi in modo più personale, attraverso la pratica contemporanea di due differenti tematiche: da una parte una pittura di decisa impostazione socialisteggiante, anche se legata a stimoli novecentisti, dall’altra un’attenzione sempre più profonda verso il paesaggio”; questo perché “una grande nobiltà caratterizzava (…) i personaggi poveri, (…) fieri ed al tempo stesso dolenti della propria condizione” (Giuseppe Frazzetto, Arte a Catania 1921-1950, Catania, Pellicanolibri, 1984, p.40).

Con identico spirito, in quel 1943 Barone (che pur dipinse una Decorazione ad olio per la Chiesa del quartiere di Picanello a Catania) realizzò un piccolo capolavoro, Cavallo morente (già citato disegno, di cui resta traccia nell’Archivio fotografico di A. Barone).

Vennero, poi, Militello n. 3 (olio su tavola, cm. 30×20); Militello n. 4 (olio su tavola, cm. 34×27); Campagna di Militello (olio su tavola, cm. 24×10).

Nel 1944 l’artista militellese dipinse Ragazza n. 2 (disegno), gli Affreschi nella volta della Chiesa di Maria SS. Bambina a Catania (quartiere di Ognina), le Pale d’altare ad olio, sempre per la Chiesa di Maria SS. Bambina.

Nel 1945 arrivarono i Tre grandi affreschi nella volta della Chiesa di Santa Maria della Stella di Militello (dell’Annunciazione si ha pure il cartone nel Museo Civico di Militello).

Vanno aggiunti a ciò l’Incoronazione della Vergine (bozzetto preparatorio), la Fuga in Egitto (bozzetto preparatorio), Le tre doti di San Nicolò (bozzetto preparatorio), San Nicola (cartone per affresco) e, forse, la Vergine annunciata (cartone per affresco), San Giovanni evangelista (cartone per affresco, destinato alla cupola di Santa Maria della Stella, presente nel mio studio), il Discorso della montagna (che non fu mai realizzato) e l’Apoteosi (bozzetti preparatori dipinti su due facce).

Finita la guerra, nel 1946/1947 Barone realizzò: San Giovanni Bosco consegna la regola a Maria Mazzarello, olio, pala d’altare, per la Chiesa monumentale di San Polo di Palermo.

Tra il 1946 ed il 1947, poi, possono collocarsi l’acquerello monocromo Chiesa di Santa Maria la Vetere, oggi a Militello nel Museo civico. A proposito della nascita di quest’ultima opera c’è una testimonianza di Enzo Maganuco.

Molti anni fa, scrisse il famoso professore di storia dell’arte, un ritratto virile a sanguigna, bene impostato e vivo nella sicura rappresentazione psicologica, in casa Fatuzzo a Vittoria, mi aveva colpito. Conobbi più tardi l’autore, Giuseppe Barone, a Militello, mentre facevo l’esplorazione sistematica di quella zona e grande fu la mia gioia quando quell’artista – che tale era col suo entusiasmo puro ed infantile e con la cordialità fresca degli onesti – vedendo il mio imbarazzo nella impossibilità di fotografare il protiro rinascimentale, lauranesco nei pilastri gagginesco nella lunetta, della chiesa di Santa Maria la Vetere, che la recinzione impediva all’obbiettivo di abbracciare tutto lo stupendo fastigio, mi volle offrire dopo due giorni di lavoro acutamente e gioiosamente vissuto per me, sol perché studiavo la sua terra, un grande acquerello monocromo, disegnato magistralmente, che riproduceva l’opera.

Nel 1947 ci furono San Nicolò (bozzetto preparatorio), Mosè e figure (cartone per affresco), Padre Eterno (cartone per affresco, insieme agli altri a Militello nel Museo “San Nicolò”), Franca (olio su tela, cm. 45×60, Archivio fotografico di A. Barone e in Retrospettiva…).

Nel 1947/48 fu la volta degli affreschi Le tre doti, storia di San Nicolò e l’Apoteosi del Santissimo Salvatore (quest’ultimo dall’enorme lunghezza di dieci metri) per la Chiesa Madre di San Nicolò-SS. Salvatore di Militello.

Nel 1948 compose Angeli, cartone per affresco (Militello, Museo Civico), gli Affreschi nella volta della Chiesa Madre di Belpasso, le tele di Belpasso per Chiesa Madre (Cappella di Santa Lucia). A questi vanno aggiunti i quadri Casetta, olio su tavola, e forse Maria Grazia, Natura morta n. 1, La casa rosa.

Risale al 1949, invece, Santa Lucia (probabilmente pensata per affrescare l’anno successivo l’omonima chiesa di Ognina a Catania), cartone per affresco, oggi a Militello nel Museo Civico.

Nel 1950 arrivarono Due affreschi nel transetto (Catania, quartiere di Ognina, Chiesa di Santa Lucia) ed i quadri Militello n. 5 (olio su tela, cm. 45×36), Mucche (olio su tela, cm. 36×43), Mucca sdraiata (olio su tela, cm. 38×31), Natura morta n. 2 (olio su tela, cm. 30×24), Margherite (olio su cartone, cm. 27×35), Natura morta n. 3 (olio su tavola, cm. 43×35).

Nel 1951 dipinse Trasfigurazione o Gloria in cielo (bozzetto preparatorio, Militello, Museo San Nicolò). Nel 1952, invece, prevalsero i quadri, tra i quali ricordo Il reduce (olio su tavola, cm. 15×20), Ritratto (olio su cartone), Nella (olio su tela, Militello, Museo Civico),

Autoritratto (olio su masonite, cm. 19×35,5, Militello, Museo Civico), Fiori e tavolozza (olio su cartone, cm. 33,5×28), Papaveri (olio su tela, cm. 22×31), Anemoni (olio su tela).

Della produzione del 1953 conosco soltanto Luciana (olio su masonite). Anche di quella del 1954 conosco un solo esemplare, Lettura (ritratto della moglie, mentre legge sdraiata sul letto, olio). Il 1955 è meglio rappresentato, con Autoritratto (disegno), Autoritratto (olio su masonite, cm. 14×17), Paesaggio etneo n. 2 (olio su masonite, cm. 44×39), Paesaggio etneo n. 3 (olio su masonite, cm. 50×40), Paesaggio etneo n. 4 (olio su masonite, cm. 25×23), Paesaggio etneo n. 5 (olio su masonite, cm. 45×39), Chiesa del Borgo (olio su tela, cm. 44×39), Zafferana (olio su masonite, cm. 36×29), Carmela (olio su masonite, cm. 40×61), Ritratto di ragazza con cesto di frutta (olio).

Il 3 gennaio del 1956, firmato con la sola sigla L., purtroppo, sul giornale “La Sicilia” usciva un infausto articolo intitolato La morte del pittore Barone.

La notizia della scomparsa di Giuseppe Barone ci è giunta inaspettata, tanto più che da alcuni giorni circolava la notizia di una sua mostra personale che si doveva inaugurare in settimana.

Esattamente il 31 dicembre pomeriggio, l’ultimo giorno dell’anno, ci aveva invitato a godere delle sue pitture, che aveva raccolto, fra quelle più giovanili, a Militello, sua città natale.

Ed eravamo rimasti estasiati di fronte a questi piccoli capolavori, mostrati con gesti giovanili e freschi e l’entusiasmo vaporoso e candido di un neofita, frammisto a un timore che gli veniva da una coscienza castigata di grande pittore.

Doveva essere, incredibile a credersi! La sua prima mostra personale. Dopo avere dipinto innumerevoli affreschi in moltissime chiese della Sicilia, non aveva avuto né il tempo, né la voglia di tenere mostre personali, anche perché non aveva mai creduto in nessuna espressione, o forma esibizionistica, lui così modesto e sobrio.

Vi aveva consentito soltanto, all’età di 68 anni, dietro le insistenze affettuose di cari amici.

Giungano alla sua affettuosa compagna e ai suoi figli (Maria, Agostino e Lidia), le condoglianze più vive del nostro giornale.

Come tanti altri milioni di eroi senza nome, lo troncava la morte sul traguardo. Presto, finito il rosario dei ricordi, sarebbe tornato il silenzio.

Cominciava, a questo punto, il malinconico rosario dei ricordi, quando un morto non è più sé stesso ed i vivi che parlano dei morti, come scrisse il mio amico poeta Salvo Basso, in fondo in fondo parlano dei vivi. Barone, in particolare, veniva imbalsamato in una melassa di buonismo da sempliciotto.

Barone, scriveva, per esempio, un Anonimo sul quotidiano “La Sicilia”, fu un uomo di piccola statura e di grande cuore. Impressionabile e timido, qualche volta scontroso, aveva un fondo di buon umore e giovialità che lo rendeva tanto caro ai pochi amici che lo circondavano.

Lavorò, dipinse per sé e la famiglia, da lui chiamati i suoi “pezzi”. Schivo, dalle compiacenze della stampa, dal chiasso mondano che accompagna di consueto le “mostre”, il pittore evitò esibizioni, rumori, fortune, non si lasciò sedurre da esperienze di moda, a tentativi e “ricerche” estranee all’animo suo; l’uomo che era tutt’uno col pittore, limitò il suo mondo alla sua intimità. L’Arte del Barone inizia sul cavalletto, dipingendo paesaggi militellesi fatti di colori grigio perla, di olivi e di opunzie, che la pioggia veste di verde malachite e di certi cieli che Iddio ha fatto solo per certi lembi di Sicilia. E ancora ritratti di fanciulli e bambine, nature morte, il tutto velato di soffusa ed innata malinconia; ma ad un certo momento cessa quasi completamente di essere arte da cavalletto, per espandersi in liberi spazi di grandi pareti e conche absidali, in cappelle ed intere grandi volte di chiese, in pale d’altare e grandi pannelli in cui mostra padronanza della massa, senso di equilibrio compositivo e un senso di umiltà devota che traspira da ogni pennellata: tutto raggiunto attraverso un meditato studio dei nostri quattrocentisti che interpreta con modulazioni in tono sommesso, semitonato, sognato.

Su queste basi, sempre su “La Sicilia”, qualcuno che si firmava con lo pseudonimo di Aba annunciava l’intenzione di realizzare una grande retrospettiva in suo onore.

Giuseppe Barone è morto. L’artista buono e valoroso, il pittore dalla tavolozza armoniosa e colorita, l’allievo prediletto di Loiacono non c’è più.

La notizia della sua scomparsa, avvenuta alle ore 14,30 del 03 gennaio scorso, ci ha colti di sorpresa, ma non per questo meno duramente. Sì, il maestro era affetto da alcuni anni d’arteriosclerosi, ma nulla lasciava prevedere una fine così rapida e improvvisa.

La sua dipartita ha profondamente e dolorosamente colpito tutti coloro – ed erano molti – che gli volevano bene. Non vi era niente di affettato o di retorico in lui, ma solo schiettezza, semplicità e cordialità. Era come i suoi paesaggi: solare. Amava profondamente la sua terra e la nativa Militello, che ritraeva con passione e calore, riuscendo a coglierne gli aspetti più segreti e suggestivi.

Nelle figure, nei ritratti sapeva effondere la divina scintilla della vita, realizzando una perfetta armonia di linee e di colori. Le sue opere sono assai numerose e fra esse non possiamo non ricordare le luminose pitture, che costituiscono il vanto di importanti chiese dell’Isola e che hanno dato al loro autore il giusto lustro, ponendolo tra i pittori di “arte sacra” più apprezzati.

La morte lo ha colto in pieno fervore creativo; infatti Giuseppe Barone lascia varie tele incompiute, che, con molta probabilità, avrebbero dovuto far parte di una sua prossima mostra personale, mostra che tuttavia, nella prossima primavera, si farà lo stesso, a cura d’un comitato, che si sta appositamente costituendo.

Ora egli non è più, ma la sua vita continua: nel cuore degli amici, nel ricordo degli innumerevoli estimatori e, soprattutto, nelle opere d’arte compiute.

Tributiamo alla sua memoria il nostro commosso e riverente pensiero.

La Retrospettiva fu organizzata al Circolo della Stampa. Al critico Salvatore Quattrocchi toccò l’onere di un primo bilancio della sua opera.

Qualche tempo prima della scomparsa di Giuseppe Barone, gli amici avevano convinto il pittore a tenere una sua mostra personale a Catania. Avevano molto insistito prima di ottenere una risposta affermativa e di lasciarlo in un certo imbarazzo. Qualcuno si chiedeva: – Ma è proprio possibile che il Barone sia giunto al 69° anno di età, senza mai avere tenuto una sua personale?

Non è da crederlo. Eppure la cosa è vera ed accertata! La mostra attuale, presso il nostro Circolo della Stampa è, sostanzialmente, quella che già aveva indotto il Barone a decidersi. Solo che un improvviso male anginico, non ha permesso all’artista di assistere a questa manifestazione.

Vi assistono invece i figli dello scomparso, i quali, accanto alle opere esposte hanno proprio molto di quel tono sincero, sommesso, sereno e mai spavaldo della tavolozza paterna.

Questo è ciò che di meglio ci ha lasciato il Barone. E i dipinti e i disegni qui esposti son fermi a dimostrare l’indole genuina del pittore di Militello: il paese natio che Egli cantò come se si trattasse del volto di una madre.

Eccolo là questo suo atmosferico paese, interpretato con accostamenti tonali alla Pellizza da Volpedo; eccolo là visto in vari modi; visto quasi in trasparenza con le brocche assolate e poste sul davanzale; visto con delicatezza poetica fra verdi umidi e grigi soavi.

Spesso il pittore riesce ad essere crepuscolare, con toni accorati e pennellate sicure come in “S. Giovanni Li Cuti”, ma la sua vera natura è orientata verso la chiarità di luci, che non traboccano, che non stridono, che non colpiscono mai con violenza il nostro sguardo.

I toni scuri e profondi, assai più vicini ed affini a certa buona pittura dell’800 italiano, egli li predilige in alcuni pezzi che vanno sino al 1937. Ci riferiamo alla “Mucca nera”, opera forte, serrata, costruita con padronanza di alto livello e con un bel movimento che ha sapore di eleganza.

In “Piccola suonatrice” (dipinto del 1915) la testa riesce ad essere veramente delicata per quelle appropriate macchie d’ombra che si riallacciono all’ordine pittorico di un Gandolfo; assai interessante è quel fresco fazzolettone celeste portato con dignità vezzosa dalla “Vecchia zia” del 1913, epoca in cui l’artista si compiace di trovare il pretesto per dipingere pittorici scialli di raso come nel caso di “Ragazze in chiesa”, dove la figura di destra ricorda con nobili accostamenti, quel mondo sociale e romantico di Natale Attanasio.

I disegni sono specie quelli del 1909, tutti atti di nobile fede e dimostrazioni tangibili di capacità non comune sotto la guida dei magnifici maestri, Loiacono e Basile, che il Barone ebbe in quel serio periodo di studi palermitani.

Ma la cosa migliore, quella cioè che concilia in maniera anche evidente il suo ‘800 con il ‘900 degli altri, è “Carmela”, l’ultimo lavoro dell’Artista scomparso, dell’amico buono e cortese, che, prima di lasciare questa vita terrena, ha voluto stendere la mano, con nobilissimo gesto non privo di significato, anche a coloro che pur sommessamente lo consideravano un pittore del secolo scorso.

Nell’occasione uscirono diversi articoli sul quotidiano “La Sicilia”. Sabato, 31 marzo 1956, così, compariva un Ricordo di Giuseppe Barone:

Un giorno se si farà uno studio sulle pitture chiesastiche della Sicilia orientale, spesso s’incontrerà il nome di Giuseppe barone come autore di molte, vaste decorazioni murali, di grandi tele , o di piccole preziose tavole.

Nato a Militello Val Catania nel 1887 da poveri artigiani, dopo un‘infanzia di stenti, l’ingegno del futuro artista riesce ad imporsi all’attenzione di intenditori, e a sedici anni con l’aiuto di una borsa di studio del proprio comune lo vediamo allievo del Lojacono all’Accademia di Palermo.

Attento, diligente alunno ma non pago della limitata conoscenza scolastica, il suo cuore lo porta verso i Michetti, i Mancini, i Macchiaioli toscani.

Siamo ai primi di questo novecento e le grandi mostre di Venezia non passano senza frutto davanti agli occhi del pittore ventenne. Studia e assimila il luminismo divisionistico del Morbelli, del Novellini prima maniera, si ostina in problemi di luce che poco dopo abbandona per una più sicura visione formale, realizzando il ritratto della “Madre” e il “Ritratto della signora Zuccalà”, opere sufficienti a rappresentare un mestiere oramai sicuro e un’analisi psicologica del soggetto degno dei migliori ritrattisti ottocenteschi.

La composta armonia dei monti militellesi gli ispira paesaggi di impalpabili orizzonti, aurore perlacee, verdi smaltati come il grano di marzo. Chiuso nel suo modo sognante, lontano dal chiasso e dalle novità delle grandi città, l’artista sente nell’aria il sentimento del tempo, quel sentimento umanitarista, che diede tanto nobile contributo agli ideali di solidarietà di quel principio di secolo.

Ed ecco apparire sulle piccole tele del Barone le mamme coi bimbi al seno, nella penombra di case povere, nonnette stanche con irrequieti bambini in braccio, giovanette preganti, dalla fronte severa e dalle seriche vesti splendenti nella luce domenicale, vecchie vicino al focolare con volti segnati dalla miseria e dal dolore.

Queste opere sentite, emotive, liriche non furono purtroppo di larga produzione, poiché una profonda vena religiosa insieme a necessità di carattere pratico, condussero il pittore ad affrontare, nella sua maturità, ardui problemi di composizione, lungo grandi pareti di chiese, dando una brusca svolta alle proprie tendenze e alla propria carriera.

Dopo i primi accurati ma incerti saggi di pittura murale nella Cappella del Seminario di Siracusa (1928), l’artista quasi cinquantenne si cimenta nella grande decorazione della Chiesa Madre di Carlentini (1934–35), dove in composizioni di grande respiro dà prova di una già consumata esperienza, sebbene ancora un po’ troppo legato alla tradizione dei grandi pittori veneti, specialmente del Tiepolo.

Poco dopo (1935-36) è la volta della chiesa di Misterbianco, dove il senso plastico delle figurazioni è sostenuto da una colorazione forse un po’ troppo squillante.

Nicolosi, la ridente cittadina sulle rampe dell’Etna, conserva nella sua cattedrale decorazioni murali e quadri del Barone, di diverso periodo e di diversa espressione artistica. Mentre gli affreschi e i due quadri sull’eruzione del vulcano risentono di fretta e di facilità, altri due quadri di grandi dimensioni, il “Gesù nell’orto” e la “Deposizione” sono opere degne di stare a confronto con quelle di antichi maestri.

La linea è fusa, il colore quasi spento, ma da queste due tele magistrali balza un senso di poesia e di fede rare volte raggiunte dal nostro pittore in un’atmosfera drammatica quasi allucinante.

Quante sono le opere prodotte dal Barone in questi ultimi ventanni. Dal convento dei Cappuccini di Messina, alle chiese di Lentini, Carlentini, Catania Ognina, Caltagirone, Belpasso, Siracusa, Mineo, con infaticabile slancio e con dedizione sostenuta dalla fede, con francescana umiltà e fatica di gigante il nostro artista ha prodigato su centinaia di tele e su migliaia di metri quadrati di muro la propria vena affettuosa, fiabesca, delicatamente romantica, e il talento e la passione dell’arte.

Nelle ore cosiddette di riposo, insegnava e dipingeva paesaggi, nature morte, fiori, dolci immagini di vita familiare, bambini dagli occhi meravigliati, piccole Madonne dai colori smaltati.

Ma il capolavoro di Giuseppe Barone resta il grande soffitto della chiesa di S.Nicolò in Militello (1950 –51).

Si doleva un tempo, il Maestro, che, pur essendo noto in tutta la Sicilia era quasi sconosciuto al proprio paese, ma la sorte gli fu benigna, dandogli l’occasione di poter sfoggiare la sua lunga esperienza e di dar sfogo ai sentimenti di affetto e di gratitudine verso la propria terra.

Questo magnifico affresco, che ripete motivi altrove trattati – Madonna in gloria con angeli, santi e popolo osannante – è di pura, nuova forma stilistica, tradizione a parte, ed esprime nel movimento, nella luce, nella dolcezza dei colori, disegno vecchio e nuovissimo, il massimo limite toccato dalla personalità di Giuseppe Barone, pittore religioso.

Barone fu un uomo di piccola statura e di grande cuore. Impressionabile e timido, qualche volta scontroso, aveva un fondo di buon umore e di giovialità che lo rendeva tanto caro ai pochi amici che lo circondavano.

Tutto dedicato al lavoro e alla famiglia sembrava, appena conosciuto, un temperamento borghese, indirizzato al mestiere della pittura. Invece i sogni e gli orizzonti dell’artista erano molto più vasti della sua piccola cerchia di vita quotidiana e se non cercò di evadere dalla propria semplice ventura provinciale, non fu per mancanza di fantasia o per grettezza d’animo. L’opera e la vita dei grandi solitari come Toulouse, Lautrec, Van Gogh, Gauguin, Cezanne, lo facevano sognare, spingendolo con il pensiero alle beate plaghe di Mont Martre, tra i palmizi di Tahiti, davanti ai girasoli della Provenza o lungo le rive dell’Arc, il fiume caro alle figurazioni cezanniane.

Ma una saggezza antica come la terra che lo aveva visto nascere, lo tenne sempre legato alla solida castità delle mura di case, ai diritti esempi dei nostri maestri, che per creare capolavori non ebbero bisogno di brucianti esperienze sentimentali, o di esaltazioni dovute all’alcool. I suoi modelli preferiti erano la moglie e i figlioli, tutto il suo mondo sentimentale, i suoi più amati “pezzi da studio”.

Considerava tutti gli artisti morti o vivi con la umana comprensione di un fratello o la meravigliata umiltà dello scolaro. Nel 1934 un’indisposizione che riteneva grave lo tenne per parecchi mesi immalinconito e depresso. Io che lo conoscevo da qualche tempo ebbi il piacere di stargli vicino e di aiutarlo nella decorazione della cattedrale di Carlentini.

Come è triste ricordare che l’amico e maestro da quei lontani anni in cui si apprese la disciplina e la serietà dell’arte, e insieme una morale e tranquilla visione della vita, oggi non è più.

La sua opera vastissima saprà da sola tener testa a critiche d’oggi e di domani, imponendosi in partenza all’ammirazione delle masse per noi, che lo amammo e seguimmo la sua spinosa strada dell’arte, resta soprattutto il suo esempio di gran lavoratore e di amico affettuoso.

Dotato di semplice umile cuore, ma di spirito indipendente, schivo di onori e di inutile pompature pubblicitarie, sempre contento del molto lavoro o della magra mercede, simile in questo ai grandi artisti del Rinascimento, Giuseppe Barone passa oggi dalla scialba vita non sempre serena, nel tempo che dura e in una luce che non perisce.

Una settimana dopo, sabato 5 aprile 1956, ci fu un altro articolo a firma V. L. Titolo: Mostra retrospettiva di Giuseppe Barone.

Sono trascorsi tre mesi dalla morte del pittore Giuseppe Barone. Unanime e affettuoso, sempre venato da amaro rimpianto, il giudizio sull’uomo e sull’artista da parte di coloro che lo conobbero e lo frequentarono e da parte di quei pittori che egli vide formarsi e farsi avanti. A tutti, oltre l’esempio di un impegno mai allentato con l’arte, porgeva sincere parole d’incoraggiamento, dettate da una modestia più unica che rara.

Durante la sua laboriosa vita (era nato a Militello in Val di Catania nel 1887), pur partecipando a numerose mostre collettive, non aveva voluto mai presentarsi al pubblico con una “personale”: non intendeva attirare l’attenzione sulla sua opera con una mostra tutta per sé, ma trovarsi sempre spalla a spalla con i suoi colleghi.

A costoro (alcuni figurano nel comitato organizzatore, ma di certo in rappresentanza di tutti gli altri artisti) e ad Alfredo Entità si deve l’opera di persuasione, per cui negli ultimi mesi dello scorso anno Giuseppe Barone sembrava disposto a cedere, finalmente.

Si sottrasse, scomparendo per sempre, alle manifestazioni, che si annunciavano calorose, di una “personale” che non aveva mai sollecitato, ma non poteva eludere quanto ormai egli era dovuto: e così l’iniziativa, dopo una momentanea pausa per l’improvvisa perdita, continuò sino alla realizzazione. Ormai, lo sguardo sulla sua opera non può essere che retrospettivo: l’artista non volgerà più il pennello verso la sua tavolozza.

Giuseppe Barone, come è noto, lascia innumerevoli tele ed affreschi, soprattutto nelle chiese della Sicilia orientale: un’opera vasta, che va attentamente vagliata, certo non in questa sede, per controllare sino a qual punto sia da accettare l’opinione di chi vede il meglio della sua attività nei pezzi da cavalletto, dai quali, tranne due bozzetti ed un buon numero di disegni, risulta composta la mostra allestita nei locali del Circolo della Stampa.

Gli olii su tela o su tavola, circa 50, sono quasi tutti di piccole proporzioni – lo spazio più riferibile alle doti poetiche di questo artista troppo spesso costretto alle grandi superfici – e coprono oltre un operoso quarantennio, dal 1912 al 1955.

Il periodo degli studi e del soggiorno in Palermo, ambientate e strettamente legato ai modi ottocenteschi, lo trova impegnato per un saldo possesso dei mezzi tecnici, al di là dei limiti dell’accademia, come si può vedere anche dai disegni, alcuni dei quali esemplari per sicurezza di tratto.

Il pezzo d’eccezione di questa attività, avanti il definitivo ritorno a Catania, è “Mia madre”, pezzo che potrebbe essere accostato alla mirabile galleria dei ritratti del secolo scorso. In esso è già quello che sarà il migliore Barone, con il suo tocco opportuno e attento, capace di mettere su una pittura senza impennate o passi falsi.

Infatti, la sua ispirazione è sì talvolta fioca o intristita, ma mai sviata dietro artifici o dichiarate ricerche formali, perché superflui, anzi addirittura estranei, alla sua chiara impostazione che eslude persino il più cauto virtuosismo. Risulta evidente che l’uomo e l’artista hanno necessità di una stessa misura, anche di respiro, di comunicabilità.

M. M. Lazzaro ha scritto, centrando:”il mondo pittorico di Giuseppe Barone ha la più regolare delle superfici”. Regolare e nel tono e nel valore di ogni colore, nell’aspirazione ad una pittura mai affrettata o pretenziosa.

Il periodo più felice può essere fissato tra il 1943 e il 1950. La sequenza si apre con i suggestivi paesaggi della sua Militello (per noi la tavoletta catalogata con il n. 22 è il vertice dell’opera di Giuseppe Barone), osservati con occhio puro o devoto, realizzati in ogni casa, in ogni zolla con una calda e succosa pennellata senza pentimenti; e si chiude con alcuni pezzi, “Mucca sdraiata” in particolare, che ci fanno intravedere nell’artista notevoli possibilità di dipingere con insolito rigore formale.

Però nel 1950 il Barone era ormai troppo inoltrato per poterci aspettare da lui delle svolte che avrebbero presupposto diverso percorso: anzi seguirà negli ultimi anni un periodo ineguale, ma tuttavia fruttuoso per una nobile serie di ritratti e di paesaggi, che si chiude definitivamente con “Carmela”, una tela che l’artista aveva in mente di ricollocare sul cavalletto per lavorarci ancora.

6

L’imbalsamazione

Due anni dopo si compiva l’imbalsamazione di Barone. Ormai, infatti, era diventato un’utile passerella per i politici.

Su “La Sicilia” nel 1958 si leggeva:

Scelba oggi a Caltagirone e a Paternò – Stamane, a Caltagirone l’ex presidente del Consiglio porrà la prima pietra del nuovo palazzo delle Poste e delle Telecomunicazioni, che sorgerà nel viale Mario Milazzo. Alla cerimonia, che avrà luogo alle ore 12, parteciperanno le massime autorità della Provincia e numerosi deputati nazionali e regionali.

Nel pomeriggio di oggi, alle ore 16, l’onorevole Scelba presenzierà alla cerimonia per lo scoprimento, nel giardino comunale di Militello, del busto bronzeo del pittore Giuseppe Barone, pregevole opera dello scultore catanese Gaetano La Licata. Ricorderà la figura dello scomparso il prof. Giuseppe Sambataro. Come si ricorderà, l’iniziativa delle onoranze al pittore Barone fu, a suo tempo, presa dal dottor Antonio Basso Alonzo, iniziativa che incontrò il favore dell’amministrazione comunale di Militello e particolarmente del sindaco, avv. Vincenzo Baldanza.

Dopo la cerimonia, Scelba terrà un comizio; alle ore 20 parlerà a Paterno.

Il giorno seguente il quotidiano ritornava sull’argomento nella pagina della Cronacadella provincia.

Inaugurato a Militello il busto bronzeo del pittore scomparso Giuseppe Barone – Hanno preso parte alla cerimonia l’on. Scelba, Deputati nazionali e regionali, il Sindaco e moltissime altre Autorità – il prof. Sambataro ha illustrato brillantemente la figura dell’estinto.

Militello, 21 – Domenica, alle ore 16, alla presenza dell’ex Presidente del Consiglio on. Mario Scelba, ha avuto luogo a Militello lo scoprimento del busto di bronzo del compianto pittore militellano Giuseppe Barone, scomparso circa due anni or sono. Alla bella manifestazione alla quale ha partecipato l’intera cittadinanza, oltre all’on. Scelba, prendevano parte i deputati Di Bernardo, Cavallaio, Turnaturi, i deputati regionali Majorana e Russo, il prefetto dott. Rizzo, il dott. Enrico Fagone (critico d’arte, figlio del poeta militellese Giosuè Sparito, nota mia), il col. Fazio, comandante dei carabinieri, il col. Di Gaetano della Guardia di Finanza, il comm. Lombardo della Prefettura, il dott. Andrea Cavadi, l’amministraz. comunale al completo con a capo il sindaco avv. Vincenzo Baldanza, l’ass. alla P.I. avv. Mario Niceforo, il vice sindaco cav. Matteo Oliva, l’avv. Burtone, segr.della locale Democrazia Cristiana, i parroci mons. Jatrini, Gulizia, Sinopoli, Barbugia, padre Agostino dei francescani e moltissime altre personalità.

Da Catania erano espressamente venuti i familiari dello scomparso, signora Marcella, i figli prof. Agostino, Lidia e Maria e molti artisti e cultori di arte, amici e amministratori dello scomparso, tra cui il prof. Alfredo Entità.

L’oratore, prof.Giuseppe Sambataro, ha brillantemente illustrato la figura dell’uomo e l’opera, tessendo le varie tappe della sua pittura e mettendo in rilievo l’arte religiosa del Barone e in particolare le chiese di Militello stessa, dove l’artista ha lasciato un po’ il merito di questo lato della sua attività.

Alle ore 18, in occasione del ricevimento offerto alle autorità nella bella biblioteca comunale, la sig.ra Barone ha fatto dono al comune di un pregevole autoritratto dell’artista. Il sindaco avv. Baldanza ha gradito, commosso, il pregevole omaggio ed ha vivamente ringraziato i familiari presenti. L’opera è stata da tutti ammirata e particolarmente dall’on. Mario Scelba che l’ha lungamente osservata.

Il sindaco avv. Baldanza ha auspicato la realizzazione di una mostra retrospettiva del Barone che faccia conoscere alla cittadinanza tutta l’opera del suo singolare artista. Per l’occasione ha anche fatto conoscere che ben presto si penserà ad onorare altro degno e grande artista militellano: il pittore Sebastiano Guzzone.

Ma, forse, le parole gli arrivarono più gradite nel paradiso degli artisti dove si trova (almeno, fino a questo mio scritto) gli vennero non da un oratore, ma da un collega pittore, Sebastiano Milluzzo, trent’anni dopo la morte, sul giornale “Espresso Sera”. Fu lui il primo ad accennare ad un interesse di Barone per l’avanguardia futurista, a proposito di una scomoda poltrona.

La mia conoscenza con il maestro Giuseppe Barone avvenne alla fine degli anni ’30, tramite un comune amico: il pittore Pippo Giuffrida.

Ricordo che quel giorno la temperatura era calda e sciroccosa, oltre che intollerabile, ma non per questo mi privai del piacere di questa conoscenza. La casa in cui abitava era centralissima, in via Ughetti nelle vicinanze della villa Bellini, situata in un posto in cui ancora la speculazione edilizia non aveva messo l’occhio. Era una casa a misura d’uomo, ricca di fascino claustrale e di poesia.

Ricordo anche la poltrona in legno compensato su cui sedevo, coloratissima e scomoda, se paragonata alle comodissime di oggi, ma estremamente personalizzata, design del tempo che aveva voluto realizzare una scultura post – futurista.

L’incontro con il maestro Barone fu affettuoso, aperto e senza orpelli. Apprezzai molto le tele attaccate alle pareti per la loro spontanea comunicativa e semplicità d’impasti cromatici. Esse rispecchiavano fedelmente l’indole dell’artista e la classicità culturale della sua educazione accademica. Egli, infatti, era stato allievo dell’Accademia di Palermo ed ebbe modo di conoscere principalmente i pittori Lojacono e Camarda che andavano per la maggiore in quel tempo, specialmente a Palermo.

Giuseppe Barone, catanese per adozione, era nato a Militello Val di Catania il 2 febbraio del 1887 e la sua vita fu dedicata tutta all’arte. Dalle primissime opere giovanili dipinte ad olio, in cui è visibile la maestria attitudinale, a quelle che vanno fino agli anni ’50, in cui si nota una certa irrequietezza verso valori di rinnovamento artistico, è tutto un susseguirsi d’impegno professionale.

Egli in vita non fu mai un ambizioso, da uomo semplice preferiva lavorare in silenzio ed in silenzio volle andarsene da questa rumorosa società.

L’unica mostra personale che si ricorda fu quella tenuta nei locali del circolo della stampa di Catania in via Etnea 83. quella fu una mostra che metteva a fuoco un po’ tutta la produzione dell’artista, dalle primissime opere, soffuse di reale poesia, alle ultimissime degli anni ’50, rinnovate nel linguaggio formale e nel colore.

A questo punto ci piace ricordare un tratto della presentazione del professore Giuseppe De Logu, storico di fama internazionale: “Le qualità espresse con il suo linguaggio pittorico sorvegliato e fine, in questa mostra ci parlano di lui, del sogno che è stato capace di custodire e di far durare tutta una vita, alimentandolo soltanto dell’amore dell’arte e della sua terra, onde i più sensibili paesaggi del bosco etneo, i suoi fiori, i suoi ritratti di fanciulli e bambine, tutto un piccolo, casto mondo ove pare che la misura venga dal dantesco fren dell’arte.

Ma l’attività artistica di Barone non si limitava soltanto alla pittura di cavalletto e di ciò sono testimonianza le pitture murali e gli affreschi, che egli eseguì con perizia di mestiere in molte chiese della Sicilia. A tal proposito citiamo un articolo critico e circostanziato del prof. Alfredo Entità, “Ricordo di Giuseppe Barone”, nel quale mette a fuoco con chiarezza l’attività dell’artista.

Negli anni ’30 Giuseppe Barone è considerato l’artista più degno di affrescare e dipingere molte chiese. Nel 1932 lo troviamo a lavorare nella chiesa madre di Nicolosi. Testimonianze miracolose legate al cardinale Giuseppe Dusmet in occasione dello scampato pericolo della lava.

Molto interessanti per la loro struttura compositiva sono gli affreschi della cupola, come pure quelli della volta della chiesa madre di Carlentini. Altre pitture degne di menzione le troviamo a Misterbianco, Messina, Catania nella chiesa di S.Filippo Neri in via Teatro greco.

Nel 1945 viene chiamato a Militello, suo luogo nativo, per affrescare la chiesa di S.Maria della Stella, per passare dopo a dipingere nella chiesa maggiore di S. Nicolò opera pregevole di architettura settecentesca. Sia nella prima come nella seconda chiesa, l’artista s’impegna in un lavoro attento e diligente, lasciando il segno indelebile delle sue qualità nel campo della pittura murale.

Qualche anno dopo lo troviamo a dipingere nella volta della chiesa madre di Belpasso e anche qui conferma qualità compositive e pittoriche di cui aveva dato prova nelle chiese di Militello Val di Catania.

Ma non sono soltanto queste le opere di arte sacra che Giuseppe Barone ha lasciato ai posteri, volerle annoverare tutte sarebbe un discorso lungo. Se oggi ricordiamo, a trent’anni dalla sua morte, l’artista Giuseppe Barone lo facciamo soprattutto per farlo conoscere a quei giovani che purtroppo hanno poca conoscenza della storia della nostra Sicilia e che sembrano siano come quei presbiti che vedono bene da lontano e male da vicino.

Bibliografia su Giuseppe Barone

1. O.C., La mostra permanente al Circolo Artistico,”Il pittore Giuseppe Barone”,?;

2. Anonimo, Due opere del pittore Barone nella Chiesa madre di Nicolosi,Catania, 20 agosto 1931;

3. Anonimo, Dalla Sicilia due belle tele del pittore Giuseppe Barone, “Il Mattino”, 27 agosto 1931;

4. Anonimo, Artisti Catanesi “ Una tela sacra del Barone a Borrello”, “Il Giornale d’Italia”, s. d.;

5. Anonimo, I restauri nella Chiesa catanese di San Biagio, s. d.;

6. Anonimo, Affreschi nella nostra chiesa,”L’Oratorio”, Catania,1937;

7. Anonimo, s.t., “Il Popolo di Sicilia”, 4 ottobre 1941;

8. Aba, Ricordo di Giuseppe Barone, s.d.;

9. Salvator Quattrocchi, La mostra retrospettiva di Giuseppe Barone al circolo della stampa, s. d.;

10. V. L., Mostra retrospettiva di Giuseppe Barone,”La Sicilia”, Catania, 5 aprile 1956;

11. Sebastiano Milluzzo, Giuseppe Barone a Catania, s. d.;

12. Dino Caruso, Insegnamento d’arte nei quadri di Barone, “La Sicilia”, Catania, s. d.;

13. Giuseppe Ragusa, Barone o della malinconia, “La Sicilia”, Catania, 17 aprile 1956;

14. Sebastiano Milluzzo, Irrequietezza e maestria, “Espresso Sera”, s. d.;

15. Anonimo, Inaugurato a Militello il busto bronzeo del pittore scomparso Giuseppe Barone,”La Sicilia” Catania, 1958;

16. Archimede Cirinnà, Ricordo di Giuseppe Barone, 31 marzo 1956;

17. Anonimo, La morte del pittore Barone;

18. Anonimo, in “L’Ora”, 9/9/21;

19. Anonimo, in “Giornale di Sicilia”,1916;

20. Anonimo, Scelba oggi a Caltagirone, a Militello e a Paternò;

21. A. E. (Alfredo Entità), Ciao;

22. Giuseppe Scirè, Cenni storici sulle chiese di Militello distrutte dal terremoto dell’11 gennaio 11693, Caltanissetta, Riccioni, 1928;

23. Salvatore Paolo Garufi, Dalla Nativitò di Andrea Della Robbia ai contadini di Santo Marino, Caltagirone, Il Minotauro Editore, 2005.


[1] Salvatore Silvano Nigro, Presentazione, in Biblioteca di Giovanni Verga, catalogo, Catania, 1985, p. XIX.

[2]

 “(…)

  1. Quadro grande rappresentante la morte del Petrarca;
  2. acquerello a 2 figure con cornice dorata e cristallo;
  3. acquerello ad una figura seduta rappresentante il Petrarca, con cornice dorata e cristallo;
  4. abbozzo, acquerello tirato per tavola rappresentante un vecchio fratellone x L:150;
  5. acquerello d’un Cinciaio (sic!) seduto sotto cristallo semplice;
  6. una testa a pastello su cartone senza cornice;
  7. quadro ad olio, testa di donna con cornice dorata;
  8. figura di una monaca all’impiedi che legge;
  9. quadretto in tela ad olio, figurette di donne di costume fiorentino non terminato;
  10. quadretto in tela rappresentante giardino, scena moderna;
  11. tre tele dipinte ad olio non terminate;
  12. piccolo quadretto di paese su tavola con cornice porporina;
  13. un abbozzo di testa d’un frate su tela con cornice dorata;
  14. un abbozzo d’una figura di vecchio seduto con una statuina in mano con cornice dorata;
  15. un quadretto su tavola rappresentante una donna seduta in cucina di albergo;
  16. n. 4 bozzetti su tela rappresentanti: uno abbate, ispirazione di Bellini, processione della scesa del Crocefisso,, ed un coro di monaci;
  17. n. 44 tavolette, studii;
  18. bozzetto in tela, interno di chiesa con figure;
  19. bozzetto, figura del ‘500 su d’una terrazza con cornice porporina;
  20. n. 32 bozzetti su tela senza telaio;
  21. n. 4 copie, la Fornarina di Firenze, S. Apollonia di Carlo Dolce, Raffaello, una figura della Trasfigurazione e n. 7 tra quadri diversi di poco valore;
  22. quadro rappresentante Giobbe senza telaio;
  23. quadro senza cornice rappresentante la Sibilla del Domenichino ad olio;
  24. bozzetto del Petrarca in piccolo;
  25. n. 2 tele, copie rappresentanti La casta Susanna ed il Cristo trasfigurato da Raffaello;
  26. mezza figura su tavola bozzata;
  27. Crocifisso, scultura del 300 in legno.”?

[3] Boutard, Dictionnaire des baux-arts, 1826 ; in Fortunato Bellonzi, Il divisionismo nella pittura italiana, Milano, Fratelli Fabbri, 1967, p. 10.

[4] Mario Ursino, Scheda su “Marina d’Ischia” di Giacinto Gigante, in Galleria Nazionale d’Arte Moderna / Le collezioni / Il XIX secolo, catalogo, Milano, Electa, 2006, p. 156.

[5] Franco Grasso, Leto, monografia supplemento al n. 5 (anno II) di “Kalòs”, Palermo, ottobre 1990, p. 18.

[6] Don Mario Ventura, Sebastiano Guzzone / pittore dell’ultimo ottocento, Catania, Compagnia Industriale Tipografica Editrice Meridionale, 1960, p. 31.

[7] In Gino Raya, Ottocento inedito, Roma, Ciranna, 1960, p. 69, dove il Rapisardi in una lettera all’amico Enrico Onufrio scrive: “Il vostro articolo mi è giunto molto gradito, tanto più che voi, indovinando un mio desiderio, avete corretto lo strano apprezzamento di Uriel sulla natura della mia poesia.

[8] Uriel, Esposizione degli acquarellisti, in “Capitan Fracassa” di Roma del 16 marzo 1883; riportato in don Mario Ventura, Sebastiano Guzzone…, cit., p. 98.

[9] In “Capitan Fracassa” di Roma del 9 febbraio 1881; riportato in Franco Grasso, Leto, cit., p. 19.

[10] Nel Museo civico “Sebastiano Guzzone” di Militello sono presenti due ritratti fotografici di donna Gaetanina Baldanza, moglie del Guzzone, eseguiti da Nadar evidentemente durante una visita della coppia a Parigi.

[11]

“(…)

  1. Calzette dispari di color diverso l’una dall’altra
  2. 6 maniche di seta a varii colori
  3. Un camice bianco per fratellone
  4. 2 vesti da donna di raso, una bianca ed una verde
  5. Una giubbotta del secolo passato di broccato
  6. Una tenda di tela celeste
  7. 2 mantellini di costume spagnolo
  8. Un abito di monaca non completo
  9. 6 pezze di stoffa attaccate ai credenzoni
  10. 2 comò uno con lastra di marmo
  11. Una consolida con lastra di marmo
  12. 2 divani
  13. 8 sedie imbottite a seta
  14. 2 poltroncine
  15. Una colonnetta con lastra di marmo
  16. 2 credenzieri
  17. Un letto con pagliericcio
  18. Un credenzino con 7 cassuoli
  19. 5 pezze di tela parte bianca altri blù
  20. Un davanzale d’altare con ricamo di margheritini
  21. Una cotta da chierico
  22. Un pezzo di stoffa bianca (marcellina)
  23. Un paio calzoni a maglie per modello
  24. 2 giusta cuori uno rosso e l’altro bianco
  25. 6 camicie semplici dorate una lavorata
  26. 2 tavole una più grande ovale e l’altra che si piega
  27. Una stufa di ferro
  28. Attacca panni
  29. 8 cavalletti per studio di pittura
  30. 8 cassettini per uso di pittura

200 pennelli per pittura involtati in carta

311 tavolette semplici

12 volumi Letteratura italiana di Tira Boschi (sic!)

  • volumi Annali d’Italia di Muratori

7        “      Il gesuita moderno di Gioberti

2        “      Storia di monsignor Paolo Giovio

47      “      Nel regno dei morti di Carlo 5°

9        “      Biblioteca popolare di Davila

1        “      La donna cattolica

  • volumi compresi in tre libri dizionario mitologico di Declaustre

1         “     Sansovini Cenni di Venezia

4 volumi Sagra (sic!) Biblia (sic!)

1    “        Comemorazione di Cesare

1     “       Paschal (sic!) opera francese

2     “       Vico Scienza nuova

1     “       Dante Divina commedia

1     “       Giambollare Storia d’Europa

1     “       Il parrocchiano istruito

1     “       Storia di Milano di Covio Ber.mo

1     “       Grammatica inglese

1     “       Guida di Venezia

2     “       Dizionario inglese italano

1     “       Principio di composizione italiana

3     “       Storia fiorentina di Segni Bernardo

1     “       Insegnamenti di architettura di Brizzi

1     “       Atlante di geografia universale

1     “       Catalogo del museo di Gloni (sic!)

1     “       Illustrazione sacra

1     “       Architettura civile di Vignola

1     “      Fascicoli di Michele Bruto

1     “      Bibbia sacra antica figurata (1705)

Volumi dispari costumi antichi e mod.

1     “      Storia non completa

1     “      Meraviglie del corpo umano Descuret

1     “      L’uomo di corte Baldassarre Graziano 1698

1     “      Compedio di storia patria Ercole Ricotti

Letture interessanti di papa Clemente 4/1776

  1.      Trattato della pittura di Leonardo da Vinci

1     “     Sossia (sic!) Persa (sic!) libro spagniuolo 1621

1     “     Storia universale sacra e profana di Giacomo Aldione

1     “     Cento lavori scalchi (sic!) in versi

1     “     Cognizione della mitologia 1695

1 volume Poesie toscane di V. da Pelicaia

1    “        raccolta di lettere del Cardinale Bendivoglio (sic!)

1    “       Satire di Giulio Giovinale

1    “       Trattato del governo della famiglia

1    “       Nuova guida dei contorni di Firenze

1    “       Scielta di lettere famigliari di F. Redi

1    “          detto       “          “              Annibale Aleari

1    “       Catalogo di Collezione di Notturno

3    “       Biblioteca mista ed economica

1    “       Francesco Petrarca notizie storiche

2    “       La Ventura di Telemaco

11  “       Illustrazione inglese

1    “       Tragedie e poesie di Ugo Foscolo

1    “       Confessione di uno disilluso

1    “       Trattato di igiene di barbiere

1    “       Seconda parte degli opuscoli morali di Plutarco

11  “      Spartiti cioè Muller, Clemente, Capoleti (sic!), La favorita, Barbiere di Siviglia, Anna Bolena, Mosè, Norma, La sonnabula, Lucia, ed I puritani

  •       Cassettini riempiti di pastelli

1    “        Capricci di Battaglia

14  “        Album

58  “        Fotografie per modello.”?

[12] Giulio Carlo Argan, L’arte moderna, Firenze, Sansoni, 1970, p. 195.

[13] Giulio Ferroni, Storia della letteratura italiana, vol. III, Dall’Ottocento al Novecento, Milano, Einaudi scuola, 1991, pp. 273/274.

[14] Pietro Carrera, Frammenti sulla storia di Militello, manoscritto, Biblioteca

comunale “Angelo Majorana” di Militello in Val di Catania.

[15] Notizie sulla diatriba campanilistica in Nello Musumeci, La guerra dei Santi a Militello, Catania, Società Storica Militellese, 1979.

[16] Foglio 380 N. 270 dell’Archivio parrocchiale della Chiesa Madre San Nicolò – SS. Salvatore; in don Mario Ventura, Sebastiano Guzzone…, cit., p. 16.

[17] Atto di nascita di Sebastiano Guzzone n. 219 14 settembre 1856, Municipio di Militello, anno 1856.

[18] Don Mario Ventura, Sebastiano Guzzone, cit., p. 18.

[19] Verbale di deliberazione della Giunta Comunale, Museo Civico.

[20] In Carte e corrispondenza di don Rosario Guzzone, Museo Civico.

[21] In Carte e corrispondenza di don Rosario Guzzone, Museo Civico.

[22] Citato in nota da don Mario Ventura, Sebastiano Guzzone, cit. p. 18.

[23] In Carte e corrispondenza di casa Guzzone, Museo Civico.

[24] Lettera al fratello Salvatore – Assisi il 1° Aprile 1882, Museo Civico.

[25] Lettera di Gaetano Modica, in Carte e corrispondenza di don Rosario Guzzone, Museo Civico.

[26] In Carte e corrispondenza di don Rosario Guzzone, Museo Civico.

[27] Cfr. Carte e corrispondenza di don Rosario Guzzone, Museo Civico.

[28] Carte e corrispondenza di casa di Guzzone, Museo Civico.

[29] Foglio d’iscrizione legale n. 283, in Carte e corrispondenza di don Rosario Guzzone, Museo Civico.

[30] Francesco Renda, Storia della Sicilia dalle origini ai giorni nostri, Palermo, Sellerio, 2003, p. 783.

[31] In Atti del Parlamento, II, p. 468; cit. in nota in Francesco Renda,, Risorgimento e classi popolari in  Sicilia

1820-1821, Milano, Feltrinalli, 1968, p.123.

[32] Giuseppe Pagnano,  voce “Majorana  Calatabiano  Salvatore”,  in  Militello  dalla  A  alla  Z,  a cura di Nello Musumeci, Biblioteca della Provincia Regionale di Catania, 2003, p. 181.

[33] Giorgio Candeloro, Storia dell’Italia moderna, volume sesto, Lo sviluppo del capitalismo e del movimento operaio 1871-1896, Milano, Feltrinelli, prima edizione 1970,  prima edizione nell’”Universale economica” 1978, p. 80.

[34] Don Mario Ventura, Sebastiano Guzzone, cit., p. 18.

[35] Lettera datata Roma 26 Maggio 1882, Museo Civico.

[36] Appunto, Museo Civico.

[37] Deliberazione del Consiglio Civico di Militello V. N. / nella seduta del 2 luglio 1860 / Regno costituzionaled’Italia / Re Vittorio Emanuele II / Governo del Generale Garibaldi / Dittatore di Sicilia, in Archivio storico del Comune di Militello in Val di Catania.

[38] Il grosso delle ricerche di questo e del seguente capitolo sono state condotte e pubblicate in occasione di due nostre precedenti monografie, La Madonna nella figurazione artistica a Militello (1985) e Itinerari pittorici in Santa Maria della Stella (1986). Esse sono poi rifluite nelle voci di mia competenza dell’opera Militello dalla A alla Z, a cura di Nello Musumeci; e nella piccola storia dell’arte a Militello dal titolo Dalla Natività di Andrea Della Robbia ai contadini di Santo Marino.

[39] Lettera di Sebastiano Guzzone al fratello – Roma il 6 gennajo 1881,Museo Civico.

[40] In nota a Don Mario Ventura, Sebastiano Guzzone, cit., p. 17.

[41] Giuseppe Pagnano, Immagini devote di Militello nei secoli XVIII e XIX, Militello, Edizioni del Museo S. Nicolò, 1986, p. 8.

[42] A. Bertarelli, Le stampe popolari italiane, Milano, Rizzoli, 1976, p. 3.

[43] Luigi Lombardo – Giuseppe Cultrera, Le stampe devote del popolo siciliano, Chiaramonte Gulfi, Utopia Edizioni, 1 ediz. 1986, p. 10.

[44] Di Nicolò Culosi è esposto nel Museo Civico un Sant’Alfonso M.A Liguori; di Emanuele Fagone un San Paolo.

[45] Don Mario Ventura, Sebastiano Guzzone, cit., p. 20.

[46] Diploma, in Museo Civico.

[47] Diploma esposto nel Museo Civico.

[48] Atto di morte N. 198 di Guzzone Giuseppe fu Sebastiano e di Giuseppa Placenti. Municipio di Militello Anno 1872, in nota a don Mario Ventura, Sebastiano Guzzone, cit., p. 18.

[49] Lettera di Sebastiano Guzzone a Filippo Casabene, in Carmelo Dionisio, Il pittore, il tamburello e sua maestà,

in “La Sicilia” di Catania, 10/2/1987.

[50] Lettera di Sebastiano Guzzone allo zio don Rosario – Roma, gennaio 1871, in nota a don Mario Ventura, Sebastiano Guzzone, cit., p. 20.

[51] Diploma, Museo Civico.

[52] Basilio Magni, Storia dell’arte italiana dalle origini al secolo XX, 3^ edizione, vol. IV, Roma, P. Maglione e C. Strini – socc. Di Loescher, 1924, pp. 388/389.

[53] Angela Ottino Della Chiesa, L’arte moderna, Milano, Touring club italiano, 1968, p. 9.

[54] Corrado Maltese, Storia dell’arte in Italia (1785-1943).

[55] Antonio Del Guercio, La pittura dell’Ottocento, Torino, UTET, 1982, p. 45.

[56] Giulio Natali e Eugenio Vitelli, Storia dell’arte, vol. III, L’arte barocca; l’arte neoclassica e la romantica, Torino, S.T.E.N., 1909, p. 205.

[57] Basilio Magni, Storia dell’arte italiana…, cit., p. 399.

[58] Basilio Magni, ibidem, p. 414.

[59] Ma, il centro vero di quel movimento fu Milano, dove operò anche lo stesso Hayez e dove si affermò l’arte di GiovanniCarnovali detto il Piccio (1804 – 1873).Altri luoghi importanti furono il Veneto, per la presenza di Domenico Bressolin (1813 – 1899), ed il Piemonte per Massimod’Azeglio (1798 – 1866) e FrancescoGonin (1808 – 1889), quest’ultimo celebre per aver illustrato un’edizione dei Promessi sposi. In Toscana, poi, si distinsero EnricoPollastrini (1817 – 1876) ed Antonio Ciseri (1821 – 1891), mentre in Campania dipinsero i già citati GiacintoGigante ed AntonioPitloo (1791 – 1837). Questi due ultimi esempi dimostrano che il romanticismo rappresentò pure un’epoca di grandi paesaggisti, il che dovrebbe portarci a non riservare la nostra ammirata meraviglia soltanto agli inglesi JosephMallordWilliamTurner(1775 – 1851) e John Costable(1776 – 1837), per non citare la troppo lunga schiera dei francesi.

[60] Salvatore Di Mauro, Un acquerello di Sebastiano Guzzone, in “Militello notizie”, anno VI, n. 22, aprile 1991,

p. 12.

[61] Museo Civico.

[62] Collezione Garufi.

[63] Cfr. Scheda, in Archivio del Museo “San Nicolò” di Militello.

[64] Cfr. Scheda, in Archivio del Meseo “San Nicolò”.

[65] Museo Civico.

[66] Museo Civico.

[67] Lettera allo zio don Rosario datata 17 giugno 1877, in don Mario Ventura, Sebastiano Guzzone, cit., pp. 22/27.

[68] Lettera allo zio don Rosario datata 22 gennaio 1878, in don Mario Ventura, Sebastiano Guzzone, cit., p. 27.

[69] Lettera di don Rosario Guzzone alla signora Casabene datata marzo 1878, in don Mario Ventura, Sebastiano Guzzone, cit., p. 27.

[70] Lettera di Giuseppe Cuttone a don Rosario (forse 1878), in don Mario Ventura, Sebastiano Guzzone, cit., p. 32.

[71] Guglielmo De Sanctis, Italia artistica illustrata, Venezia, 1887.

[72] Voce Fortuny y Marsal, in L’universale, arte, cit., vol. I, pp. $14/415.

[73] Angela Ottino Della Chiesa, L’arte moderna, cit., p. 67.

[74] Voce Maccari Cesare, in L’universale, arte, cit., vol I, p. 696.

[75] Opera presente nel Museo Civico.

[76] Lettera di Sebastiano Guzzone allo zio – Roma il 14 agosto 82, Museo Civico.

[77] Don Mario Ventura, Sebastiano Guzzone, cit., p. 31.

[78] Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, inv. 2225.

[79] Galleria Nazionale d’Arte moderna di Roma, inv. 2.

[80] Galleria Nazionale d’Arte moderna di Roma, reg. pr. 667.

[81] Matteo Lanfranconi, Scheda alla fuga di papa Eugenio IV di Pio Ioris, in Galleria Nazionale d’arte moderna – Le collezioni, cit., p. 239.

[82] Angela Ottino Della Chiesa, L’arte moderna, cit., p. 67.

[83] Avviso di spedizione datato Roma 10 – 3 – 1894 di Pio Ioris a Salvatore Guzzone, Museo Civico.

[84] Elena Di Majo, Scheda si L’apparizione della Vergine ai Santi di Luigi Serra, in Galleria nazionale d’arte moderna – Le collezioni, p. 239.

[85] Museo Civico.

[86] Lettera da Assisi del 3 Dicembre 81, Museo Civico.

[87] Lettera a Sebastiano Guzzone, Assisi 11 – 2 – 1882, Museo Civico.

[88] Don Mario Ventura, Sebastiano Guzzone, cit, p. 45 (in nota).

[89] Ugo Pesci, I primi anni di Roma capitale, in don Mario Ventura, Sebastiano Guzzone, cit., p. 30.

[90] Voce Costa Giovanni, detto Nino, in L’universale – Arte, vol I, cit., p. 281.

[91] Carmelo Dionisio, Il pittore, il tamburello e sua maestà, in “La Sicilia” 10/2/1987.

[92] Lettera di Sebastiano Guzzone allo zio – Roma il 1 Giugno 1881, in Carteggio e corrispondenza di Sebastiano Guzzone, Museo Civico.

[93] Lettera di un gallerista francese a Sebastiano Guzzone – Paris le 3 mai/81, in Carteggio e corrispondenza di Sebastiano Guzzone, Museo Civico.

[94] Lettera di Sebastiano Guzzone allo zio – Roma 27 Aprile 1880, Museo Civico.

[95] Cfr. In una carrellata dei personaggi prestigiosi dell’Ottocento militellese, in bell’evidenza, è quasi obbligatorio porre il naturalista Giuseppe Tineo (Militello, 1756-Palermo 1812). Era figlio di un dottore in legge, Vincenzo, e i suoi zii furono preti piuttosto reputati per la loro dottrina. L’ambiente familiare, quindi, fin da giovanissimo lo invogliò allo studio. Ben presto si trasferì a Palermo, dove, grazie all’opera illuminata del vicerè marchese Caracciolo e del suo successore, principe di Caramanico, cominciarono a nascere molte istituzioni di pubblica utilità (il primo Camposanto, l’osservatorio, le scuole normali, l’orto botanico). Il nostro Tineo, per la fertilità del suo ingegno, meritò di essere uno dei protagonisti, poiché, oltre ad essere cattedratico all’università, fu il primo direttore dell’Orto Botanico. Incombenza, quest’ultima, davvero difficile, se si pensa che, prima che gli venisse affidata, venne mandato a spese pubbliche nelle scuole di Pavia, dove entrò in contatto coi maggiori professori del tempo.

[96] Cfr. Angelo De Gubernatis (a cura di), Dizionario degli artisti italiani viventi, Firenze, Le Monnier, s.d. (1887, pp. 40/43.

[97] Salvatore Pio Basso, voce Teatro comunale, in Militello dalla A alla Z, cit., pp. 270/271.

[98]  Angelo De Gubernatis (a cura di), Dizionario degli artisti italiani viventi, cit., p. 39.

[99] Cfr. AA. VV., 1891/92 L’Esposizione Nazionale di Palermo, supplemento a “Kalòs” di Palermo, marzo-aprile 1999;  AA. VV., L’economia dei Florio, Palermo, Sellerio, 1991; Giuseppe Giarrizzo, I Florio senza miti, “La Sicilia” di Catania, 7/3/1991.

[100] Lettera di sebastiano Guzzone al comitato per il carnevale, in don Mario Ventura, Sebastiano Guzzone, cit.,

p. 34.

[101] Don Mario Ventura, Sebastiano Guzzone, cit., p. 34.

[102] Gibus, in “Fanfulla della domenica”, n. 43, del 14/2/1885.

[103] Noi, in “Fanfulla della domenica”, cit.

[104] Lettera di Sebastiano Guzzone del 27 febbraio 1885, in don Mario Ventura, Sebastiano Guzzone, cit., p. 35.

[105] Lettera di Sebastiano Guzzone a don Rosario, in don Mario Ventura, Sebastiano Guzzone, cit., p. 38.

[106] Letera di D. Sanguinetti a Sebastiano Guzzone datata Livorno 12/2/1881, Museo Civico.

[107] Lettera di Gaetano Modica a Sebastiano Guzzone – Scordia, 29/12/1879, Museo Civico.

[108] Retro di una lettera di Sebastiano Guzzone allo zio del 27 aprile 1880, Museo Civico.

[109] Lettera di Sebastiano Guzzone allo zio – Roma il 18 luglio 1880, Museo Civico.

[110] Lettera di Sebastiano Guzzone allo zio – Roma 30 Luglio 82, Museo Civico.

[111] Lettera di Sebastiano Guzzone allo zio – Roma il 3 agosto 1881 / 28, via S. Giacomo, Museo Civico.

[112]Lettera di Sebastiano Guzzone allo zio –  gennaio 1881, Museo Civico.

[113] Lettera di don Alfonso Reina, Museo Civico.

[114] E. Bonneau (direttore della “Corrispondenza artistica di Parigi”), Lettera a Guzzone del maggio 1885, in don Mario Ventura, Sebastiano Guzzone, cit., p. 41.

[115] Atto di dote del6/5/1888, Museo civico.

[116] Franco Grasso, Ottocento e Novecento in Sicilia, in Storia dell’arte in Sicilia, Palermo, Edizioni del Sole, p. 182.

[117] Anonimo (Alfredo Entità?), Retro di una cartolina commemorativa per il Ritratto del pittore Sebastiano Guzzone, opera in bronzo dello scultore Carmelo Mendola, posta nei Giardini Pubblici, da dove è stata rubata nel corso degli anni Novanta, Museo Civico.

[118] Salvatore Di Mauro, Un acquerello di Sebastiano Guzzone, cit., pp. 12/13.

[119] Enzo Maganuco, La collezione Zappalà al castello Ursino, “Rivista del Comune di Catania”, anno II, n. 4, ottobre-dicembre 1954.

[120] Lettera di Ernesto Basile a Salvatore Guzzone – da Palermo, 13 giugno 1892, Museo Civico.

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