Salvatore Paolo Garufi, “Una canzone per donna Aldonza”, storia di un femminicidio medievale

Salvatore Paolo Garufi, “Una canzone per donna Aldonza”, storia di un femminicidio medievale

Salvatore Paolo Garufi

UNA CANZONE PER DONNA ALDONZA

(Tragedia)                                                                          

PERSONAGGI

ANTONIO PIERO BARRESI

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ALDONZA SANTAPAU

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PIETRO CARUSO

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COLA BARRESI

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LUIGI BARRESI

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ALONZO BIVONA

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FRANCESCA CARUSO

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SARA

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MARGHERITA

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DIEGO

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PAGGIO

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NICOLO’ MUSCA

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BERNARDO RIMASUGLIA

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GUITTO – PERSONAGGIO IN NERO

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DAMA

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CORTIGIANO

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OSPITI E MUSICI (che non parlano)

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PROLOGO

Personaggi: Voci fuori campo di popolane e popolano. Guitto, cortigiano, dama.

Un cortile signorile. Musica d’apertura. Poi. rumori di vita sullo sfondo e al buio si anima una scena di popolare.

VOCE DI CITRUZZA: Gnura Rosa, gnura Rosa!

VOCE DI ROSA: Chi c’è, za Citruzza?

VOCE DI CITRUZZA: U sapiti chi jornu è?

VOCE DI ROSA: E’ Natali, ringraziannu u Signuri.

VOCE DI CITRUZZA: Ffacciativi e taliati. Ci sunu facci forasteri unna iè ghiè.

VOCE DI ROSA: Matri Maria Signuri! E quantu sunu?

VOCE DI CITRUZZA: Spuntarru comu i scavuzzi quannu chiova…

Luci sul palcoscenico. Entra in scena il guitto.

GUITTO: Anno domini milli e seicientonovantanovi… Mancono se jorna e vinna lu milli e setticientu… Qui si furono arricampati tutti li pizzi e li mustazza e li pinnàcchi sopra li cappieddi di la intera terra di Sicilia!… Lu conti Cabrera… Dio ce lo sarbi nilla gloria!… vòla adottari e stasira macari vattiàri uno infanti bambino picciriddo, chi nascìvu in chista stissa matinata… Vattìa lu picciriddo e accussì… facienno un viaggiu e dui surbizza… vattìa e adotta macari lu sèculu ca ora vena!… Divintàu cumpari di lu tempu, lu nostru conti di Cabrera!…

VOCE DI UN POPOLANO: Ma chi ni cunti, scemu? A casa vattìnni!… Su a cosa cangiàu, cangiàu sulu po figghiu di Pippina a custurera… Eppa u culu di nàsciri auòggi e si piazzàu… Ma nuiautri?… Pi nuiaautri chi càngia?… Ca mancu settannòra a terra parsa na tarantulata… e si sdurrubbarru i casi supra i nostri testi!

GUITTO: E nun fari u cuccu, figghiu di la malanova!… Setti anni fa, l’unnici di jinnaro di lo milli e seicientunuvantatrè, Giesù Cristu Sacramintato… chi sempri sia lodato!… ci dette una scutuliata… di chidda punitiva!… Pi causa e mutivo di li troppi piccata… como dìcia lu poeta…

                       All’unnici jinnaru, tempu un jornu,

             Pa affisa fatta a Dio, Signuri eternu,

             Ci fu pi tutta a genti tunnu tunnu

             Morti, giudiziu, paradisu e nfernu!

                       L’unnici di jinnaru, a vintunura,

             Di corpu senza sonu s’abballava!

             Cu sutta i petri, cu sutta li mura,

             Misericordia è zzoccu si chiamava!

                       L’unnici di jinnaru, a vintunura,

             Nun abbastarru Santi mparadisu

             Pi riparari, ngrazia de favura,

             A còllira di Diu, Signuri affisu!

Entrano in scena una dama e un cortigiano. Il guitto li guarda e si fa da parte.

DAMA: Il conte sta per venire. Dimentichiate ogni truce proposito.

CORTIGIANO (sarcastico): Noto che sulla vostra bellezza l’arte del dimenticare è diventata un ornamento d’obbligo.

DAMA: Come la cattiveria sulla vostra intelligenza… (con voce tremante) davanti a chi compie soltanto il proprio dovere!

CORTIGIANO: Già! Il dovere di sposare il rampollo dei Cabrera, gettando alle ortiche le promesse fatte a me, povero amante di scarsi titoli!

DAMA: Avete nobili sentimenti!… Potete, quindi, capire il punto di vista degli altri!

CORTIGIANO: Allora, ditemi il vostro punto di vista.

DAMA: Una figlia deve obbedire al padre.

CORTIGIANO: Sacrificando la felicità di chi vi ama?

Il guitto si fa avanti, volgendosi al pubblico.

GUITTO:

                     U sapiti, amici, u voi pirchì si curca?

           Pirchì nun si po ssittari!

                      E pirchì u cacciaturi cerca a caccia?

           Pirchì a caccia nun no cerca!

                       E chi fa a fimmina, su trasa na crèsia?

           Prèa e si talìa i pedi!

CORTIGIANO (indicando il guitto): Attenta, perciò, quando sarete in chiesa per sposare il giovane Cabrera… Guardandovi i piedi, potete trovare il mio cuore calpestato!

DAMA: E pure la vostra buona reputazione… Vi credevo un gentiluomo.

CORTIGIANO: Sono soltanto un infelice.

GUITTO (avvicinandosi):

                      Chi fa u viddanu, su ghiè cchiù armali do sceccu?

            Frisca pi fallu vìviri!

                      U sceccu misu o suli chi po fari?

            Po fari sulu ùmmira!

                       Pirchì u sceccu va ragghiannu a maggiu?

            Pirchì nun morsa prima!

CORTIGIANO: Io non mi rassegno.

DAMA: Voi avete l’obbligo della fedeltà verso i Cabrera!

CORTIGIANO: E voi?… Voi vi sentite già una Cabrera?

DAMA: E se così fosse?

GUITTO (mettendosi fra i due, a lui):

                       Su u cani batti a cuda o sa patruni…

             E’ ca nun avi cappieddu!…

(a lei)              Pi diri acìtu forti chi sa diri?

             “Acìtu!”, a vuci e testa!…

(a lui)              Pirchì u cani po pisciari na crèsia?

              E’ scarsu u saristanu!

CORTAGIANO (stizzito): E stàttene un po’ zitto!

GUITTO (con buona dizione): Voi innamorati ci fate cantare quando non dovremmo… e poi ci dite di star zitti, quando sarebbe meglio cantare.

CORTIGIANO: Come hai imparato in fretta a parlare da cristiano!… Poco fa pareva che le parole ti uscissero di bocca ognuna pei fatti suoi… Eri più simpatico prima.

GUITTO: Il mio mestiere è dir le cose nella maniera più gradita al pubblico.

CORTIGIANO: Anche il mio, se è per questo… Il conte Cabrera, però, è un pubblico che pesa.

GUITTO (allontana la dama dal cortigiano, guardandolo significativamente): Non siate sciocco, perciò!… (riprendendo l’aria di guitto) La sapiti la mirabili e dulurusa vicenna di lu baruni di Militieddu, Antoniu Pieru Barresi, e di la mogghiera sua, donna Aldonza Santapau, marchisa di Licodìa?

CORTIGIANO (lo guarda interdetto): Tu devi essere proprio matto, amico mio.

GUITTO (tornando serio): Tutto cominciò perché c’era uno che vi assomigliava, nel cinquecento…

CORTIGIANO: Ed ammazzava un guitto che assomigliava a te.

GUITTO: Se fece questo, mal gliene incolse!… (gli fa un gesto d’intesa) Ma… vi so più in gamba di quel tipo… Scommetto che non perderete una parola… Ho già messo tutto per iscritto. Trovatevi un posto e lasciate fare a me.

CORTIGIANO: Ho un’altra idea… (gli lancia una borsa di denaro) Prènditela e vattene con Dio.

GUITTO (intasca il denaro): Io  la prendo, ci mancherebbe… Sarebbe sciocco star lì a far gli schizzinosi, quando non c’è di che pagarsi la cena… Però, mio caro giovane: quando pagate, non buttate il denaro con disprezzo… Qualcosa del genere avviene pure nella storia che raccontiamo…

CORTIGIANO: Eh, no!… Ti chiedo scusa per il gesto… Ma ho pagato per non sentirla, questa tua dannata storia!

GUITTO (con tono complice, alla dama): Ed io la racconto a voi… (si avvicina a lei) Vi piace il teatro, non è vero?

DAMA (sorridendo): Moltissmo.

GUITTO (dopo un baciamano): Allora, signori vivi, per un po’ tornatevene nell’ombra e fate parlare i morti… Lasciatemi la scena.

Accompagna fuori i due. La dama  prende per mano il riluttante cortigiano.

GUITTO (al pubblico, indicando gli attori che entrano in scena): Mentre si sistemano, vi intrattego per qualche minuto ancora… (scendendo in mezzo al pubblico, rivolgendosi a singoli spettatori)

–                      U cchiù capaci di vìnniri cu iè?

             Cu avi robba di vìnniri!

–                      Quannu si pulizzia a manu, u viddanu?

             Quannu zappa: ci sputa!

–                      U sai unna sa fa sempri u lupu?

              Unna ci sunu i favi!

–                      U sapiti qual è a testa ca scula?

             U sacciu: a testa e l’acqua!

–                      U sapiti qual è a testa ca feta?

             U sacciu: a testa e l’agghiu!

–                      U sapiti quali testa s’ammacca?

             Certu, chidda do chiovu!

–                      A sai a cosa cchiù asciutta di stu munnu?

             A sacchetta do jucaturi!

–                        A sai a cosa cchiù dura di stu munnu?

             U cori di l’usuraru!

–                        A sai a cosa cchiù cauda di stu munu?

             A testa do tignusu!

Torna sul palcoscenico

GUITTO (solennemente): Ora, la più bella:

                         Pirchì u minchiuni rida e nun s’addanna?

…(forte) E’ fogghia di paradisu!

Ride. Fa riverenza. Esce.

ATTO I

Scena I

Personaggi: Pietro Caruso, Alonzo.

Notte. E’ una calda estate del Cinquecento. Entra in scena Pietro Caruso, si guarda intorno e poi va a sedersi sul bordo della fontana.

PIETRO (rivolto all’esterno): Entrate pure, maestro Bivona.

Entra Alonzo Bivona.

PIETRO: E’ uno spettacolo davvero molto… molto privato, quello che vi chiedo, destinato a non essere mai rappresentato davanti a un pubblico… Capisco che per un artista è un sacrificio gravoso e perciò vi ringrazio.

ALONZO (inchinandosi): Vi debbo troppo, don Pietro, per non ritenermi già pago di avervi fatta cosa gradita. Con infinito piacere canterò soltanto per voi e dico che non potevo sperare in migliore pubblico.

Si appresta a cantare.

ALONZO: E poi i versi sono vostri ed a voi spetta l’ultima parola sul loro destino.

PIETRO (vivacemente, impazientemente): Non dite più nulla, cantate!

ALONZO  (accenna di sì con la testa. Poi, cantando):

                           I

     Ci vosa n’àngilu di Licudìa

Pi tìngiri a culura u ma paìsi.

Su ghiè luntana l’aria si limìia

E mancu na mezzùra para ’mmisi!

E di st’amuri u sapi sulu u vientu

Ca fa cascari i fogghi ngiallunuti.

Poi iddi cùrrunu a diri u ma turmientu

Nfacci a funtana, nfacci i statui muti.

                           Rit.

     Amuri, amuri, amuri, amuri, amuri!

Amuri senza vuci,

Amuri senza amuri,

Amuri ca nun mora,

Amuri misu ‘ncruci!

     Amuri, amuri, amuri, amuri, amuri!

Fu truòppu tradimientu

Mittìrimi in pinzeri

Di cu mi fìcia beni

A fìmmina e mugghièri!

                        II

     Nun c’è cunsigghiu e mancu c’è timenza

A fàrimi cangiari fantasia.

C’è u ma distinu puòrcu di scemenza,

Unna a spirtizza mora e si stravia!

C’è stu gran vièntu forti ca cumanna

E trasa dintra i casi e spogghia i rami,

Comu l’amuri mìa ca nun dumanna

E nenti duna e mmùccia i sa richiami!

                      Rit.

     Amuri, amuri, amuri, amuri, amuri!

Fu truòppu tradimientu

Mittirimi in pinzeri

Di cu mi fìcia beni

A fimmina e mugghieri.

     Amuri, amuri, amuri, amuri, amuri!

Amuri senza vuci,

Amuri senza amuri,

Amuri ca nun mora,

Amuri misu ncruci!

Scena II

Personaggi: Pietro, Diego (Alonzo esce quasi subito).

DIEGO (entrando, a voce alta, quasi rimproverandolo): Vossabbenedìca, don Pietro!… (abbassando il tono, con affetto) Io non sento mai nulla. Però, detta così…  stàtiv’accùra! Che nel castello non ci sono solo le orecchie mie.

Pietro fa cenno ad Alonzo di andar via e questi esce, dopo avergli fatto un deferente inchino.

PIETRO (seccamente): Felice notte a te, Diego!… (con tono burbero) Di’, piuttosto, se gli ordini sono stati eseguiti.

DIEGO: Uno per uno… Tutto come vuole il barone.

PIETRO: La guarnigione?

DIEGO: Ci ho già pensato. Se andate nelle scuderie,  ci trovate Omar e Abdul che bardano i cavalli.

PIETRO: Ed oltre a loro, quanti uomini partono?

DIEGO: Quattro… tanti ne domanda il barone. E mi pare che bastano e, detta così… macari ssupècchiunu! Quelli sono due pupi neri, che, loro soli, valgono meglio di otto uomini!

PIETRO: Perciò li ha scelti… Bene, anche questa incombenza è stata svolta.

DIEGO: Così pare.

PIETRO: Ma, non dormirci sopra. Controlla tutto finché il barone non sarà partito.

DIEGO (fissandolo significativamente): Io controllo, come è giusto. Mi spetta e lo faccio. Lasciatemi parlare solo un minuto, però, un minuto e basta!… (sbuffa) Voi avete, detta così… cchiù spirtìzza di mìa! E sapete cose che io manco m’immagino… Ma. il problema è che certe volte… quando c’è l’età e quando si sa il latino che basta per sfasciarsi la testa, si diventa presuntuosi. E con la presunzione spuntano le parole belle,  quelle che s’imparano, detta così… stannu ncùtta cu cumanna!… Il vostro dovere, invece, è di non alzare mai gli occhi sopra l’altezza giusta!

PIETRO (alterato, ma sforzandosi di parlare con calma): Io ti rispetto, Diego…

DIEGO: Ed io ho troppi obblighi con voi, per non guardarvi come si guarda un figlio.

PIETRO (vivacemente): Alla mia età, però, vorrei badare da solo a me stesso!

DIEGO (prontamente e senza timore): E avete ragione! Ma, ora la stessa cosa ditela al cuore vostro di poeta!

Pietro gli volta le spalle con stizza. Diego, senza muoversi, lo guarda con apprensione.

PIETRO (sordamente): Non darmi mai più le tue lezioni di saggezza, Diego!… Avrei infilzato chiunque altro al tuo posto!

Appoggia la mano sulla spada e si avvia ad uscire.

DIEGO (calmo e perentorio): Io so solo che, poco fa, ascoltavo una canzone.

PIETRO (fermandosi, senza voltarsi): E con ciò?

DIEGO: Non mi è piaciuta… Sono analfabeta; però, se viene facile a me capire chi era la signora in questione… non debbo dire altro!

PIETRO (voltandosi a guardarlo): Don Alonzo non mi tradirebbe mai. Oggi è il maestro delle feste nel castello di Militello; ma quando lo conobbi era un povero girovago, che faticava a mettere insieme il pranzo con la cena… come tu eri uomo di coltello facile, sbandato e cercato dalle guardie… prima che vi portassi qui, al castello.

DIEGO: Ed io ogni giorno ringrazio la Madonna e San Nicola per ciò che avete fatto. Ma, piglio buono per me solo! Per gli altri, so che la gratitudine degli uomini spesso è più capricciosa delle femminelle!… Debbo dire, però, che, ora come ora, il mio pensiero non è Alonzo.

PIETRO: Non c’è altri che sa, oltre te e lui.

DIEGO: Speriamo. Ma, non voglio che, cantando cantando, poi vengono, detta così… l’aciddazzi nìuri! Certe volte, ‘ste bestie non hanno gli artigli; ma hanno una malizia che è peggio della spada!

PIETRO: E chi oserebbe tanto? La mia onestà è ben nota a tutti… al barone, soprattutto.

DIEGO: Anche ai suoi fratelli, per disgrazia! Quelli, di fronte all’onestà, non ci stanno un minuto a gettare fango su di voi e la cognata!

PIETRO: E perché mai dovrebbero?

DIEGO: Perché non dovrebbero, se ci esce una borsa di denaro in più? Siete voi che amministrate il feudo.

PIETRO: Così ha voluto il barone.

DIEGO: Il barone, ma loro no!

PIETRO: E che cosa mi rimproverano?

DIEGO: Domani, per esempio, vengono e vi dicono che la loro rendita è troppo poca, che non ci stanno più nelle spese… Voi che fate? Vi mettete contro il barone, o vi mettete contro di loro?

PIETRO: Io non conto nulla. La cifra è stata decisa da don Antonio Piero ed ho soltanto il compito di ubbidire.

DIEGO (spazientito): Quando per ubbidire uno mette a rischio la testa, le precauzioni non bastano mai… Vi voglio bene e ve lo do come consiglio: quando cantate, fatelo lontano dal castello… molto lontano dalla baronessa, specialmente.

PIETRO (con rabbia, arriva a mettere mano alla spada): Ora hai detto troppo!

Diego china il capo, senza accennare a difendersi. Pietro si ferma. Poi, gli volta le spalle con stizza e si avvia ad uscire.

PIETRO (sulla soglia, fermandosi senza voltarsi): Guarda se i mori e la guarnigione sono pronti, mentre io vado a dar gli altri ordini.

DIEGO (inchinandosi): Come volete voi, vossabbenedìca!

Diego esce e subito dopo lo segue Pietro.

Scena III

Personaggi: Aldonza, Sara.

Aldonza entra in scena con Sara.

ALDONZA (si guarda intorno, tocca la pietra del bordo della fontana): Scotta ancora, dopo tutto il gran sole d’oggi!

SARA: Non si respira, addirittura!

ALDONZA: Non c’è un alito di vento.

SARA: Guardate le foglie come stanno ferme.

ALDONZA: Sembrano morti crocifissi nell’aria.

SARA (sorridendo): Apposto! Già siamo in una bocca d’inferno che si mangia il cervello e, addirittura… vi ci mettete pure voi, con tutta la bella allegria di sempre!

ALDONZA: E che motivo ho di non essere disperata? Stanotte mio marito parte di nuovo per le sue guerre.

SARA: Questo è il destino e non possiamo farci nulla. C’è chi sta peggio, però! In fondo, voi siete la figlia del marchese di Licodìa e la moglie del barone di Militello.

ALDONZA: Figlia non lo sono più, ormai… e, per essere moglie, tocca chiedere licenza al re e alle sue guerre!

SARA: Per come parlate, signora, non vi riconosco, addirittura!

ALDONZA: Quando il proprio marito parte, capita che si parli così…

SARA: Ma, voi non siete una donnetta e non dovete parlar così!

ALDONZA: E’ una colpa dire chiaramente ciò che si pensa?

SARA: E’ peggio, è una debolezza… ed in questo castello, addirittura… una catastrofe!

ALDONZA (con tono quasi affettuoso, che contrasta con la durezza delle parole): Spiegati meglio e non usare parabole!

SARA (come per prendere un discorso alla larga): Sono cresciuta insieme a voi e posso dirvi cose che nessun altro potrebbe dirvi…

ALDONZA (interrompendola): E’ vero, perciò dimmi le tue preoccupazioni, senza giri di parole.

SARA (esita un po’): Va bene!… Usatelo con prudenza, il nome di vostro marito!

ALDONZA: Prudenza con chi mi ama?

SARA: Ci sono pure i maligni, non scordatelo!

Scena IV

Personaggi: Aldonza, Antonio Piero. Sara esce quasi subito.

Il barone di Militello, Antonio Piero Barresi, entra in scena e s’inchina davanti alle due dame.

ANTONIO PIERO (sorridendo galantemente): Il mio castello è fortunato, signore, ospitando le vostre grazie… e ciò davvero rende più duro il dovere di andar via.

Sara s’inchina davanti al barone ed esce rispettosamente, lasciando la scena ad Aldonza.

ALDONZA: E’ molto difficile anche il compito di una sposa che vede partire il suo amato bene. L’alba si s’avvicina ed io vorrei piangere come una sconsiderata.

ANTONIO PIERO: Cosa siamo noi poveri baroni siciliani nelle braccia di una corona che ci è quasi nemica! Contiamo meno dei servi! Da pochi giorni sono tornato dalle Fiandre e già vado incontro ad una nuova guerra.

ALDONZA: La vostra imprudenza mi spaventa, il re non perdona chi parla come parlate voi.

ANTONIO PIERO: Il re arriverà a distruggerci, vedrete! Egli con mille raggiri vorrebbe abbassare il nostro orgoglio, per restare solo a comandare… Ci chiama alle sue guerre e ci costringe a lasciare i feudi quasi incustoditi.

ALDONZA: Con voi non riuscirà! Voi siete forte e nel castello lasciate gente che vi ama più di se stessa.

ANTONIO PIERO (si avvicina, le accarezza i capelli, con amore): Lascio la più cara e dolce sposa del regno, questo sì!… Vi basta sorridere per dar luce al cielo e rendere fertili le nostre valli.

ALDONZA (sorridendo): Ora mi fate il poeta!

ANTONIO PIERO (le bacia la fronte, sorridendo): Cerco di imitare don Pietro Caruso. A Militello il principe dei versi è lui.

ALDONZA: Voi siete più bravo.

ANTONIO PIERO (con tono allegro): E non avete torto! Questa del cielo e delle valli non mi è venuta male!… (ride) Ci ho studiato tutto il giorno.

Scena V

Personaggi: detti, più paggio.

PAGGIO (affacciandosi sulla soglia, con rispettosa discrezione): Signore…

ANTONIO PIERO (riscuotendosi): Che c’è?

PAGGIO: Tutto è pronto.

ANTONIO PIERO: Bene. Ora fate venire qui don Pietro Caruso.

PAGGIO: Corro da lui.

S’inchina ed esce.

Scena VI

Personaggi: Aldonza, Antonio Piero.

ANTONIO PIERO: Spero che risulti un amministratore avveduto.

ALDONZA: Don Pietro Caruso?… Dategli ordini precisi, se non volete sorprese.

ANTONIO PIERO: Farò così. Dio non mi ha permesso di avere un solo nemico. L’avidità dei miei fratelli potrebbe risultare più devastante delle mene reali!

ALDONZA: Non siate ingiusto con loro. Cola è un po’ sconsiderato; ma, Luigi è uno studioso che, più del denaro, ama i suoi libri.

ANTONIO PIERO: Come se i libri costassero poco!… Eppoi, con la sua superbia intellettuale, non gli parrebbe vero di prendere il mio posto. Credetemi, dei miei nemici, Luigi è il più spietato!

ALDONZA: Egli, però, non ha mai levato la voce a contrastare i vostri ordini.

ANTONIO PIERO: Per orgoglio di famiglia, forse… Mi rispetta perché egli stesso, domani, potrebbe diventare il barone di Militello e vorrà essere rispettato a sua volta… O, forse, perché appartiene alla specie più pericolosa di nemici, quelli che mandano avanti gli altri… Quando Cola va cianciando le sue ingiurie contro di me, io penso sempre che dietro ci sia una trama di Luigi.

ALDONZA: C’è poco posto davvero, per la fiducia, nel vostro cuore! Spero soltanto che sia rimasto un cantuccio per me.

ANTONIO PIERO: Molto più di un cantuccio, signora. Voi, il mio cuore, l’avete preso per intero, dato che a tutti gli altri do il mio punto di vista e basta… oppure la spada. Questo, d’altra parte, ci insegnano gli stessi re!… Il mondo capisce solo la forza, tant’è che nell’ultima adunanza dei baroni, quando generosamente li ho messi in guardia sui pericoli di queste continue guerre, che ci allontanano dai feudi e ci svuotano le borse, dei tanti che avevano il mio pensiero, non ha parlato nessuno!

Scena VII

Personaggi: detti, più Pietro Caruso.

PIETRO (entrando, con un foglio in mano): Parlerò io, se voi me ne date licenza, barone!

S’inchina davanti ad Aldonza.

PIETRO (ad Aldonza): Vi sono servo, signora.

ALDONZA: Dovrei andar via, adesso, perché possiate parlare fra voi uomini?

PIETRO: Se il barone permette, non prima di aver sentito qualche verso…

ANTONIO PIERO: Vi sembra il momento buono per declamare versi?

PIETRO: Non mi avete chiesto di stendere per conto vostro una missiva, da inviare agli altri baroni del regno?

ANTONIO PIERO: Dopo quanto è successo nell’adunanza col re, era il minimo che potessi fare per spronare quei vigliacchi a ritrovare l’orgoglio. Ma, non vedo il nesso.

PIETRO: Ho pensato che il poeta Fedro poteva essere un buon punto di partenza…

ALDONZA (sorridendo): Questo, davvero, potevate pensarlo soltanto voi!

PIETRO: Ho scritto in siciliano e mi sono allontanato un po’ dal modello. Spero che vada bene lo stesso.

ANTONIO PIERO: Vedremo. Leggete, perciò.

PIETRO (apre il foglio e legge):

                    ’Agneddu, u jornu ca si fìcia spertu,

          Senza cchiù fari “mèèè”, cu cori certu,

          S’allimàu l’ugna, fìcia u filu e denti

          E s’accattau migghiara d’armamenti.

                    E tannu, o lupu, senza suggizzioni,

          Ci dissa (e fu scutatu) a so opinioni!

ALDONZA: Ah, don Pietro, don Pietro! Dite sempre cose tanto intelligenti e tanto… scoraggianti!

PIETRO: Dico semplicemente ciò che vedo, signora.

ANTONIO PIERO: Siete sicuro che questa sia la missiva giusta?

PIETRO: Penso che chi deve capire capirà.

ANTONIO PIERO: Va bene. Forse avete fatto un buon lavoro. Ora ditemi: manca nulla alla mia partenza? Le mie scorte e i due mori sono pronti?

PIETRO: E’ tutto pronto.

ANTONIO PIERO: Bene. Ora ascoltatemi: vi affido il feudo, i miei vassalli, le mie ricchezza ed ogni cosa che mi è cara. In mia assenza, sarete l’amministratore ed il custode del castello. Nessuno potrà entrarvi o uscirvi, se non vorrete… Una sola facoltà non vi riconosco: quella di aggiungere o togliere tasse. E una sola raccomandazione vi faccio: non perdete d’occhio i confini delle mie proprietà e ricacciate indietro chiunque attenti alla loro integrità.

PIETRO (inchinandosi): Ciò che avete detto per me è già legge.

ANTONIO PIERO: Non ho ancora detto tutto… Non date ai miei fratelli più di quanto compete al loro stato. Anche davanti alle richieste più pressanti, attenetevi agli ordini. Di tutto ciò che ho detto è testimone mia moglie, che avallerà le vostre scelte. Ed, ovviamente, voi non farete nulla che esca dall’ordinario, senza dargliene notizia prima. Ella sola, in caso di gravi fatti che mi riguarderanno, ha la facoltà di mutare tali decisioni. A lei, inoltre, spetta l’amministrazione della giustizia.

PIETRO: Saprò rispettare gli ordini.

ANTONIO PIERO: Ce n’è ancora uno. Diffidate di Luigi. Mancando io, sarà subito prodigo di consigli e di nuove iniziative. Rispondetegli con rispetto, ma non andate oltre.

PIETRO: Spero la tanta vostra fiducia sia ben riposta.

ANTONIO PIERO: Lo spero anch’io. Quando torno, voglio ritrovare intatta la mia autorità. Ho il dovere di difenderla da tutti, dal re ed anche dai miei fratelli… Ora potete andare.

PIETRO (inchinandosi): Vado a dare gli ultimi ordini per la partenza… (ad Aldonza) Con vostra licenza, signora.

Esce.

Scena VIII

Personaggi: detti, meno Pietro.

ALDONZA: Siete stato caro nel lasciarmi padrona della casa. Ma, io so soltanto che resto di nuovo sola e non c’è nulla che possa addolcire tale malinconia.

ANTONIO PIERO: Resteranno qui tutti i miei pensieri.

ALDONZA: Ho sposato voi, non i vostri pensieri soltanto… I viaggi che fate sono sempre più frequenti e lontani ed ho paura che anche la mia giovinezza andrà via con loro.

ANTONIO PIERO: Io vi amo e ciò rende ancor più dura questa nuova partenza.

ALDONZA: Vi cercherò inutilmente nelle sere che verranno.

ANTONIO PIERO: Allora, allietatele col vostro sorriso. Magari con una di quelle belle feste che tanto vi piacciono. Penso che don Pietro Caruso potrà essere un ottimo ed onesto cavaliere. Oltre a voi, qui dentro, mi fido solo di lui… E, poi, è molto bravo nel ballo… (sorride) Non sbaglia chi lo chiama Pietro Bellopede!

Si sente la tromba, che  dà il segnale della partenza. Da lontano lo scudiero potrebbe comparire con un cavallo.

ALDONZA (gli si butta tra le braccia): Voi non mi amate come vi amo io!

ANTONIO PIERO (ricambiando): Non è vero, vi amo. Ed è un amore potente, continuo, disperato… che oggi mi angoscia e che al ritorno mi renderà febbrile!

ALDONZA: Rimandate a domani! Datemi un altro giorno.

ANTONIO PIERO: Non sono padrone del mio tempo. Il re è impaziente di essere ubbidito e non voglio dargli occasione di una condanna. Vi prego, dunque… l’alba è vicina…

ALDONZA: Un giorno solo! Non chiedo che un giorno… Sento un triste presagio in questa partenza!

ANTONIO PIERO: Tutte le partenze hanno presagi simili.

Si sente ancora la tromba. Lo scudiero si avvicina.

ANTONIO PIERO: Ecco un nuovo segnale. Lasciatemi andare. Tornerò presto, ve lo giuro… Ora, però, lasciatemi andare.

Tenta di sciogliersi dall’abbraccio. Si sente ancora la tromba. Lo scudiero si ferma vicino al palcoscenico.

ANTONIO PIERO: Non c’è più tempo, sentite?

ALDONZA: Non vorrei sentire.

ANTONIO PIERO (la bacia): Addio. Non seguitemi. Odio dar spettacolo dei miei sentimenti.

Si avvia ad uscire.

ALDONZA: Per una volta non vi ubbidirò… Vi starò vicina fino alla fine.

Esce subito dopo di lui Buio sulla scena.. Antonio Piero ricompare fuori dal palcoscenico. Sale a cavallo e parte. Buio e musica marziale.

Scena IX

Personaggi: Alonzo, poi Diego.

Luce crescente. Musica elegiaca. Poi, la musica cambia ed entra in scena Alonzo.

ALONZO (cantando):                                                                                                                    

          Mentri luntanu si sciarrìa u baruni,

          Nun  avi tièmpu, u tièmpu di la storia.

          Svapura comu l’acqua nna stasciuni,

          Ittata  no pisòlu nfacci a porta

          Contru u càudu ca ni mannàu u Signuri.

          A vidi sculuriri e si nni va

          U friscu do bagnatu e torna u suli,

          A fari u munnu siccu e disulatu!

                    U stissu vola capitàri all’òmu.

          Scumparunu superbi e puvurièddi

          Dintra a morti buttana, ca si futta

          Patri, figghi, niputi e mai si sazia!

          Nun avi tièmpu, u tièmpu di la storia.

          Svapura comu l’acqua nna stasciuni,

          Mentri luntanu si sciarrìa u baruni

          E Militièddu è siccu e disulatu!

Entra in scena Diego.

DIEGO: Vossabenedica, mastro Alonzo!

ALONZO: Salute a voi, Diego. E’ tutto pronto?

DIEGO (sistemando le sedie): Il mangiare è pronto. E quella è la cosa più importante.

ALONZO (con tono ironico): La musica, invece, in una festa da ballo… è cosa secondaria. Non è vero, padron Diego?

DIEGO: Senza togliervi i meriti, per uno come me, detta così… chi ci abbìiu na pignata? A musica? E’ bella, chi dice di no? Ma, non la riempie, la pancia!… Per i signori, invece… mah! Che volete che dica? Lo sanno solo loro e Gesù Cristo, il sugo che c’è.

ALONZO: Forse il sugo è che a loro la musica piace e a voi no.

DIEGO: Non vi do torto. Ma il fatto è che a me… non è che non mi piace. Mi piace! Però, certe volte, detta così… megghiu ca nun na spirimintàunu! Lo dico perché ci sono tanti e tanti di quei perché e perché!

ALONZO (spazientito): Ma come parlate? Che cosa volete farmi capire?

DIEGO: Vi pare che parli, detta così… a màtula?

ALONZO: Eh, sì. Certo. Mi pare, mi pare. Eccome, se mi pare!

DIEGO: Ed è vero… Mastro Alonzo, la volete sapere la verità? Io guardo più lontano!

ALONZO: E che ci vedete?

DIEGO: Niente, mi auguro. Però, i signori, con la musica, ci fanno troppe cose… Ci piangono, ci ridono e… e, purtroppo, ci scrivono pure le poesie… Perciò, che vi debbo dire? Che Dio ci aiuti! Se vuole, può.

ALONZO: Peggio che andar di notte. Non ci ho capito nulla.

DIEGO: La ballata che si deve fare stasera, mastro Alonzo!… Ballare e trippare, dopo otto mesi che il barone manca, non mi pare la pensata giusta.

ALONZO: Si festeggia proprio la notizia della vittoria del barone. Al suo ritorno dalle Fiandre ne faremo un’altra ancor più bella. Che c’è di male?

DIEGO: E senza il barone si festeggia?

ALONZO: Il barone ha vinto e si festeggia.

DIEGO (con un sospiro): E festeggiamo! A questo punto, però, stiamo a vedere che diranno… l’aciddazzi niuri!

ALONZO: Vi siete scordato un “detta così”.

DIEGO: Fosse questo il problema, caro mastro Alonzo!

Scena X

Personaggi: detti, più Margherita, Sara, Aldonza.

Entra Aldonza con Sara e Margherita.

ALDONZA: Ecco il nostro caro maestro Bivona.

Alonzo e Diego s’inchinano..

ALDONZA (si volge ad Alonzo, mentre Diego s’inchina di nuovo ed esce premuroso): Cosa ci farete sentire di bello?

ALONZO (inchinandosi): La vostra cortesia, signora, mi permetterà di non scoprir le carte prima del giuoco.

ALDONZA: Ditemi, almeno, se avete creato qualcosa di nuovo.

ALONZO: Una nuova musica. Il vostro segreto, don Pietro Caruso, la conosce già ed ha avuto la bontà di dirmi che sarebbe un’ottima musica da ballo.

ALDONZA: Vi so un artista, maestro Bivona. Perciò, non dubito del risultato.

ALONZO (s’unchina per accomiatarsi): Allora, signora, consentitemi di dare gli ultimi ritocchi ai miei spartiti.

Alonzo s’inchina ed esce.

Scena XI

Personaggi: Aldonza, Sara, Margherita.

ALDONZA (scrutando il cielo): Questa primavera non si decide proprio a venire!

SARA (ad Aldonza, poggiandole una mano sul braccio): Verrà col barone!

ALDONZA (scettica): E quando tornerà, mio marito? La guerra è finita da un pezzo, ma di lui non ho notizie. Certe volte dubito che stia per cominciarne un’altra.

MARGHERITA: Ah, gli uomini e le loro guerre!

SARA: Non parlare contro gli uomini… (si volge ad Aldonza, ammiccando) A me piacciono così come sono.

MARGHERITA (prontamente): Anche a me… (ride e rivolta ad Aldonza): Ma soltanto chi mi spetta per comandamento di Santa Romana Chiesa!

Fa una boccaccia a Sara.

SARA (prontamente, ridendo): Ah, sì?… M’informerò se è come dici!

ALDONZA (come per tagliare corto): Sapete che ho fatto un sogno?

MARGHERITA: Davvero? Raccontatelo!

SARA: Sì, certo, raccontate… Spero, però, che non sia triste addirittura!… Al solito vostro!

ALDONZA: M’ero addormentata…

MARGHERITA: E avete sognato il barone!

SARA: E dalle il tempo di parlare, chiacchierona!

ALDONZA: M’ero addormentata…

MARGHERITA: Quando?

ALDONZA: Ieri pomeriggio, subito dopo il pranzo. Evidentemente, ho esagerato con la lepre arrostita.

MARGHERITA: E’ vero, pure a me resta sempre sullo stomaco. Dannata bestiaccia!… Perciò l’accompagno sempre con qualche bicchiere di vino.

SARA: Vecchia ubriacona!

ALDONZA(ride): Smettetela! V’interessa o no, il mio sogno?

SARA: Sicuro che c’interessa! Lasciatela perdere, questa pettegola!

ALDONZA: Dicevo… M’ero addormentata ed ho sognato un giardino pieno di fiori. Fiori così, dalle nostre parti, se ne vedono soltanto all’inizio dell’autunno, quando le prime piogge ridanno sangue agli sterpi e si saturano i colori delle colline…

SARA: Ecco che ripigliate a far la poetessa, addirittura! Ed a me gira sempre la testa, con tutte le belle parole che dite!

MARGHERITA: Sara non può capire, è troppo materiale!

SARA: Non è così, mia cara smorfiosa. Sara è solo una che sta coi piedi per terra.

ALDONZA: Hai ragione tu, Margherita. In autunno il paesaggio è troppo bello!… Ma è pure severo, come se già sapesse che la morte dell’inverno è vicina.

MARGHERITA: Parlate davvero come parla una poetessa… Ma siete così giovane! Ed alla vostra età non bisognerebbe pensare alla morte.

SARA (a Margherita): Stavolta l’hai detta giusta… (ad Aldonza, ammonitrice) Leggete troppe poesie, signora!

ALDONZA (quasi risentita): E’ un male?

SARA: E perché dovrebbe esserlo? Una signora è molto più signora, se frequenta la poesia… (sempre con una punta ammonitrice nel tono) Un po’ meno, però, se frequenta… i poeti.

ALDONZA (taglia corto): Riprendiamo il mio sogno… Ecco che, improvvisamente, prima lontano all’orizzonte, tanto che m’era sembrato un pastore, e poi sempre più vicino, ho visto un angelo che mi veniva incontro con passo calmo. Era tutto bianco, se si eccettua l’azzurro intenso degli occhi e la pelle rosea… Senza dirmi nulla, senza neppure sorridermi, egli mi porgeva una stoffa bianca di lino…

MARGHERITA: Mio Dio!

SARA (severamente, a Margherita): E che c’entra? Cosa c’è di spaventoso nel sogno che ha fatto? Con tutta evidenza l’angelo portava alla signora un velo da sposa. Vuol dire che il barone sta per tornare, addirittura!

MARGHERITA (confusa): Certo, certo! E’ così!

ALDONZA (a Sara): Non ingannarmi, amica mia! So benissimo che la stoffa di lino bianco può rappresentare un… un sudario.

MARGHERITA: Non dite così, signora! Mi spaventate!

ALDONZA: Non voglio spaventarti. Non sono spaventata neppure io… Non so perché, ma quell’angelo mi recava conforto.

SARA: Queste, a voi due, sembrano faccende da dirci sopra le poesie?… Torniamo dentro, piuttosto. A star ferme, comincia a far fresco.

ALDONZA: Hai ragione. Ma non verrò con voi. Vorrei stare un po’ da sola.

Scena XII

Personaggi:  Dette, più Luigi.

Entra improvvisamente Luigi, come preso da altri pensieri. Le vede e si ricompone subito.

LUIGI (inchinandosi): Felice sera, cognata… ( chinando la testa alle altre due) Signore!

ALDONZA (seduta): Felice sera a voi.

SARA (si alza e fa l’inchino): Felice sera, don Luigi.

MARGHERITA (come Sara): Felice sera.

ALDONZA: Non sedete?

LUIGI: Lo farei volentieri, se non avessi altri pensieri… (a Sara e Margherita) Ma vi prego, signore, non state scomode per colpa mia.

ALDONZA: Quale gradito evento vi ha condotto qui, mio caro cognato?

LUIGI: La distrazione. Neppure so come vi sono arrivato. Ma ditemi, cognata: manca molto alla festa?

ALDONZA: Si aspetta che il maestro Bivona venga coi suoi musici… Ora, stavamo chiacchierando fra noi donne.

LUIGI (come fra sé): Interessante, interessante… (improvvisamente) Cercavo don Pietro.

ALDONZA: Non so dove sia… (si alza) Se lo vedo, gli dico che lo cercate.

LUIGI: Non è un affare di premura.

ALDONZA: Glielo dirò lo stesso… (si alza e poi s’inchina) Ma, adesso permettetemi di andare a impartire le ultime disposizioni per accogliere gli ospiti di stasera. A più tardi.

LUIGI (inchinandosi): A più tardi.

SARA (alzandosi ed inchinandosi): A più tardi, don Luigi.

MARGHERITA (come Sara): A più tardi.

Aldonza, Sara e Margherita escono.

Scena XIII

Luigi, poi Cola.

LUIGI (rimasto solo, guardando verso dove è uscita Aldonza): Ecco a chi mi tocca ubbidire!…  (forte) Cola!

Non risponde nessuno. Si avvicina alle quinte.

LUIGI (piano): Dove sarà andato, quella maledetta canaglia? Era dietro di me… Cola!… Cola!

COLA (entra quasi di corsa, guardandosi le spalle ed andando addosso a Luigi. Affannosamente): Controllavo che nelle vicinanze non ci fosse nessuno.

LUIGI (scrollandoselo di dosso): E sta attento! A momenti mi butti giù, con questa tua dannata paura di essere spiato!

COLA: Maledetta sia la caccia, allora!

LUIGI: E che c’entra la caccia?

COLA: Ti dà l’abitudine.

LUIGI: Questa non l’ho capita.

COLA: Hai letto tanti libri e non sai che il cacciatore spia e la preda è spiata?

LUIGI (sorride ironicamente): Ah, ecco! E tu non vuoi essere preda.

COLA: Proprio così!

LUIGI: Bravo. Ora dimmi… che fai quando vedi un coniglio?

COLA: Metto subito mano all’arma e tiro.

LUIGI: Io, invece, prima mi accerto se, un po’ più discosto, c’è un cinghiale… poi scelgo ciò che mi conviene.

COLA (ridendo): Questa è bella! Con le parole vinci sempre tu.

LUIGI: Con la prudenza e col discernimento, fratello. Non con le parole.

COLA (c. s.): Va bene, va bene. Sarà come dici tu… Ma non vuoi sapere come mi è andata oggi?

LUIGI: Hai sudato tanto?

COLA: Come un ruscello.

LUIGI: Ecco perché la caccia non fa per me… Che hai preso?

COLA: Una lepre ed un paio di uccelli.

LUIGI (sorridendo ironicamente): E magari cento cinghiali ti son passati vicino!

COLA: Proprio no… Anzi… per la verità, forse n’è passato uno… Ma cento… via, me ne sarei accorto!

LUIGI (c. s.): Questa è una notizia. Quando vorrò cacciare, quindi, verrò con te.

COLA (ridendo): Non ci sei tagliato. Stamattina sono uscito all’alba dal castello. Ho chiesto di te, ma dormivi ancora. Davvero eri… eri petra pi timpuni, come dicono i villici.

LUIGI: Ogni uomo cerca il suo piacere nel modo che più gli aggrada. Io ho gioia a dormire e tu a cacciare.

COLA (rabbuiandosi): No, fratello! Né per me né per te può esserci gioia, nella condizione in cui viviamo.

LUIGI: Lo capisci, allora.

COLA: E come non potrei? Al momento del pranzo, io e i miei compagni di caccia ci siamo fermati sotto i celsi e gli aranci della Zizza. Tutti avevano cibo e vino in abbondanza, mentre io… una vergogna solo persarci! Un po’ di pane duro come il cuore di nostro fratello e un po’ di frutta misera e mezza fradicia!

LUIGI: Oggi non dovevi uscire, se questo era il prezzo.

COLA: Sta’ a vedere che la colpa è mia! Prenditela, piuttosto, con l’ingiustizia umana! Che legge è, quella che lascia l’intero feudo nelle mani del figlio maggiore?

LUIGI: Come sempre, parli troppo. Non è il momento, adesso. Forse è meglio che continui a raccontarmi della tua caccia.

COLA: Il fatto è che, proprio mentre mi ingozzavo di pane e di frutta, imprecando contro il mio destino e la legge del maggiorasco, ho visto il cinghiale.

LUIGI: E te lo sei fatto scappare, ovviamente.

COLA: Tu non avresti combinato di meglio, fratello… Ascolta! Sento venir fuori dalle canne un fruscio di zuffa. Fiuto la preda, afferro l’arma e corro. Trovo il mio cane Marfiso abbrancicato ad un vecchio cinghiale… E’ proprio un gran spettacolo! Marfiso azzanna alla gola, al petto, ai fianchi. Ma poi il bestione riesce a cacciarselo sotto i piedi e tutto diventa un groviglio di gambe, di carne squarciata e di polvere… Così, rotolando e strepitando, si ficcano ancora tra le canne… Io li seguo, aspettando il momento buono per tirare. Poco dopo, vedo la lepre. Era stata cacciata fuori dalla tana dagli strepiti della lotta. Resta così, ferma e spaurita… e subito io tiro un colpo, stendendola. Purtroppo, in quel mentre il cinghiale si libera di Marfiso e scappa via.

LUIGI (sarcastico): Ci avrei giurato… Ora vai a riposare.

COLA: Perché siamo venuti qui, allora? Non c’era da programmar qualcosa?

LUIGI: Lascia fare a me. Ti ho chiamato per sapere se sei pronto e deciso quanto me.

COLA: Deciso a far che?

LUIGI: Deciso a vendicarti!

COLA: Per questo, puoi giurarci… se la gatta morta di Licodia continua a tener stretta la borsa.

LUIGI (avvicinandosi ai bordi del palcoscenico e scrutando oltre la scena): Perché non chiedi a lei? Sta venendo.

COLA (come preparandosi a un cimento. Solennemente): Lo farò!

LUIGI: E se ti negherà l’aiuto?

COLA: Allora tocca a te definire il tempo, l’ora, il luogo, i mezzi, in una parola tutto… e quando sarai pronto mi troverai pronto!

LUIGI: Bene. Allora usciamo senza farci scorgere. Dopo tornerai da solo e sentirai ciò che ti dce.

Escono.

Scena XIV

Personaggi: Aldonza, Sara, Margherita.

VOCE DI ALDONZA: Guarda se sono andati via.

Entra Sara. Osserva dal lato dove sono usciti Cola e Luigi.

SARA (forte): Sono già lontani, signora.

Entrano Aldonza e Margherita.

ALDONZA: Non mi piaceva star con mio cognato.

SARA: Potevamo restare nelle nostre stanze, allora.

ALDONZA (sedendosi): E’ vero. Sono inquieta, Sara! Senza saper perché… o forse lo so.

SARA (gli siede accanto): Con tutto il rispetto, non mi sembra una novità.

MARGHERITA (non siede, ma si gusta la scena dove si svolgerà il ballo): Dovreste essere contenta, invece. Manca poco per il ballo… (guarda il cielo) Il cielo è ancora chiuso, ma le nuvole ci sono amiche. Non pioverà.

SARA: Che tu abbia fatto un patto col diavolo, per sapere come si comporterà il tempo?

MARGHERITA: Voglio solo che la signora si diverta. E non m’importa delle cattiverie che dici!

ALDONZA: La vita dei baroni è piena di novità! Chi comanda deve spesso risolvere fatti inaspettati e tristi… Così, suo malgrado, finirà per sentir tante lamentele, tante domande di favori… e, purtroppo, anche i più bassi insulti, le insinuazioni, le calunnie!

SARA: Ecco! Come mi capita spesso, voi parlate ed io non ci capisco nulla. Eppure, riuscite sempre a spaventarmi, addirittura!

ALDONZA: Ho detto soltanto che non sempre ha nostra vita è bella come si dice.

SARA: Lo so bene anch’io… Quando, per esempio, si hanno cognati come i vostri… (s’inchina) Scusatemi se parlo così, ma vi voglio bene ed è giusto che, addirittura… parli!… (più piano) Quando si hanno cognati come don Luigi e don Cola, dicevo… per venirne a capo, non basterebbero i forzieri del Papa… (si segna) Dio ce lo conservi!

MARGHERITA (va vicino a loro): E’ proprio così, signora! Voi siete tanto buona con loro e sanno ringraziarvi soltanto insultandovi e chiedendovi altro denaro.

SARA (a Margherita, con asprezza): Il guaio, invece, è che la signora è troppo buona con te! Con la tua linguaccia sventata finirai per perderti.

ALDONZA: Non è come pensi, Sara. Ciò che mi tormenta ed addolora non è il pensiero dei miei cognati. Cerco di accontentarli sempre, per quanto posso… Il motivo della mia tristezza è’ un altro… (fa una lunga pausa) Ecco! Sarei contenta che in questa guerra mio marito abbia lottato dalla parte di Dio.

SARA (prontamente): Come potete dubitarne, signora? Il barone era col nostro re ed oggi siede al fianco del sovrano più potente della Terra.

ALDONZA: Proprio per questo spero che il re se ne ricordi… Con le sue risposte franche, il mio uomo spesso rischia di perdersi e di perdere i suoi cari.

SARA: Davvero continuate a farmi paura!

ALDONZA: Se poi ci aggiungi… (fa una lunga pausa e si volge verso Margherita) Dimmi, Margherita, pensi che siano belle le donne delle Fiandre?

MARGHERITA (quasi meccanicamente): Chi potrebbe esser più bella di voi, signora?

SARA (prontamente): Nessuna, come mi ha detto il barone stesso in mille occasioni.

Scena XV

Personaggi: dette e paggio.

Entra il paggio.

PAGGIO: Messer Cola Barresi domanda di voi, signora.

ALDONZA (si alza ed anche le altre due si alzano): Digli di venire… (alle due dame) Uscite, ma restate qui vicino.

Il paggio e le dame s’inchinano ed escono.

Scena XVI

Personaggi: Aldonza e Cola.

COLA (entrando ed inchinandosi): Vi sono servo, cognata.

ALDONZA: Felice sera, don Cola.

COLA: Dirò subito ciò che mi preme… Voi sapete quanto al rango dei Barresi si convenga il valore…

ALDONZA (con ironia): Nella guerra e nella caccia, ho notizia.

COLA: Dipendesse da me, non chiederei che la guerra, per mostrare quanto valgo!

ALDONZA (ricomponendosi): Ed io non potrei dubitarne, visto il sangue nobile che vi scorre nelle vene… Ditemi ora il motivo della vostra visita.

COLA: La caccia e pochi altri svaghi restano a me ed a mio fratello Luigi… Ho fiducia che lo capiate…

ALDONZA: Chiedete altri soccorsi?

COLA (imbarazzato e con malcelata ira): Purtroppo sì.

Aldonza riflette a lungo. Cola la guarda stupito.

COLA: Signora, mi dovete ancora una risposta!

ALDONZA (pesando le parole): Sarò sincera, messere… Non posso gravare queste terre di altri balzelli… Non lo capirebbero i tanti poveri e non lo capirebbe il barone.

COLA: Antonio Piero è lontano.

ALDONZA: Ma ha lasciato ordini precisi.

COLA: Già! A voi e a quel damerino… (con disprezzo)  di PietroBellopede!

ALDONZA: E’ è stata la sua volontà ed io non posso cambiarla.

Si allontana da lei. La guarda con aria di sfida.

COLA: Attenta, cognata. Non chiedete una pazienza infinita a chi ogni giorno, sulla sua pelle, sente il peso dell’ingiustizia.

ALDONZA (con tono conciliante): Non vi diedi cinquanta scudi neppur tre mesi fa?

COLA: Cinquanta scudi! I soldati di ventura hanno una paga più alta!

ALDONZA (c. s.): Erano oltre la somma stabilita da vostro fratello…

COLA: Quella?… (rabbiosamente) Pochi soldi che non alletterebbero neppure un guardiano di porci!… (urlando) Fa vergogna il solo pensiero!

ALDONZA (irrigidendosi): Non alzate la voce.

COLA: E come deve difendersi un uomo offeso, umiliato, spogliato nella sua stessa casa?

ALDONZA (sprezzante): Vi darò dell’altro denaro… (prende una borsa e gliela porge sgarbatamente) Prendete. Ma per l’ultima volta!

COLA (prende rabbiosamente la borsa e la butta a terra): Mai più prenderò da voi il denaro che è mio!… (si avvia ad uscire; sulla soglia) Ora state in guardia. Ormai è guerra ed i Barresi non resteranno più servi a casa loro!

Esce, dopo uno sprezzante inchino.

Scena XVII

Personaggi: Aldonza, Sara, Margherita.

ALDONZA (chiamando): Sara! Sara!

Va a sedere, ancora agitata. Sara entra insieme a Margherita e va sedere accanto a lei. Margherita resta davanti a loro, in piedi.

SARA: Non mi fate spaventare, signora! Cosa avete? Cosa vi ha detto il vostro cognato?

ALDONZA (agitata): Parla con Diego, Sara.

SARA: Madonna santissima! Che dovrei dirgli?

ALDONZA (solennemente): Mio cognato Cola mi vorrebbe morta.

SARA: Non parlate così. Vi sembrano cose da dirsi? Eppoi, cosa dovrebbe fare Diego?

ALDONZA: Non lo so. Vedremo poi.

SARA: Va bene. Gli parlerò.

Corre fino alle quinte.

SARA (come se parlasse al paggio che non si vede): Avvicinati, paggio… Corri da Diego e digli che ho urgenza di parlargli.

Torna vicino ad Aldonza.

ALDONZA: Sarà meglio che io non sia qui, quando verrà Diego.

SARA: Lo penso anch’io… (a Margherita) Non lasciar sola la signora.

MARGHERITA (ad Aldonza): Volete che dia disposizioni per annullare la festa di stasera?

ALDONZA: No. Ne nascerebbe un pettegolezzo peggiore delle minacce di Cola… Mi calmerò in fretta.

Aldonza e Margherita escono.

Scena XVIII

Personaggi: Sara e poi Diego.

SARA: Spero che non sia tardi. Ma il cuore mi dice che questa faccenda finirà male.

Passeggia nervosamente. Si siede.

SARA: Ed ho paura che Diego sia il peggior rimedio!

Entra Diego, senza che lei se ne accorga. Le chiude gli occhi con le mani, sorridendo.

DIEGO: A chi debbo dire grazie?… La fortuna di vederti da sola è cosa troppo rara e preziosa per me.

La bacia.

DIEGO: Dove hai lasciato la baronessa?

SARA: E’ nella sua stanza a piangere.

DIEGO (rabbuiandosi): Che sta succedendo?

SARA: I fratelli del barone. Stanno macchinando qualcosa.

DIEGO (quasi rassegnato): Prima o poi doveva succedere.

SARA (alzandosi a guardarlo): Don Cola ha minacciato donna Aldonza.

DIEGO: Don Cola abbaia forte, ma non sa mordere. Se, invece, non fosse don Cola, ma don Luigi, cambia tutto… con quello mi preoccupo! Mi preoccupo e mi preoccupo sul serio.

SARA: In faccende di questo tipo don Luigi c’è sempre.

DIEGO: Non bisogna stare alle apparenze. Alle volte, certe minacce sono, detta così… i pìriti da notti. Domani non resta più niente.

SARA: La signora ti chiede di proteggerla.

DIEGO: Ne parlerò con don Pietro Caruso. Se c’è bisogno, mi muovo prima di un segno di croce.

SARA (preoccupata): Non ti mettere nei guai.

DIEGO: Ti sembro il tipo? Ci ho fatto il callo, a camminare vicino ai burroni.

Scena XIX

Personaggi: detti, più Alonzo, i musici e alcuni ospiti. Sara esce quasi subito.

ALONZO: Ah, molto bene, padron Diego… Siete qui. Datemi una mano ad apparecchiare lo spazio per il ballo.

DIEGO: Come no, mastro Alonzo!

SARA: Io vado a chiamare la signora.

Sara esce. Alonzo e i musici si sistemano. Diego va a prendere delle sedie. Gli ospiti fanno crocicchio. Entrano Cola e Luigi, salutati con un inchino dagli ospiti.

COLA (a Luigi e ad altri ospiti): Avrei preferito andare incontro a nostro fratello che torna vittorioso, anzicché star qui, nell’ozio, tra ballerini e femminucce.

LUIGI: Era meglio, invece, se andavamo incontro al re. Il vincitore è lui.

COLA: Non è la stessa cosa?

LUIGI: No. Almeno, non lo è per nostro fratello. Certe sue parole imprudenti finiranno per pesare su di noi, che non abbiamo colpe.

COLA: Si batte per i sacrosanti privilegi degli antichi baroni siciliani.

LUIGI: E così dà forza ai nuovi baroni aragonesi.

COLA: Quelli sono un macigno pesante da smuovere.

LUIGI: Vedi, fratello… (rivolto agli ospiti) Non mi fraintendano i signori… In politica valgono le regole della fisica e con una leva si può sollevare il mondo… Per quel macigno non serve la forza dei muscoli. Ci vuole una leva, come ho detto… magari cercando altrove. Potrebbero essere tanti i nostri nuovi e buoni amici, che con gli aragonesi hanno un conto in sospeso… Non pensate che, nell’interesse della nobiltà siciliana, essi andrebbero cercati?… senza strepiti, coi fatti!… S’io fossi il barone di Militello agirei così… Sarei meno fiero, ma otterrei più frutto.

COLA: Bisogna parlare chiaramente a nostro fratello, quando arriverà.

LUIGI: Faremo di meglio, io e te, fratello. Gli dimostreremo la nostra avvedutezza.

COLA: Bene. Spiegami come.

LUIGI: Al tempo, Cola, al tempo!

Scena XX

Personaggi: detti, più Pietro Caruso.

Entra Pietro Caruso. Si reca a rendere omaggio a Cola, Luigi ed agli altri ospiti.

PIETRO (inchinandosi): Vi sono servo, signori.

LUIGI: Vi sottovalutate sempre, don Pietro. Mai come nel vostro caso al nome non corrisponde la sostanza.

PIETRO: Oso contraddirvi, don Luigi. Se non vi fossi servo, sarei un fellone, dato che debbo tutto alla vostra famiglia.

Si avvicina Diego. S’inchina a Cola e Luigi.

DIEGO (a Pietro): Col perdono dei signori, ho da riferirvi con urgenza su certi disordini ai confini del feudo.

PIETRO (a Cola e Luigi): Eccovi la prova che un servo deve essere sempre pronto… Vogliate perdonarmi.

Si discosta con Diego, che evidentemente vuol  riferirgli delle minacce di Cola ad Aldoza.

Scena XXI

Personaggi: detti, più Aldonza, Sara e Margherita.

Entra Aldonza con le dame. Alonzo ed i musici s’inchinano e si apprestano a suonare. Gli ospiti, tranne Cola e Luigi, vanno a renderle omaggio.

PIETRO (a Diego): Va bene. Adesso vai. Io terrò gli occhi aperti, ma vigila anche tu… Nel caso agisci e basta!

Diego si allontana e Pietro va a rendere omaggio ad Aldonza.

PIETRO (inchinandosi): Eccomi come sempre ai vostri comandi, signora.

ALDONZA (sorridendogli): Felice sera, don Pietro.

Sara e Margherita s’inchinano.

ALDONZA: Il maestro Bivona mi parlava di una nuova musica.

PIETRO: Sì, la conosco. Spero che vi tornerà gradita. A me è sembrata molto bella.

ALDONZA: L’arte del maestro Bivona ed il vostro gusto sono un’ottima referenza. Sono sicura che sarà bellissima.

PIETRO: Non resta che ascoltarla, dunque… e vorrei l’onore di danzarla con voi.

ALDONZA: Come sempre, mi lusingate, mio cortese don Pietro… Bellopede.

PIETRO (dopo essersi inchinato, portandola al centro della scena): Accetto le vostre parole come la lode che mi viene dalla sposa di un grande.

Comincia la musica, che è la stessa della canzone composta da Pietro Caruso. Pietro ed Aldonza ballano, come dimentichi del resto del mondo. Ma, subito la musica va in sottofondo. Mentre Pietro ed Aldonza continuano a ballare nella penombra, in un angolo del palcoscenico le luci illuminano Cola e Luigi, appartati.

LUIGI: E’ venuto il momento. Senti la musica?… E’ quella giusta. Da stasera, però, il ballo lo dirigeremo noi.

COLA: Tu leggi troppi libri, Luigi. Ed io non ti capisco. Spiegati meglio.

LUIGI: Ricordi quando partì nostro fratello?

COLA: Dovevamo partire anche noi, perciò come potrei scordarmene?

LUIGI: Bene. Ora abbiamo l’arma per vendicarci.

COLA: Che arma?

LUIGI: La musica… (lo prende a parte, cospiratore) Quella notte di otto mesi fa c’era molto caldo. Sono uscito per prendere un po’ d’aria e… proprio qui… ho potuto sentire il maestro Alonzo cantare una canzone… (si mette più vicino) Le parole erano state scritte dal nostro Bellopede… (guarda i due che ballano) Proprio quel Pietro Caruso lì, quello che ora balla con nostra cognata.

COLA: Che parole erano?

LUIGI: Leggi… (tira fuori un foglio e glielo porge) Le trascrissi una per una.

COLA (dopo aver letto): E’ terribile! Quest’uomo ha osato alzare gli occhi sulla moglie del barone di Militello! Perché non hai parlato prima?

LUIGI: Perché non raccolgo mai i frutti prima che siano maturi… (guarda verso i due, visibilmente felici di ballare) E stasera mi sembrano tali!

COLA: Cosa faremo per vendicarci di quest’insulto?

LUIGI: Bisogna correre a Palermo. Nostro fratello è lì. Gli faremo avere i versi… (tira fuori un altro foglio) Ed anche questa lettera. Te la leggo: “Quando tornerete, vi faranno sentire una musica. Chiedete che vi diano pure le parole. Se non vi accontenteranno, leggete queste che vi mandiamo. Le ha scritte don Pietro Caruso. La vostra signora moglie le ascolta molto spesso, magari ballando, in casa vostra, con tanto ardente amante. I vostri affezionati fratelli, Cola e Luigi.”

COLA: Manderò Michele, il mio fidato compagno di caccia.

LUIGI: Sì, ma con discrezione. Tu sei cacciatore e sai bene che non bisogna spaventare la preda, quando è vicina alla trappola!

La luce torna su Pietro ed Aldonza che ballano.

FINE ATTO I

INTERMEZZO

Personaggi: cortigiano, dama.

Entra la dama col cortigiano. Lei ha fretta di prendere posto prima del secondo atto.

DAMA: Venite, prima che qualcun altro pigli i nostri posti… (lo guarda) Ma, vi prego… tiratevi su! Non mi sembrate al meglio del vostro spirito.

CORTIGIANO: Mi stupisco che lo sembriate voi.

DAMA (sorridendo): Lo sembro perché voi mi resterete accanto… Non voglio perdere un amico.

CORTIGIANO: Non prometto… di restare un amico.

DAMA: Non sarebbe una storia nuova.

CORTIGIANO: Vi confesso che un po’ vi odio.

DAMA (civetta): Soltanto questo?

CORTIGIANO: No, forse sono stanco anche di questo modo di vivere che abbiamo… Ora c’è il teatro… più tardi il vostro futuro suocero farà la sua bella sfilata per battezzare il bambino ed il nuovo secolo… (alterato) Sembra che a questo mondo ci siano soltanto gli applausi della folla, il prestigio dei Cabrera, la vostra vanità di sposa…

DAMA: C’è ciò che Dio ha voluto che ci sia.

CORTIGIANO: Dio ha voluto anche i morti del terremoto?

DAMA: Chi siete voi, per giudicarlo?

CORTIGIANO: In fondo, avete ragione. Chi sono io?… Ma, ricordatevi che, se alla vostra nuova famiglia debbo la fedeltà, dei miei sentimento rispondo soltanto a me stesso.

DAMA: Io, appunto, avrò il compito di controllare che la vostra fedeltà non manchi… I sentimenti sono un discorso a parte.

CORTIGIANO: Stasera affiancherò il vostro sposo.

DAMA: Bravo. E’ esattamente ciò che vi chiedo… Ora, godiamoci il secondo atto.

Vanno ad accomodarsi.

ATTO II

Scena I

Personaggi: Cola, Nicolò Musca, Bernardo Rimasuglia, Antonio Piero.

Entra in scena Cola. Solo, si guarda intorno, come chi vuol nascondersi. Cerca un nascondiglio. Dall’ombra scatta Nicolò Musca che lo afferra al collo e gli tappa la bocca, mentre Bernardo Rimasuglia gli punta la spada alla gola. Cola, così,  finisce a terra.

BERNARDO: Non fiatare, o sei morto!

Cola resta immobile. Compare Antonio Piero e gli si pone davanti, sovrastandolo.

ANTONIO PIERO (gli scaglia davanti la lettera che ha ricevuto)

COLA (come può): E’ stato Luigi… Lui ha fatto tutto. La tettera io l’ho soltanto firmata.

ANTONIO PIERO: E’ la verità?

COLA (è  paralizzato).

ANTONIO PIERO (lo scuote): O è una trappola?

COLA: (resta paralizzato).

ANTONIO PIERO: Rispondimi.

COLA: E’ stato per difendere l’onore… il tuo, della famiglia… Le angherìe del segreto…

ANTONIO PIERO (urlando): Ma di che parli? Rispondimi chiaramente!

COLA (ergendosi a fatica): E’ tutto vero.

ANTONIO PIERO (lo lascia andare, gli volta le spalle): Lo puoi giurare?

COLA: Sul Vangelo e sulla mia testa!

Antonio Piero fa cenno ai suoi bravi di lasciare Cola. Essi obbediscono, ma si tengono pronti ad intervenire. Cola si rialza e cerca di ricomporsi. Poi, va vicino ad Antonio Piero, che sembra starsene perduto nei suoi pensieri.

ANTONIO PIERO: Se Aldonza è innoccente, ti uccido.

COLA (agitandosi): Qui da otto mesi i Barresi non contano più nulla… Ed il tuo nome conta ancor meno!…Solo il segreto decide e comanda… Fa e disfa le fortune e poco manca che non ci dica gli orari per mangiare, dormire, o star con le donne!… Egli si ficca dappertutto, dice chi può entrare nel feudo e chi no, cosa si deve fare e come si deve fare… E tua moglie lo appoggia in ogni prepotenza… Tua moglie sta sempre dalla sua parte… balla e ride con lui, di giorno e di notte…

ANTONIO PIERO (interrompendolo): Te le ricaccerò in gola, tutte queste parole, se non sono vere!

Lo lascia andare. Si muove nervosamente. Si ferma.

ANTONIO PIERO: E la gente… Parla?

COLA (c. s.): E che speravi? La gente non è cieca… Il fatto è conosciuto. Ormai, per tutti, al castello il padrone è lui.

Guarda Antonio Piero, che sembra esitare.

ANTONIO PIERO: Tutto potrebbe essere soltanto una fantasia di quel bellimbusto… Può darsi che Aldonza neppure ne sappia nulla.

COLA (prontamente): Quindi, ti sembrano una fantasia anche i balli in tua assenza?… Anche le canzoni piene di passione colpevole?

ANTONIO PIERO: Non so più nulla… E nulla, a questo punto, mi sembrerebbe incredibile.

Riprende a muoversi. Si ferma.

ANTONIO PIERO: E tu?… Tu che fratello sei, se restavi a guardare mentre si calpestava il mio nome? Perché avete sopportato tanto, tu e Luigi?

COLA: Se li avessi uccisi, come avresti reagito?

ANTONIO PIERO: Ti avrei adorato come si adora un fratello che ti ha difeso l’onore.

COLA: Eri troppo invaghito! Mi avresti messo a morte come un congiurato invidioso.

ANTONIO PIERO: Luigi, però… almeno lui poteva avere più discernimento.

COLA: E così è stato… Proprio lui mi ha mandato qui stasera, a guardare ciò che succedeva.

ANTONIO PIERO: Stasera? Che ci sarà, stasera?

COLA: Ciò che succede ogni sera. Vengono a danzare.

ANTONIO PIERO (dopo una lunga pausa): Vedremo!… Ora, Luigi dov’è?

COLA (indicando con un cenno della testa): Qui vicino.

ANTONIO PIERO (minaccioso): Nessuno deve sapere che sono qui.

COLA: Nessuno saprà.

ANTONIO PIERO: Va’ da Luigi e pòrtamelo… (a Bernardo) Tu accompagnalo.

Bernardo annuisce. Cola e Bernardo  escono.

Scena II

Personaggi: Antonio Piero, Nicolò, Diego, Sara.

ANTONIO PIERO: Anche noi, dunque, prepariamoci… per questa bella festa!

Cerca un posto da dove spiare non visto. Lo trova. Si sente un calpestìo. Con Nicolò fa appena in tempo a nascondersi. Entra Sara si guarda intorno ansiosa. Aspetta. Entra Diego, calmo e sicuro di sé.

SARA: Perché tardi sempre?

DIEGO: Don Pietro!… Non mi dà requie… Mi manda qui, mi manda là… E così non ho tempo, detta così… mancu di raspàrimi.

Si abbracciano.

SARA: Ci vediamo stanotte?

DIEGO: Sì, stanotte pare una notte da cristiani. Don Pietro non mi ha ancora detto di andar fuori… Senti che faccio! Mi corico e ti aspetto nel mio casotto… Lascio la porta aperta per quando vieni.

SARA: Non prima delle due, purtroppo!

DIEGO: E ci mancava! Ormai, chi dorme più?… In questa casa si mangia pane e musica. Anzi, se qualcosa manca, manca sempre il pane… (si fa suadente) Ma, per una volta, non casca il mondo, no?… Donna Aldonza balla lo stesso… anche senza di te.

SARA: Mi dirà di no, ma ci provo… Ora fammi andare, che mi aspetta.

Si abbracciano ancora. Sara, uscendo, prima di scomparire, si volta a guardare Diego.

DIEGO (ammiccando): Ti faccio ballare io, stanotte… con la mia musica!

Sara esce.

Scena III

Personaggi: detti, meno Sara. Poi Bernardo, Cola e Luigi.

Subito spuntano Antonio Piero e Nicolò (che ha la spada sguainata).

ANTONIO PIERO (fuor di sé): Che lurida canaglia mi ritrovo in casa?!

Diego sobbalza, accenna a una reazione. Poi, riconosce il barone e, annichilito, china il capo.

ANTONIO PIERO: Ho lasciato un castello e trovo un sozzo lupanare… (gli dà un violento manrovescio, a cui Diego non reagisce)… Si costuma così col tuo protettore Pietro Caruso?

DIEGO (con un filo di voce): Vossignoria, io non vi capisco,

ANTONIO PIERO (dandogli un altro manrovescio): Vediamo se così va meglio!

DIEGO: Sono io che ho profanato la vostra casa, barone… Me dovete mettere in croce! Che colpe ha don Pietro Caruso?

ANTONIO PIERO: Tu?… Tu non sei nulla!

Si allontana, voltando le spalle a Diego.

ANTONIO PIERO (a Diego): Portami quel bellimbusto, qui… (volta la testa a guardarlo) morto!

Diego lo guarda meravigliato.

ANTONIO PIERO (gli si pone di nuovo di fronte): Oppure ammazzo te e poi lui.

DIEGO (forte, quasi fieramente): No, barone! Quest’ordine non potete darlo a me. Avete i vostri sgherri. Usate loro.

Gli va davanti, controllato da Nicolò. Improvvisamente, s’inginocchia.

DIEGO: L’onore della vostra casa… don Pietro non l’ha mai offeso.

ANTONIO PIERO (guardandolo con disprezzo): Eccolo! Un miserabile verme che striscia… E’ gente così che oggi mi sporca la casa… (a Nicolò) Uccidilo!

Diego schiva il primo colpo, sguaina la spada ed ingaggia un duello. Entra di corsa Bernardo (con Cola e Luigi dietro), che, presolo alle spalle,  lo uccide.

ANTONIO PIERO: Liberate il pavimento.

Nicolò, Bernardo e Cola insieme portano via il corpo di Diego. Luigi si pone accanto ad Antonio Piero.

Scena IV

Personaggi: Antonio Piero, Luigi.

Antonio Piero resta a capo chino. Luigi gli si avvicina.

LUIGI: Cos’altro devi vedere per convincerti, fratello?

ANTONIO PIERO: Ho visto anche troppo… (ci riflette) O forse ho visto soltanto due amanti darsi un appuntamento clandestino…

LUIGI: Non si tratta di due amanti qualsiasi! Sara è amica di tua moglie… E’ con lei che passa le sue giornate… parla, si confida, svela i segreti della famiglia… In quanto a quel Diego… era uno sgerro del segreto.

ANTONIO PIERO: Attento, Luigi!… Per Aldonza, devi provarmi ben più di una pura e semplice imprudenza nel selezionare le amicizie.

LUIGI: Il che sarebbe già una colpa grave, trattandosi della baronessa di Militello… Ma, c’è dell’altro, purtroppo.

ANTONIO PIERO: Allora, spiegati senza girarci intorno.

LUIGI: Negli ultimi mesi sono stati aruolati troppi mercenari provenienti da Licodia… Non dimenticare che i Santapau vennero dalla Catalogna, al seguito degli aragonesi… Gente che oggi si prende il meglio dei nostri feudi!… Il segreto ti ha riempito il castello di spie e traditori al loro servizio.

ANTONIO PIERO: Quello è già un uomo morto, se è per questo… Ma, Aldonza…

LUIGI: E’ la più interessata. E’ lei che ha sangue aragonese nelle vene… (solennemente) Fratello, io ti dico che ella ha congiurato ai tuoi danni… d’accordo con suo padre e… usando il suo amante!

ANTONIO PIERO (fuori di sé): Ora ascolta ciò che ti dico io!… Ti conosco… e perciò vorrò vedere e sentire coi miei occhi!… (prendendolo per la casacca, sibillante) Ti prometto una morte lenta, invocata tra atroci tormenti, se…

LUIGI: Se?… (liberandosi) Se che cosa?… Mentre tu eri lontano, io ho guardato l’onore e gli interessi della nostra famiglia!… Io ero stato disprezzato da te, messo da parte, costretto a vivere con un misero sussidio… come un servo!… Eppure, non ti ho tradito… Tua moglie, invece… Tua moglie, a cui avevi lasciato ogni prestigio e potere, ha passato i suoi giorni tra i balli e le tresche amorose, svendendo il tuo onore e i tuoi averi… E, quel che è peggio… lo ha fatto davanti agli occhi del mondo!… E oggi tu minacci me?… Me?

Scena V

Personaggi: detti, più Cola, Nicolò, Bernardo.

Rientrano Cola, Nicolò e Bernardo.

COLA: Nostra cognata sta venendo qui.

ANTONIO PIERO (ai bravi): Nascondetevi.

I bravi si nascondono. Poi, anche Antonio Piero e gli altri si nascondono.

Scena VI

Personaggi: Aldonza e Sara.

Entrano Aldonza e Sara.

ALDONZA: Spero che tutto sia ben disposto. Stasera abbiamo ospiti nuovi. Verranno i Ciccaglia, gli Urso ed i Bartolotta con dei parenti che soltanto ieri sono arrivati da Napoli.

SARA: Li ho visti. Lei è una dama piccola piccola, con certi riccioli leziosi, come piacciono a tanti cavalieri sbarbatelli… Lui, invece, è un bell’uomo, col pizzo e dei gran baffi fieri!… Porta pure i capelli lunghi e sciolti sulle spalle… Credetemi, signora, sul suo colletto ricamato fanno un gran bel vedere!… Peccato che ha solo una sorella… Brutta! Una specie di canna, secca secca, che pare piegata in due dal vento.

ALDONZA (divertita): Quando parli degli uomini hai sempre un occhio più benevolo.

SARA (stando allo scherzo): Ci mancherebbe altro, addirittura… Eppoi, che male c’è? La parola non è peccato.

ALDONZA: Certo, certo. Come no?… Ora dimmi se hai parlato col maestro Bivona. Mi accennava a dei problemi…

SARA: Nulla di grave. Stanotte un musico è dovuto correre al capezzale del padre morente… Poveraccio, era un bravuomo. Per quarant’anni vi ha servito come pastore… Sapeva tutti i fatti antichi… Per fortuna, alla fine ogni cosa è andata a posto. Diego è andato a prenderlo nel pomeriggio.

ALDONZA: Bene… Diventa ogni giorno più prezioso, il nostro Diego!

SARA: Gli sono amica per questo. E’ uno che ti rispetta e ti fa pure rispettare… Anzi, signora, chiedendovi perdono per la sfacciataggine, addirittura… vorrei accennare a un suo problema…

ALDONZA (sorridendo): Come non ascoltarti, se mi dai lo spettacolo di tanta amicizia?

SARA: Egli non si lamenta. E’ troppo affezionato a voi ed alla vostra casa…

ALDONZA: Ed io l’ho sempre apprezzato nei suoi giusti meriti.

SARA: Oso chiedervi, addirittura… di non dire che vi ho parlato.

ALDONZA (sorridendo): Se continui a girarci intorno, temo che non saprò mai ciò che non debbo dire.

SARA: La paga…

ALDONZA: Gli sembra poca?

SARA: Oh, no!… Almeno, a lui no. Egli dice che va bene così.

ALDONZA: E tu che dici?

SARA: La stessa cosa, signora. Anche se… magari senza esagerare… magari di pochi soldi… un piccolissimo aumento lo terrebbe più tranquillo.

ALDONZA: Va bene. Parlerò con don Pietro Caruso. Saprà lui cosa fare.

Scena VII

Personaggi: dette, più Antonio Pietro, Cola, Luigi, i due bravi.

Esce dall’ombra Antonio Piero.

ANTONIO PIERO: Ora basta!

Sara, spaventata, s’inchina ed indietreggia. Aldonza resta  a guardarlo.

ANTONIO PIERO: Da questo momento decido io cosa bisogna fare a casa mia.

ALDONZA (andandogli incontro): Voi?

ANTONIO PIERO (la ferma con un gesto della mano. Forte): Nicolò! Bernardo!

Spuntano prontamente i bravi. Aldonza si ferma interdetta. Escono pure Cola e Luigi.

ANTONIO PIERO (ad Aldonza): Non avvicinatevi.

ALDONZA: Per quale nuova legge mi s’impedisce di accogliervi come sposo?

ANTONIO PIERO (ai bravi): Legatela e chiudetela in una stanza.

ALDONZA (sorpresa): Di che colpa mi si accusa?

ANTONIO PIERO (vivacemente):Colpa?… Quale parola al mondo potrà definire il delitto di cui vi accuso? Voi… voi sola potevate compiere su di me lo scempio peggiore… e l’avete fatto! Mi avete gettato addosso il fango del tradimento… E con chi? Con un servo intrigante, a cui ho fatto soltanto bene… Con chi?! Con l’uomo che doveva custodirmi la casa, gli averi, l’onore!… Neppure il re era in grado di annichilirmi così. Il re… poteva soltanto rapinarmi, o uccidermi, se voleva… lasciandomi a fronte alta!… Contro il re, il barone di Militello sarebbe caduto senza un lamento, con intatta la dignità del suo rango… Ma, contro il tradimento di colei che hai fatto carne della tua carne, sposandola davanti a Dio e agli uomini, cosa resta?… La risata della canaglia plebea? La commiserazione ipocrita dei nobili? Cosa resta?!… Ad un marito tradito neppure la morte toglie il ridicolo.

ALDONZA: Voi mi accusate… di…

ANTONIO PIERO: Vi accuso di aver trescato in mia assenza col segreto Pietro Caruso.

ALDONZA: Siete stato capace di un pensiero tanto delittuoso?

ANTONIO PIERO: Il mio pensiero ha seguito i vostri comportamenti.

ALDONZA: E quali? Di che parlate?… Di quali comportamenti accusate me… e chi vi è stato fedele sempre?

ANTONIO PIERO: Osate difendere quell’uomo?

ALDONZA: Non difendo lui. Difendo me stessa. Difendo il mio ed il vostro onore.

ANTONIO PIERO: Basta! Ormai ho la conferma dei miei sospetti… (ai bravi) Eseguite gli ordini!

I bravi escono, portando via Aldonza e Sara.

Scena VIII

Personaggi: Antonio Piero, Cola, Luigi.

LUIGI: Il segreto! Non bisogna dargli il tempo di fuggire!

ANTONIO PIERO: Il suo destino è segnato, ovunque vada.

LUIGI: Quell’uomo ha mille risorse… In tua assenza ha intrecciato rapporti molto stretti non soltanto coi Santapau, ma anche coi Cabrera.

ANTONIO PIERO: Li ha già perduti… So bene che chi governa non ha il senso dell’amicizia e certamente… non mantiene rapporti con un servo in disgrazia. In ogni caso, è perduto… (si volta a Cola) Piuttosto… Cola, riferisci alla guarniggione: che nessuno esca di casa, per tutta la notte… Nessuno, soprattutto, può sostare o passare nei pressi del castello… (alza lo sguardo e vede accendersi la luce nella stanza del segreto) Eccolo! Vedo la sua finestra che s’illumina… Quel gaglioffo avrà l’onore di una visita del barone di Militello in persona!

Esce di corsa, mentre Cola resta incerto.

LUIGI (a Cola): Ubbidisci. Che aspetti?

COLA: Come ci finirà?… Nostro fratello, ormai, è una belva furiosa. Ho paura che la sua vendetta travolgerà pure noi.

LUIGI: E non ti rendi conto che, al punto in cui siamo, si muore solo se si torna indietro?… Vai! E torna subito, pronto ad ogni evenienza!

Cola esce.

Scena IX

Personaggi: Luigi.

LUIGI: Ora c’è da superare l’ostacolo più difficile. Il segreto sarà l’osso più duro… Non l’ho mai sottovalutato, quell’uomo. Conosce e sa usare tutti i trucchi e gli inganni di una corte. Spero soltanto che Antonio Piero non gli conceda molto tempo… (Ha un ghigno) Bene. Spero che il marchese di Licodia sappia odiare abbastanza… Aldonza è la sua unica figlia. Se Antonio Piero dovesse ucciderla, vorrà soddisfazione… Reagirà, cercherà la vendetta, o almeno si rivolgerà al re… Ed al nostro sovrano non parrà vero l’agio di far giustizia contro un ribelle!

Scena X

Personaggi: Luigi, Pietro, Cola, Antonio Piero, Nicolò e Bernardo.

S’ode un grido del segreto ferito e gettato dalla finestra. Luigi sguaina la spada.

LUIGI (con feroce allegria): I tempi sono stati giusti!

Sopravviene Cola. Sguaina la spada.

LUIGI (a Cola): Guarda se è morto.

COLA (va a guardare, da lontano): L’ha buttato giù dalla finestra… Sembra morto… (dopo un po’, saltando indietro) E’ ancora vivo!

LUIGI: Finiscilo!

Sopravvengono Nicolò e Bernardo.

COLA (ai bravi, indicando dov’è Pietro): Finitelo!

NICOLO’: Con calma… Forse, il barone vorrà divertirsi un po’.

BERNARDO: Andiamo a tirarlo su.

Bernardo e Nicolò vanno e tornano reggendo Pietro. Lo poggiano su una sedia. Sopravviene Antonio Piero.

COLA (ad Antonio Piero): E’ tutto tuo. Divertiti.

ANTONIO PIERO (a Pietro): Non mi chiedi, canaglia, perché fra poco ti ucciderò… brano a brano?

PIETRO (come può): Io so soltanto che non ho fatto nulla, signore.

ANTONIO PIERO (mentre lo colpisce, strappandogli un urlo di dolore): E non svenirmi!

PIETRO: Di che mi accusate?

ANTONIO PIERO: Non ti accuso io… Le tue stesse parole ti accusano.

PIETRO: Non vi capisco.

ANTONIO PIERO: Che poeta sei? Non ricordi più i versi che hai scritto? Quella canzone tanto piena di sentimenti infami?

PIETRO: Quale canzone, signore?

ANTONIO PIERO (lo colpisce ancora): Questo ti aiuterà a ricordare.

Pietro si lamenta. Ma, resta in silenzio.

ANTONIO PIERO: Confessa… così morirai subito, senza soffrire troppo!

PIETRO (dopo una lunga pausa): La baronessa non ha colpe. Non ha mai saputo nulla. Ho tenuto per me soltanto i miei sentimenti.

ANTONIO PIERO: Allora, ammetti?

PIETRO: Ammetto di aver sofferto in silenzio, senza mai recarvi offesa.

ANTONIO PIERO: Dove vi incontravate? Cosa speravate di ottenere?

PIETRO: Io… non vi ho recato… offesa.

Sviene.

ANTONIO PIERO: Portatemi il cavallo e qualcosa a cui legare questa canaglia…

Nicolò esce per eseguire l’ordine. Antonio Piero scuote Diego fino a farlo risvegliare.

ANTONIO PIERO: Ora ascoltami, ballerino… Da questo momento si balla come piace a me!… Voglio che la morte ti entri dentro goccia a goccia… Per tutta la notte ti trascinerò legato al mio cavallo… Per te il momento migliore sarà quando tutto finirà per sempre.

Scena XI

Personaggi: detti, più Francesca.

Si sente un urlo di dolore. Entra Francesca.

FRANCESCA (andando ad abbracciare il figlio): Svintura! Svintura supra a ma casa! Figghiu mìa, chi ti fìciru? Nooo, nooo, nooo!

ANTONIO PIERO (feroce): Perché ti scaldi tanto? A tuo figlio piacciono le canzoni. Cantagliene una, perciò! Morirà più contento.

FRANCESCA (al figlio, affettuosa): Chi ti fìciru, figghiu di la svinturata?… Beddu di matri, sciàtu da vita mìa…

ANTONIO PIERO (le si avvicina, la prende per i capelli, la costringe a guardarlo in faccia): Canta!

FRANCESCA (lo guarda, lamentosa): Mi sta muriennu, u figghiu… Mi sta muriennu sutta l’occhi mia.

ANTONIO PIERO: Canta, vecchia megera… O ti giuro che te lo sventro davanti!

Dà un calcio a Pietro, che urla di dolore. Francesca lo guarda con sguardo di pazza. Per un attimo arretra.

FRANCESCA (dondolandosi, come cantando una nenia antica):

                    Autu signuri cu ssa biunna testa,

          Mi fai cantari cu la dogghia ncori!

          Ma pi ogni santu veni la so festa.

          A tia, signuri, viniri ti voli!

PIETRO (ha un sussulto): Basta!… Io non vi feci torto.

Si alza a stento. Va incontro al barone, che non sa reagire.

PIETRO: Io non vi feci torto. Ma, se avessi saputo che belva siete… se avessi saputo, non una, ma mille volte…

Cade davanti al barone, ormai moribondo. Entra Nicolò.

NICOLO’: Il cavallo è pronto, signore.

ANTONIO PIERO (indicando Francesca): Cacciate via questa pazza…

Va a sedersi, stremato, col capo fra le mani.

ANTONIO PIERO: Poi andate nella stanza della baronessa… fate che almeno la sua morte sia dolce.

I bravi escono . Buio sulla scena. Escono pure Cola e Luigi, come per lasciare il barone solo. In una scena onirica si vede Pietro Caruso agonizzante, trascinato su una tavola. Poi, si vede il corteo che va a seppellire Aldonza.

Scena XII

Personaggi: Antonio Piero, personaggio in nero. Poi, tutti i personaggi.

Entra un personaggio in nero con le sembianze del guitto.

PERSONAGGIO IN NERO (ride).

ANTONIO PIERO: Che vuoi?… Quelli che dovevano morire ormai sono tutti morti.

PERSONAGGIO IN NERO: Non t’illudere, pagliaccio! Nelle tombe non ci sono loro, Ci sono i corpi, null’altro… che non ballano più, è vero… Ma mi riferisco ai corpi… Tutto il resto te lo tieni! Non crederai che un uomo sia solo quel po’ di carne che si disfa sotto i morsi del tempo e dei vermi?

ANTONIO PIERO: E che t’importa cosa credo?… Povero idiota!… Rifilami le tue sciocchezze, se ti piace. Tanto, adesso tempo a disposizione non me ne manca… Mi basta di averlo sbudellato, quel verme!

PERSONAGGIO IN NERO (ridendo): Certo, certo!

ANTONIO PIERO: Ti sembra tanto divertente?… Puoi scommetterci che quel figlio di buona donna s’è pentito dell’offesa fattami… Ho aspettato per questo, prima di farlo crepare.

PERSONAGGIO IN NERO: Finché ci sarà il tuo rimorso, quello lì te lo ricordi… e resta vivo.

ANTONIO PIERO: Io piango soltanto per mia moglie. Bellopede c’entra poco nelle mie faccende. Era un servo, qualcosa di intercambiabile… al più, una graziosa e cinguettante comparsa, tanto per giustificare la mia gelosia… Quelli come lui sono già morti prima di nascere.

PERSONAGGIO IN NERO: Con tua moglie non mi è sembrato morto… Rassegnati! Tu non le sapevi mica scrivere, le poesie… e ballavi come un cinghiale!… (con un’espressione addirittura ilare) Lo sai che ci scriveranno sopra?

ANTONIO PIERO: Purtroppo, il buon Dio ha creato pure gli scrittori e gli imbecilli!

PERSONAGGIO IN NERO: E quanti ne nascono in ogni secolo!… Scriveranno tutti la stessa storia. Non la finiranno mai. Staranno lì, a riaccendere il tuo dolore. Se lo gusteranno sorso a sorso, come un liquore, almeno un milione di volte… Non butteranno via niente, come si fa col porco… Sai, per noi artisti il dolore è un mezzo troppo comodo per far quattrini, o per strappare un applauso… (dolcemente) Così, dopo che tirerai le cuoia, la gente leggerà un milione di descrizioni del tuo delitto… Sarà come un ripetersi eterno. Tu ed il tuo omicidio… praticamente la stessa cosa!… Penseranno che non ti sia accaduto nient’altro nella vita.

ANTONIO PIERO: Diranno che fui vittima degli inganni del mondo.

PERSONAGGIO IN NERO: Ovvia, degli inganni!… Di’ pure di due cretini… E tu più cretino ancora, che ci sei cascato.

ANTONIO PIERO: Luigi era un intrigante, non un cretino.

PERSONAGGIO IN NERO: Era un cretino… Tant’è che ha combinato tutti quei guai, per poi finire ammazzato dai fratelli di Aldonza… Lascia stare, credi a me!… Quando si distrugge senza prevedere gli effetti che ne verranno, si è cretini e basta!

ANTONIO PIERO: Anche mettendola così, in questa vicenda io non sono il più colpevole.

PERSONAGGIO IN NERO: Come no? Vuoi che ti facciamo l’applauso?… Barone mio, è pericoloso sottovalutare il cretino. Il cretino è più forte dell’uomo equilibrato… Il cretino è la massa!… Lo trovi dappertutto ed ha un ruolo centrale nelle svolte epocali… Il cretino è un fallito che non capisce di esserlo… E, quindi, non capisce neppure quando ha perso… Egli, il cretino, è invincibile!

ANTONIO PIERO (ironico, spazientito): Lo terrò in mente, quando mi toccherà vivere di nuovo.

PERSONAGGIO IN NERO: I cretini sono come Dio. Ne nascono in continuazione e sono tutti uguali… Perciò non muoiono mai… I cretini hanno la parola potente… molto più dei poeti!… Sollecitano le bassezze che ci sono in noi tutti: l’invidia, la malizia, l’egoismo cieco, il pregiudizio, soprattutto!… Come ti difendi?… Cola e Luigi ti gonfiarono di veleno. Per tutto il viaggio non pensasti ad altro… Il tuo orgoglio era stato fatto a pezzi dal tradimento coniugale, questo ti bruciava… Se Aldonza era innoccente o colpevole era un fatto secondario, a quel punto… Per cui, adesso… dànnati pure, vecchio scemo!… (indica la scena) Quei due, in barba al tuo delitto, ballano ancora insieme.

Gran ballo a cui partecipano tutti i personaggi, tranne Antonio Piero, che resta sconsolatamente seduto. Il personaggio in nero ridiventa il guitto e va al centro della scena.

GUITTO: Vi chiedo, signori, un minuto ancora, per dirvi come andò a finire l’altra storia… quella del cortigiano e della dama, a cui si accennava nel prologo e nell’intermezzo… Dopo un po’, ella sposò il giovane conte Cabrera ed il povero amante rimase fedele ai due coniugi… Anche quando, nei primi del Settecento, il re Filippo confiscò la contea di Modica, il cortigiano restò accanto a loro, nel silenzio e nella rinuncia… Tutti gli altri, amici e protettori, andarono via… Il bambino che il conte aveva battezzato era morto giovane, ucciso come una canaglia mentre struprava una villanella; il popolo ormai applaudiva altra gente, altre famiglie, altri signori… Non c’era più la ricchezza e l’orgoglio era finito… Per tutta la vita, però, il cortigiano fu al fianco dei suoi signori, anche dopo che il tempo aveva stemperato la passione… Questo perché, in quel Natale del mileseicentonovantanove, il suo rivale, il giovane conte Cabrera, pronunciò una frase importante… “E’ l’arte che ci consegna alla storia” disse il conte… Ed il cortigiano, nominato architetto della ricostruzione, non se la scordò più… Neppure il re Filippo potè mai cancellare quella frase dalla sua mente.

Ricomincia il ballo, a cui partecipa anche Antonio Piero.

FINE

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