S. P. Garufi Tanteri, “Il terremoto di Santa Lucia del 1990 a Catania” – dal libro “I momenti della via della Gente di Catania (e Provincia)”

S. P. Garufi Tanteri, “Il terremoto di Santa Lucia del 1990 a Catania” – dal libro “I momenti della via della Gente di Catania (e Provincia)”

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Da troppi giorni una smania inoperosa lo scuoteva continuamente. Era come l’intossicazione da caffè: partiva dalla schiena e gli faceva tremare le gambe e le mani. Poi, ci fu il terremoto che per una notte scosse la città dal secolare torpore.

Durò quarantacinque secondi in tutto. Ma, parve il lampo in cui, come dice Montale, vedi le cose in una eternità d’istante. E’ probabile, comunque, che nelle cronache future leggeremo molto sulle stelle di quella notte: potevi contarle ad una ad una, tanto erano nette e vicine!

“La Madonna, o chi per lei, ha voluto regolare i conti con noi” gli disse Salvatore a Mazzacanagghia, il giorno dopo l’evento.

“E perché mai?” si domandò Mazzacanagghia. “Perché la Madonna dovrebbe prendersi la briga di punire quattro mentecatti come noi?”

Ora sospettava che, se non un disegno, in quel terremoto ci fu almeno un ghirigori divino. Tutto doveva avere un senso. Altrimenti, perché il dies irae gli rovinò addosso mentre giocava a poker?

Anzi, di più: perché proprio mentre era concentrato su un tris d’assi, che, dopo una serata in nera perdita, gli schiudeva speranze di recupero?

Era il primo a parlare.

“Passo” egli disse, maledicendosi mentalmente per non aver fatto il buio. Non potendo rilanciare, per alzare la posta, doveva far aprire qualcun altro.

“Passo” disse pure Mazzacanagghia.

Ecco, ora c’era il rischio che non aprisse nessuno. Ma, per fortuna, parlò ‘Mmuccabbaddi:

“Apro… diecimila!”

E subito dopo Carluccio Pisciaporti:

“Doppio!”

Prometteva di essere una gran bella mano.

“Come si dice, piatto ricco, mi ci ficco… triplo!” esclamò Salvatore, sollevato.

“Lascio” sospirò Mazzacanagghia.

Furono ridistribuite le carte.

‘Mmuccabbaddi ne chiamò una, Pisciaporti si diede servito e Salvatore, ovviamente, ne chiese due.

In quel momento avvenne lo schianto. Non molto lontano, nei bui inquieti della terra, doveva essere successo il finimondo. Dicono che, sotto l’urto della massa africana, un giorno o l’altro, la Sicilia si spezzerà come una canna secca. Si udì un fragore di schegge, che corse nella roccia con la velocità con cui corre nell’aria. Era un rumore cupo, un ringhiare di gola, dei tocchi impazienti e poderosi. Venne dalle pareti, come se ci fosse dentro un pesce che strattonava il campanellino d’una canna da pesca.

Tutti rimasero sospesi, cercando di mettere a fuoco ciò che stava accadendo. Avevano ancora le carte in mano, ma gli occhi andarono al lampadario. Ne videro le scaglie vitree agitarsi con riflessi di luce azzurrata.

Poi, un sopramobile, una bruttissima copia in gesso del Discobolo di Mirone, si abbatté sul ripiano del buffet e subito mancò la luce.

“Il terremoto!” urlò Mazzacanagghia.

Nel buio Salvatore lo sentì alzarsi, rovesciando la sedia. Probabilmente, voleva correre verso l’uscita. Ma, il tavolo gli impediva la strada e la terra gli oscillava sotto i piedi. Perse l’equilibrio e cadde di fianco, abbrancando il panno verde (e squarciandolo, dato che anche ‘Mmuccabbaddi e Pisciaporti vi si erano aggrappati come ad uno scoglio).

“Il terremoto!” fece eco ‘Mmuccabbaddi.

“State fermi!” disse Salvatore. “Ne ammazza più il panico che il terremoto… mettiamoci sotto il tavolo.”

“Oh, Madonna bella! Oh, Maria misericordiosa! E quando finisce?” guaiva Mazzacanagghia, in ginocchio, piegato in due e con le mani sopra la testa.

Allora Salvatore, che già s’era messo sotto il tavolo, lo tirò giù, verso di lui.

Il sisma continuava a scuotere la casa. Anzi, si ebbe l’impressione di un crescendo. I bicchieri coi quali pochi minuti prima si sorseggiava il cognac suonavano sinistramente. Sentì la bottiglia rotolare lungo il tavolo, finché non si frantumò vicino alla faccia di Salvatore.

Dopodiché si diffuse un vivo odore di liquore ed avvertì il calore del sangue lungo la guancia.

“Madunnuzza mia! Oh, Santa Madunnuzza!” ripeteva Mazzacanagghia, sottovoce.

Nel frattempo si udirono gli scalpiccii di Pisciaporti e di ‘Mmuccabbaddi. Tentavano di scappare e sbattevano lungo la parete, cercando la porta.

“Quei due si fotteranno l’un l’altro!” pensò Salvatore.

Poi, sorrise nel buio, come abrebbe sorriso Tyrone Power, quando recitava la parte di Zorro. “Invece io… Anch’io farò la fine del sorcio.”

E, a quanto pareva, la fine del sorcio era la sua personale escatologia.

Per fortuna, venne il momento in cui la Terra smise di tremare e tornò la luce. Allora – non sapeva esattamente da quando – si ritrovò solo nella stanza.

Vide qualche crepa lungo le pareti divisorie, ma i pilastri si presentavano intatti.

“Deve essere stato una signorina di terremoto…” commentò ad alta voce.

Sul tavolo, ancora coperte, c’erano le carte della seconda manche. Gli venne la curiosità di sapere come sarebbe andata a finire.

“Accidenti!” esclamò, guardandole.

La seconda delle carte che aveva chiamato era l’asso di picche. Avrebbe fatto poker d’assi. ‘Mmuccabbaddi aveva una scala bilaterale a fiori, ma gli era entrata la regina di picche.

La vera sorpresa la riservava Pisciaporti, quello che s’era dato servito: scala reale media a cuori.

Come si dice, gli avrebbe tolto pure le mutande.

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Pubblicato da terrazze Studio Garufi&Garufi

Salvatore Paolo (detto Rocambole) Garufi ha insegnato Lettere, Storia dell0Arte, Storia e Filosofia nelle scuole statali del Piemonte, della Liguria, della Campania e della Sicilia. Ha scritto opere di narrativa e teatrali ed è autore di monografie su Vitaliano Brancati, George Orwell, Santo Marino, Sebastiano Guzzone, Giuseppe Barone, Filippo Paladini e Enrico Guarneri (Litterio).

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