Nello Musumeci: l’universalità della provincia nella memoria storica e nella tecnica oratoria
Un racconto-saggio di Salvatore Paolo Garufi Tanteri
I
Giacinto Platania (Acireale 1612 – 1691) e l’icona controriformista
Nella chiesa di Santa Maria della Stella, a Militello in Val di Catania, c’è un quadro di un secentesco e ingiustamente dimenticato pittore di Acireale. In verità, ingiustamente dimenticato è soprattutto l’aggettivo secentesco, perché nel generale pappagallismo culturale contemporaneo ci si dimentica che la politica raffinatamente cinica del Seicento ed il conseguente Barocco nacquero sostanzialmente da quella vera e propria Rivoluzione Culturale che fu il Concilio di Trento.
Per spiegarmi meglio, chiarisco che il mio riferimento iniziale – per parlare del libro “Il Notabile” di Nello Musumeci – è una Madonna della Stella di Giacinto Platania. Non bisogna, infatti, guardare quest’opera soltanto pensando a un’immagine sacra. Meglio vederla come il ritratto di una Regina che sta splendida e sicura sul trono. Il suo ruolo è mettere ordine nel disordine del mondo. Ella non indica il Cielo, ma pone un terrestre e concreto programma di governo.
Così, Re e Papi diventano i vassalli della agostiniana Città di Dio e, a cascata, gli innumerevoli notabili che affollano gli angoli sperduti del mondo ne diventano i valvassori e – volendo estremizzare – diventano valvassini i professionisti, i burocrati, i preti e i monaci.
M’immagino che già qualche aulico professore mi dirà che l’ho fatta troppo semplice. Il “pedante filologo” a cui alludeva il poeta futurista Vladimir Vladimirovic Majakoskij è sempre pronto ad alzare il suo esangue ditino. Ma, la verità è che nel Concilio di Trento – di cui il quadro del Platania è una piccola icona – viene inventata la più micidiale macchina del consenso di tutti i tempi, l’unica che poteva battere – ed ha battuto – il vitello d’oro del capitalismo e i furori ideologici egalitari, ambedue nati dalla Riforma luterana – almeno, stando alla tesi di Max Weber -.
In altre parole, la Chiesa Cattolica in quell’occasione capì che c’è un Potere che passa – quello politico – ed un Potere che resta – cioè, l’Egemonia Culturale… concetto chiarito dal comunista Antonio Gramsci, ma nei fatti anticipato dall’organizzazione cattolica -.
Proprio perché la società è una realtà complessa e, per intima natura instabile, la Chiesa diventò il vero cuore dello Stato. Cuore mutevole e sempre uguale. Lasciò, insomma, giocare liberamente le contraddizioni di classe, portandole tutte al suo interno: se i gesuiti poterono occuparsi dell’alta cultura e gli agostiniani delle scuole, i cappuccini furono gli alfieri dei poveri, le confraternite i sindacati degli artigiani, i preti secolari gestirono le feste patronali e i riti privati (battesimi, nozze, funerali e messe domenicali), tutte cose che ricompattavano le masse. I predicatori domenicani, infine, furono gli specialisti della comunicazione e dell’inquisizione…
II
L’icona di Napoleone Bonaparte (Ajaccio, 1768 – Sant’Elena, 1821)
Per fortuna, un Napoleone può nascere anche dove Domineddio scordò le scarpe. Ed, infatti, è nato in Sicilia, nel paese più fuori posto del mondo, appeso ai margini di una Piana di Catania disseccata dal sole, dal vento di scirocco e dalla fatica malpagata dei contadini.
Può nascere, o lo può partorire la folla, la fantasia di uno scrittore, come fosse un capitolo della storia dei paladini di Francia, come fosse un Cristo uscito dalle pagine di un Vangelo sacrilego ed egoisticamente locale.
In fondo, tutti hanno il gusto del racconto epico, anche chi vede le parole scritte come tante formiche in fila, buone soltanto a far girare la testa.
Ogni gruppo umano crea una letteratura, tramanda le sue leggende.
“La leggenda (di Napoleone)” scrive Ernesto Ferrero, “nasce e si sviluppa impetuosamente nel giro di pochi mesi. Il mito dell’eroe irrompe sulla scena europea con un impeto beethoveniano, ha il piglio di chi sconvolge i vecchi assetti e annuncia un’era di libertà. Vi concorrono i prodigi di vittorie imprevedibili e sfolgoranti, l’aura dell’invincibilità, il carisma magnetico, il decisionismo che dispone di uomini e cose con una disarmante naturalezza.”( In “Il Sole 24 Ore Domenica” del 28 marzo 2021)
III
L’ icona cattolica: Ippolito De Cristofaro (Scordia, 1884 – 1963)
Con questa mentalità, nella periferica Scordia, come ci racconta Nello Musumeci, don Ippolito De Cristofaro poté diventare il padre-padrone, senza essere mai stato eletto Sindaco. Come si vede, il suo esempio è qualcosa di più serio di una biografia locale. James Joyce, forse, l’avrebbe chiamato un’epifania, cioè il manifestarsi di un motore occulto della storia che si studia – quando si studia – sui testi scolastici.
La statura culturale del personaggio, fra l’altro, giustifica tante dotte citazioni. Don Ippolito De Cristofaro – anche se confidenzialmente veniva chiamato don Popò – nacque a Scordia, in provincia di Catania, il 25 giugno del 1884 in una famiglia che già conteneva per intero una sicilianissima impassibilità di fronte al mutare delle ideologie politiche. Sotto il Re Borbone, i De Cristofaro erano imparentati con uomini d’ordine per antonomasia, i Majorana Cocuzzella della vicina Militello. Così, per esempio, avevano potuto godere della speciale protezione del terribile ministro Del Carretto, sceso in Sicilia a reprimere i disordini scoppiati per il colera ) e a Scordia fomentati proprio da un rampollo liberale di quella stessa famiglia).
In don Ippolito, però, più che trasformismo, ci fu una forte consapevolezza del suo appartenere al notabilato, il che gli impose una severa cultura storica, che lo mise al riparo da delusioni ideologiche. Badò alla sostanza delle cose e degli eventi. Se volete, realizzò una versione più nobile dei Mazzarò descritti da Giovanni Verga, o più volgare dei Vicerè di Federico De Roberto.
Da giovane, perciò, Ippolito studiò prima nel Real Collegio di Lucca e poi a Mondragone, per intraprendere infine la carriera diplomatica.
Dopo qualche saltuaria presenza nelle ambasciate di San Pietroburgo e di Berlino, egli arrivò in Turchia, dove conobbe la donna della sua vita, Maria Vekil di Kiev, figlia di un turco facoltoso e di una nobildonna greca, dama di corte della zarina russa. Ne venne fuori una storia d’amore contrastato, tipica della frivola mentalità del Secondo Romanticismo. Ovviamente, finì come doveva finire, cioè col matrimonio.
La parte più interessante della vita di don Ippolito, comunque, cominciò dopo l’abbandono della carriera diplomatica e il definitivo ritorno in Sicilia. Egli, infatti, si legò all’emergente don Luigi Sturzo e, dopo la fondazione del Partito Popolare, ne diventò deputato e leader in Sicilia. Ebbe, quindi, modo di incrociare altre straordinarie carriere, spesso entrando in conflitto con esse. Un esempio per tutti fu Riccardo Lombardi, destinato a diventare un riferimento nazionale per la Sinistra socialista.
In questa occasione don Ippolito diventò davvero don Popò, realizzando una carriera che poi percorse l’ex sindaco di Catania, il prof. Magrì, che tanto affascinò il Leonardo Sciascia della commedia I mafiosi e, coerentemente, il suo successore, l’on. Nino Drago. In altre parole don Ippolito mise il suo notabilato a disposizione delle mille e mille esigenze dei singoli cittadini. Adattò, cioè, le geniali intuizioni del Concilio di Trento ai moderni strumenti della democrazia.
Se il capitalismo, sistema ideologico per eccellenza, fa della libera concorrenza – come capì Marx, indovinando l’analisi, ma sbagliando la soluzione – il suo feticcio, la politica di De Cristofaro diventò uno scudo a difesa dei singoli. Era una sorta di massoneria di massa, ben diversa dalla mafia. Essa, in qualche modo, rendeva visibile e percepibile il solidarismo e l’associazionismo. Le vecchie confraternite, insomma, si dinamizzavano nei gruppi fiancheggiatori.
Alla fine, sarebbe stata un’idea copiata da tutti, compresi i comunisti delle cooperative emiliane.
Il successo non mancò a don Popò, almeno fino all’avvento del fascismo. Fu, però, una parentesi in cui i De Cristofaro restarono i notabili di Scordia, dato che diventò podestà il cugino Alfredo De Cristofaro, un uomo perbene, che concesse qualcosa alla teatralità del regime, ma conservò intatta la concretezza amministrativa.
Caduto il fascismo, così, Ippolito De Cristofaro diventò il padrone del nuovo partito-Stato a Scordia. Furono gli anni in cui l’intera vita dei siciliani passò nelle mani dei democristiani. Egli decise sindaci, assessori, consiglieri, impiegati e posti di lavoro. Egli stabilì le infrastrutture che dovevano realizzarsi e come doveva scorrere la vita pubblica. Potrebbe sembrare il tipico baronato meridionale, ma c’era la novità che le catene usate erano invisibili, perché entravano nelle più riposte pieghe della mentalità meridionale. Era, appunto, l’egemonia culturale a cui accennavo all’inizio.
L’opera di Nello Musumeci, perciò, col suo raccontare piano e ricco di curiosità, dipana una matassa complicatissima e ci fa intravvedere nel piccolo lo spirito di un’epoca.
In verità, Nello Musumeci non è nuovo a queste operazioni. Molti interessi mi sono venuti da stimoli da lui ricevuti. Ricordo, a tal proposito, alcune monografie sull’ambasciatore Filippo Anfuso e sui lucidissimi scritti dell’on. Gaetano La Terza. Probabilmente, mi piacerà tornarci ancora, anche per dimostrare che il “cambiare tutto affinché tutto resti come prima” di lampedusiana memoria viene troppo spesso citato a sproposito.
Il notabilato non è stato – e non è – un fatto immobile. Esso cammina con la Storia, come confusamente ha intuito Bernard-Henry Levy in “La barbarie dal volto umano”. Esso, spesso, è stato il segreto e mobilissimo motore delle idee: “Il Principe è l’altro nome del mondo.”
IV
Nostalgia dell’Avvenire: Nello Musumeci (Militello in Val di Catania, 1955 – vivente)
Venne il momento in cui a Militello in Val di Catania – e, poi, in tutta Italia – si passò dalla Prima alla Seconda Repubblica.
Siamo nel 1994. Falcone e Borsellino sventolano alti nei cuori delle persone perbene, ormai diventati la bandiera di una rabbia che travolge raccomandazioni e voti di scambio. Stretti nel pugno dei magistrati, i capponi di Renzo della politica perfezionano il lavoro, beccandosi l’un l’altro, nel suicidio delle carogne.
Ora, il punto di confluenza dell’intera cittadina è piazza Vittorio Emanuele II…
C’è il nereggiare di teste compatte come il mare nelle notti di Taormina; c’è il luccichio dei vessilli, tanto da raffiguare l’insorgere liquido dell’appartenenza identitaria, più o meno come la spuma bianca delle onde palummedde – così le chiamano i pescatori della Costa Jonica – nei quadri degli espressionisti mediterranei. Nel mezzo ci stanno donne in corte gonne da parata, ingingillate e ispirate, uomini che guardano e che nessuno guarda, vecchi notabili, popolani, facce a luna piena e facce a ficodindia, la zza Lucietta che fa la papessa, in trono sul balcone del Movimento Sociale Italiano, la Sinistra extra-parlamentare e i campioni della briscola pazza seduti a coprire l’intera scalinata di San Nicolò. E, sotto le palme del piazzettone laterale, già con i pantaloni calati (metaforicamente, si intende), da volponi della politica, giusto giusto per non farsi vedere da chi si meraviglierebbe nel vederli. Sono ex democristiani, ex socialisti, ex comunisti (Ah, quel benedetto fascismo dell’anti-fascismo di cui parlò Pasolini!).
Tanti, tanti, tanti, i forestieri… da Caltagirone, da Mineo, da Licodia Eubea, da Castel di Judica, da Ramacca, da Palagonia, da Raddusa, da Scordia, da Catania e perfino da Giarre. Molti con la moglie – o l’amante – e con la faccia di chi ha fatto un viaggio esotico nel paese dove è cresciuto Nello, da portarsi poi a casa in fotografia, manco si trattasse di un concerto dei Pooh!
“Nello! Nello!” squillano quelli di Castel di Judica.
“Nello! Nello!” rispondono quelli di Catania.
Dagli altoparlanti del palco parte l’annoso monologo del canzonettaro Amleto contemporaneo.
“Se stiamo insieme ci sarà un perché!” spara Riccardo Cocciante.
La risposta è facile: il perché è Nello Musumeci.
Ognuno si informa e ognuno informa su ciò che sanno tutti.
“Alle cinque eravamo a Caltagirone… Minchia! Se buttavi un cece, a terra non ci arrivava!”
“E’ fatta! Questa volta vinciamo senza talé e talé! Era dai tempi di Almirante che non si vedeva tanta gente a Catania!”
“E’ ciò che gli dissi a Caltagirone: Nello, te lo dico ora… questa volta vinci tu!” racconta lo zzu Mario, con l’aria saracina di chi la sa più lunga di tutti.
Sghignazzata di Filippo Alain Delon, uomo di mondo, che si è giocato un patrimonio nei casino di mezza Europa.
“E certo! Aspettava te per capirlo!”
“Di sicuro, non stava in speranza di te!” ribatte piccato lo zzu Mario.
“E lui che ti rispose?” chiede, invece, Nello L., che cerca sempre di andare d’accordo con tutti.
“Che mi rispose?” sorride lo zzu Mario “Lo pensi davvero, Mario?”
Mima un’espressione di amminchialuta meraviglia e conclude:
“Questo mi rispose!”
“Ancora non gli pare vero!” chiosa Nello L.
“Io ci ho scommesso sopra almeno cento caffé!” esclama Salvatore C., ridendo come se stesse raccontando una barzelletta.
“Ti verrà l’ulcera, allora!” dice a voce bassa Filippo Alain Delon, col mezzo sorriso da scettico blu.
“E che gli importa!” se la spara un altro signore, anch’egli di nome Nello, già assessore ai Lavori Pubblici. “Tanto fa l’infermiere all’ospedale… lui!”
Questo, insomma, è il sentimento comune. La vittoria di Nello è la vittoria di tutti, dei sanculotti, degli spacchiosi condannati a fare i camerieri da un destino cinico e baro, la vittoria dei dongiovanni che vorrebbero tenere in tasca mille donne, messe strette e ordinate come in una scatoletta di sardine, e invece debbono accontentarsi della moglie e di qualche prostituta – e, se va bene, anche della vicina col marito paziente -.
Dai Romani in poi, per saecula saeculorum, i siciliani hanno nuotato nella sconfitta come i pesci nell’acqua. Voltarono le spalle al mare e smisero di parlare di affari con i dirimpettai greci e fenici. Prima commercio e pirateria furono guerre e ricchezze; poi venne la terra; tutto diventò lavoro che spacca la schiena, sottomissione al tempo e ai padroni, impassibilità nei confronti dello Stato, chiusura nel guscio della sopravvivenza individuale.
“Questa notte, finalmente, ci mettiamo il punto e basta, a questa condizione di merda!” penso anch’io, che non ho rinunciato al mio eskimo verde da sessantottino, pur essendo diventato un fedelissimo di Nello Musumeci. “Da queste parti, ormai, il massimo della vita è un mangiarizzo dove il cibo ti esce dagli occhi, oppure è la cresta che fai sulle liste della spesa, oppure la fregatura che dai ai parenti, al momento dell’eredità.”
I siciliani e la roba. Giovanni Verga ci scrisse capolavori. Stanno qui, in piazza: siciliani poveri contro siciliani ricchi, il che è come dire l’intera Sicilia contro l’intera Sicilia. Qui tutti danno del cornuto a tutti. E forse tutti dicono la verità.
Aveva torto don Giuseppe Tommasi di Lampedusa nel suo Gattopardo. Non è vero che tutto cambia affinché tutto resti come prima. Avrebbe dovuto scrivere che tutto resta come prima, anche se cambia il potere. La Storia, fino a questa sera, è stata un carnevale. Sono cambiati i vestiti, le divise, le lingue… cose che non toccano l’anima del popolino. Dai discorsi non esce niente e la loro pioggia scivola via dalle spalle dei contadini. La sostanza, il succo, sta nei maccheroni che buttiamo nella pentola. Francia, Spagna, Italia, fascisti, democristiani, comunisti sono stati acqua di fiume. Rumori che vanno via, a morire in un mare lontano. Resta il contadino che parla con la sua zappa.
“I mafiosi non sono più neppure briganti” questo va predicando Nello Musumeci, al di là delle chiacchiere. “Non sanno essere leoni e si accontentano degli avanzi, come gli sciacalli. Chiedono il pizzo, rapinano i vecchi; ma, se vedono una divisa di carabiniere, si mettono a pecoroni, offrono il caffé e diventano nulla!”
Tutto questo mondo di ruffiani, maccagnoni e affaristi ora va via, come una macchia sul vestito della festa. Ora Nello si toglie la cinghia e a qualcuno insegna l’educazione.
Ecco, quindi, come un comizio diventa una cosa diversa. Non è più la sfilata di Regime di sovietica memoria, o la folla oceanica davanti al balcone di Piazza Venezia. Non c’è neppure il peronismo descamisado davanti alla bellezza fiera di Evita. Giovanna d’Arco e tango argentino non erano di moda quando negli anni Settanta si impazziva per i Beatles e si protestava contro la guerra in Vietnam.
Il comizio di Nello Musumeci fotografa una società ormai cambiata.
“Porque esta vez no se trata de cambiar un Presidente, serà el pueblo quien costruya un Chile bien differente!” accenna Tommy, nostalgico degli Inti-Ilimani e della Unidad Popular. I compagni lo guardano, prima con la faccia brutta del papà dopo una birichinata del figlio… poi, scrollano le spalle e mostrano un trattenuto sorriso.
“Ma sì! Proviamo anche questa!” conclude Antonio, barbiere da poco eletto Sindaco, dopo che al Partito Comunista gli hanno comunicato che tutti i comunisti non sono più comunista, ma esponente del Partito Democratico della Sinistra. “Però, i manifesti di Gramsci e Che Guevara restano dove sono, sui muri della mia bottega… Con Gorbaciov si vince, ma non si sogna!”
Così, ora che Nello Musumeci torna a Militello, alla fine del suo giro elettorale, come il Santissimo Salvatore alla chiusura dell’ottava, applaudono in molti, compagni, amici e camerati.
Veloci saluti strappati alla calca e, finalmente, spunta sul palco, circondato dai pretoriani.
La musica tace. C’è un accenno di inizio, subito interrotto dalla campana che scandisce le ore cittaddine…
“Campana santa!” commenta Nello, catturando la sorridente attenzione generale.
In fondo, Papa Giovanni Paolo II conquistò il mondo col suo Se sbaglio, mi corrigerete!
“In verità, a voi che mi avete visto crescere posso dirlo…”
Ha il tono confidenziale di Alberto Lupo, quando recitava le poesie di Jacques Prevert.
“Qui sto con gente che mi vuol bene, alla quale posso parlar chiaro, pane pane vino vino, come si dice… Questa campagna elettorale è stata durissima e non so quanti chili ho perso…”
Ora, egli è l’icona bizantina del ragazzo che ha scalato la montagna delle invidie e delle trappole.
“Sta squagliando come una candela!” nota Rita, vecchia compagna di giochi della più tenera infanzia.
“Ci nuota dentro quei pantaloni, povero figlio!” aggiunge Olga, che le sta vicino. Olga è la sorella di Nello e, certamente, è la più fedele delle sue fan.
“… E sono stanco, credetemi” riprende a dire Nello. “Sono stanco davvero! Ho comiziato in tutti i paesi della provincia di Catania. Vi confesso che non è stato un viaggio di piacere. Non ho trovato la Provincia che io amo e che voi amate, ma una strada in salita, scoscesa, piena di rovi e di burroni…”
In questo attacco anti-eroico c’è una secolare sapienza oratoria, acquistata d’intuito e pazientemente raffinata, come accade ai cavalli di razza della politica. E’ questo il suo modo di pulire dai pregiudizi ideologici l’animo di chi lo ascolta. Egli non si rivolge alla folla, ma agli individui, come presi uno a uno. Tutti si sentono speciali compagni di strada. Migliaia di punti di vista che non si incontravano convergono sul suo unico punto di vista. Esibire la propria fragilità è il modo migliore per parlare a nome di una comunità.
Eppoi, lo scrittore Leo Longanesi, al termine di una tempestosa riunione di redazione, disse ai giornalisti che avevano opinioni che tra loro si volevano bene come il diavolo e l’acqua santa:
“Sono il vostro capo e quindi vi seguo!”
Nello fa la stessa cosa, ma in contro-danza. Si fa seguire da tutti perché a tutti dà l’idea di essere loro le teste che pensano. Il cuore, u civu civu, della sua tecnica oratoria, infatti, non lo trovi teorizzato nei manuali di letteratura classica. Non c’è la fioritura decorativa dei vasi corinzi e le metafore dello stile asiatico; non c’è neppure il racconto asciutto dello stile attico, che fu proprio dei fratelli Caio e Tiberio Gracco; e non ha la sapiente mescolanza di cultura e provocazione dello stile ciceroniano, che ha fatto la fortuna di molti rinomati oratori di Destra, da Gaetano La Terza, a Enzo Trantino, a Giorgio Almirante.
Se proprio vogliamo trovargli un modello – la sparo grossa -, credo che il William Shakespeare del discorso di Marco Antonio nel Giulio Cesare sia l’archetipo platonico del suo stile sentimentale:
“Non sono venuto a vendicare Cesare. Sono venuto a seppellirlo.”
“Ma, in quarant’anni di Regime, quanti aiuti abbiamo visti? Dove sono i De Mita, i Craxi, gli Andreotti?” ripiglia il filo del discorso Nello. “Durante tutta la campagna elettorale, ho sentito insulti, calunnie, anatemi! Non ho sentito un’idea per risollevare quest’isola dalla miseria, per farla uscire dall’umiliazione di cercare una raccomandazione, per dare a ognuno un lavoro necessario come il pane, un lavoro che ci desse la dignità a cui ogni uomo ha diritto, un lavoro che ci restituisse la stima dei figli e delle mogli, un lavoro per poter guardare dalla stessa altezza il potente di turno, un lavoro che non ci faccia andare emigranti, un lavoro che dia orgoglio alla nostra agricoltura, al nostro artigianato, al nostro turismo, alla nostra creatività nell’arte, alle nostre eccellenze nella cultura e nell’imprenditoria… un lavoro che sia sintesi e segno di vita, un lavoro che sia ricordo dei compaesani, un lavoro che sia consolazione nelle disgrazie, un lavoro che non sappia di sale come il pane dato per elemosina…”
Il professor Giovanni Cavalli, a questo punto, non può fare a meno di sussurrarmi la scovata citazione:
“Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui e come è duro calle lo scender e il salir l’altrui scale… ed anche Dante l’abbiamo sistemato!”
A me, invece, il martellare della parola lavoro riporta in mente lo stile del poeta medievale Turoldo, autore della Chanson de Roland (Rolant, nel francese dell’epoca).
Questa tecnica – il nome giusto è interazione – venne evidenziata dal filologo Antonio Viscardi:
“Respont Rolant: Jo fereie que fils!
“En dulce France la perdreie mun los.
“Respont Rolant: Ne placet Dominedeu…
“Respont Roland…”
Così, dopo i fuochi d’artificio dei cahiers de doleances, secondo un letteratissimo schema – o. meglio ancora, secondo uno schema quasi cinematografico -, il viso si distende nell’affabulazione di un idillio leopardiano. Nello racconta un suo momento intimo. E’ una storia che tutte le orecchie che pendono dalle sue labbra avrebbero già potuto conoscere, che probabilmente hanno già conosciuto.
“Eravamo a tavola” dice, “con mia moglie e i miei figli… a Catania… ma, tanto per cambiare, pensavo a Militello… Giovanna, ho detto, non voglio farti un torto, ma vivere in città, lontano dai miei amici, per me è un po’ un esilio… se dovessi venire a mancare, un solo favore ti chiedo… tu mi devi portare…”
Col braccio steso indica la via Pietro Carrera, che tutti i funerali della città percorrono, prima di scomparire nelle nebbie smemorate del cimitero.
“… Là in fondo! Coi miei fratelli della Confraternita della Catena!”
Qui gli applausi diventano delirio collettivo. La zza Lucietta si alza dal suo trono e, agitando le braccia ed il suo vasto corpo fasciato di sempieterno nero – quasi una divisa delle donne siciliane – urla dal balcone del Movimento Sociale Italiano:
“No, Nello! Tu non devi morire mai!”
E questo pare il giusto epilogo di una nottata indimenticabile.